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Oltre la soglia 4


di Membro VIP di Annunci69.it Impalatore74
27.11.2025    |    1.588    |    4 8.7
"Lui le diceva che il figlio aveva segnato il primo gol e lei gli accarezzava il petto, orgogliosa come se fosse anche suo..."
Questa è la nostra storia vera.
Due anime senza nome e senza indirizzo si sono trovate in una chat anonima, un martedì qualunque, e in un istante hanno capito di appartenersi da sempre.
Da allora ci incontriamo in stanze senza importanza, rubiamo ore al mondo, mentiamo quel tanto che serve per proteggere chi non sa.
Ma quando la porta si chiude, noniamo solo noi: finalmente interi, finalmente a casa.
Non è un romanzo.
È quello che ci è successo.
È quello che ancora ci succede.
Ed è la cosa più vera che abbiamo.




Decisero di non distruggere tutto.
Non ancora.
Forse mai.
Si sedettero in macchina, quella stessa sera, con i tergicristalli che battevano lenti e la pioggia che scivolava sui finestrati come lacrime che non erano più loro.
«I figli» disse lei, la voce bassa, quasi un respiro.
«I figli» ripeté lui, annuendo.
Poi aggiunse, con una dolcezza che le strinse il cuore: «E noi. Dobbiamo proteggere anche noi.»
Stabilirono regole precise, quasi monastiche nella loro crudeltà.

1. Mai a casa dell’uno o dell’altra.
2. Mai nei fine settimana in cui ci sono i bambini.
3. Mai un messaggio dopo le 23:30, per non destare sospetti.
4. Mai parole d’amore scritte, solo dette, a voce, quando sono soli.
5. Mai promesse di futuro che non possono mantenere.
6. Dirsi sempre la verità.

Eppure, dentro quelle regole, l’amore trovò comunque il modo di crescere, più forte proprio perché costretto in uno spazio stretto.
Si vedevano il martedì pomeriggio, quando i bambini erano a scuola e i coniugi al lavoro.
Un piccolo hotel di provincia, sempre la stessa stanza al secondo piano, la 207, con la moquette verde bottiglia e il quadro di un mare che non avevano mai visto insieme.
Entravano separati, uscivano separati.
Ma dentro quella stanza succedeva qualcosa che nessuna regola poteva contenere.
Lui arrivava sempre per primo, lasciava la cravatta sul comodino, apriva la finestra di uno spiraglio per far entrare l’odore di pioggia e terra bagnata.
Lei arrivava con i capelli ancora umidi di doccia, un cappotto troppo pesante per la stagione, e appena la porta si chiudeva si guardavano come se fosse la prima volta.
Non si buttavano subito sul letto.
Prima c’era sempre un momento di silenzio assoluto, uno stare vicini senza toccarsi, solo respiri.
Poi lei appoggiava la fronte contro il suo petto e lui le accarezzava i capelli, lentamente, come se stesse imparando di nuovo il suo nome.
«Mi manchi anche quando sono con te» le diceva lui, la voce roca.
«Lo so» rispondeva lei. «È la cosa più bella e più terribile che mi sia mai successa.»
E poi sì, il sesso c’era.
Sempre.
Non come sfogo, ma come linguaggio più vero che avessero.
A volte era lento, quasi doloroso nella sua tenerezza: lui che le baciava le palpebre, le tempie, il punto dietro l’orecchio dove lei tremava sempre. Lei che gli passava le dita sulle cicatrici della schiena, una per una, come se le stesse contando per essere sicura che fosse ancora lui.
Facevano l’amore guardando l’orologio, sapendo che avevano solo novanta minuti prima di dover tornare a essere genitori, coniugi, bugiardi perfetti.
E in quegli novanta minuti si dicevano tutto quello che non potevano scriversi.
Altre volte era feroce, quasi arrabbiato.
Lei che lo spingeva contro il muro ancora prima di togliersi il cappotto.
Lui che le afferrava i polsi, le alzava le braccia sopra la testa, le mordeva il collo fino a lasciarle segni che poi avrebbe dovuto coprire con il fondotinta.
Si prendevano con una violenza che non era mai contro l’altro, ma contro il tempo che gli rubava tutto il resto della settimana. Lei veniva stringendogli i capelli, urlando nel cuscino per non farsi sentire dalla camera accanto.
Lui la seguiva con un gemito strozzato, il suo nome sulle labbra come una preghiera proibita.
Dopo, sempre, c’era la tenerezza più assoluta.
Restavano abbracciati, nudi, sudati, con le gambe intrecciate.
Parlavano dei figli senza nominare i coniugi.
Lei gli raccontava che la figlia più piccola aveva perso il primo dente e lui rideva piano, baciandole la spalla.
Lui le diceva che il figlio aveva segnato il primo gol e lei gli accarezzava il petto, orgogliosa come se fosse anche suo.
Una volta lei portò una foto: i suoi tre bambini al compleanno della più piccola.
Gliela mostrò, tremando un po’.
Lui la guardò a lungo, poi gliela restituì con un sorriso triste.
«Sono bellissimi» disse. «Grazie di farmeli vedere.»
Poi la baciò sulla fronte, a lungo, come se volesse imprimersi quel momento nella pelle.
Un altro martedì, lui le portò un piccolo ciondolo d’argento: una chiave minuscola.
«Per la stanza che non abbiamo» le disse.
Lei lo mise al collo, sotto i vestiti, dove nessuno poteva vederlo tranne lui, quando la spogliava.
Non si dicevano «ti amo» nei messaggi.
Ma ogni martedì, quando la porta della 207 si chiudeva, lui le prendeva il viso tra le mani e glielo diceva guardandola negli occhi.
E lei rispondeva, sempre:
«Lo so. E ti amo anche quando non siamo qui.»
Una volta, dopo, mentre erano ancora abbracciati, lei gli chiese piano:
«Secondo te è possibile amare due persone nello stesso momento?»
Lui ci pensò un po’, accarezzandole la schiena.
«No» rispose. «Si può voler bene a due persone. Si può avere paura di ferirle. Ma amare… amare davvero… quello succede una volta sola.»
Lei chiuse gli occhi, appoggiò la guancia sul suo petto.
«Allora è successo a tutti e due.»
Uscivano dalla stanza sempre con qualche minuto di anticipo, per non rischiare.
Si salutavano nel parcheggio con un bacio veloce, quasi casto.
Poi ognuno saliva sulla propria macchina e tornava alla propria vita.
Ma dentro di loro, in quel piccolo spazio che nessuna regola poteva toccare, erano già andati via da un pezzo.
Erano già a casa.
Solo che la loro casa era fatta di martedì pomeriggio, di una moquette verde bottiglia, di una chiave d’argento sotto i vestiti e di un amore che non aveva bisogno di essere libero per essere vero.
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