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Evoluzione di una Sissy (Cap 3)


di Membro VIP di Annunci69.it pansex_switch
19.07.2026    |    453    |    0 8.3
"» Si alzò in piedi e con un gesto rapido mi afferrò per la nuca, costringendomi a guardarla dritta negli occhi, mentre con l'altra mano afferrava il capo del nastro di raso nero..."
AUTOBIOGRAFIA - STORIA VERA
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Mentre la porta del bagno si chiudeva con un clic leggero, mi rimisi in piedi con cautela sui sandali, sentendo i muscoli delle cosce tremare per lo sforzo e la tensione accumulata. Raccolto il grembiulino bianco da terra, lo riallacciai sopra il perizoma, mi lavai la faccia e mi avviai lentamente verso la cucina, cercando di mantenere un portamento dignitoso per quanto potesse esserlo quello di un uomo in perizoma, reggicalze e grembiulino.

Ero pronto a subire la prossima mossa del suo schema perfetto.

Lei era seduta a capotavola. Aveva infilato una vestaglia di seta nera, lasciata leggermente aperta sul davanti, e gustava la sua lasagna con una flemma quasi provocatoria. Il profumo del cibo si mescolava nell'aria con quello del bagnoschiuma e con la memoria ancora vivida di quanto era appena accaduto in bagno.

Non disse una parola per diversi minuti. Si limitò a osservarmi mentre stavo immobile vicino alla credenza, con le mani giunte sul davanti per cercare di nascondere – inutilmente – l'evidenza della mia eccitazione che tendeva il tessuto del grembiule.

«Vedi come sei graziosa quando obbedisci senza fiatare?» disse infine, posando la forchetta e facendo scorrere lo sguardo lungo le mie gambe, soffermandosi sui sandali. «Anche se quel... dettaglio sotto il grembiule rovina decisamente la linea pulita della tua divisa. Ti sembra un comportamento educato per una cameriera?»

«No, Padrona» risposi, abbassando gli occhi.

«Bene. Allora rimediamo subito.»

Alzatasi, prese dalla credenza un piccolo nastro di raso nero che era appoggiato vicino ai calici. Si portò alle mie spalle, facendomi sussultare quando le suas dita fredde sfiorarono la mia schiena nuda. Con gesti rapidi e precisi, fece passare il nastro attorno alla base del mio sesso, stringendolo in un nodo abbastanza saldo da impedire qualsiasi sollievo, ma non così stretto da far male: un promemoria costante della mia totale mancanza di controllo.

«Questo rimarrà così finché non avrò deciso se meriti una liberazione. Ora, versa il vino ed entra nel tuo ruolo. Stasera impari l'arte della pazienza.»

Il dolore sordo dell'erezione costretta e la dolcezza sadica del suo sguardo creavano un cortocircuito mentale perfetto. Ero completamente alla sua mercé, intrappolato in un gioco in cui ogni mia esitazione veniva punita e ogni sottomissione diventava la mia unica fonte di piacere.

Al suo ordine sparecchiai la tavola, riponendo piatto, forchetta e calici nel lavandino della cucina. Il silenzio era rotto soltanto dal rumore sommesso del frigorifero e dal battito accelerato del mio cuore, che sembrava rimbombare fin dentro le orecchie.

La donna spinse indietro la sedia con un movimento deliberatamente lento, producendo un leggero stridore sul pavimento. Fece scorrere lo sguardo su di me, fermandosi sulla vistosa tensione che il nastro di raso nero continuava a costringere sotto il mio grembiule bianco.

«Vieni qui» ordinò, appoggiando i gomiti sul tavolo e intrecciando le dita sotto il mento.

Mi mossi con cautela sui tacchi, cercando di non far tremare le gambe stanche. Mi fermai a pochi centimetri da lei, con le mani giunte dietro la schiena.

«La cena era ottima e il servizio è stato... accettabile. Nonostante quella tua ridicola erezione che ha continuato a sfidare la mia pazienza per tutto il tempo.» Allungò una mano e, con l'indice, sollevò l'orlo del mio grembiule, esponendo completamente alla luce fredda della cucina la mia nudità forzata. La pelle del mio sesso era tesa, quasi violacea per il blocco del nastro di raso. «Guarda come pulsa. Sei ridotta proprio male, vero?»

«Sì, Padrona...» sussurrai, con la gola secca.

«Sei stata obbediente, hai superato i tuoi stupidi blocchi mentali e mi hai servita senza lamentarti. Direi che ti sei meritata un premio. Ma alle mie condizioni.»

Si alzò in piedi e con un gesto rapido mi afferrò per la nuca, costringendomi a guardarla dritta negli occhi, mentre con l'altra mano afferrava il capo del nastro di raso nero.

«Ora io scioglierò questo nodo. Ma tu non ti toccherai. Non ne hai il permesso.»

Con uno strattone deciso, il nastro si sciolse. L'afflusso improvviso di sangue mi diede una scossa tale da farmi quasi piegare le ginocchia, ma la sua presa salda sulla mia nuca mi tenne dritto.

«Voglio che mi guardi negli occhi. Voglio vedere tutta la tua vergogna e tutto il tuo piacere.»

Allungando la mano verso il mio sesso, non usò la delicatezza di una carezza, bensì una presa decisa, quasi rude, che mi strappò un gemito profondo. Iniziò a muovere la mano con un ritmo rapido e spietato, senza darmi il tempo di respirare, senza lasciarmi spazio per gestire l'accumulo di tensione di quell'intera serata.

«Sborra per me, femminuccia. Adesso.»

L'ordine sbloccò l'ultimo argine. Il culmine mi travolse con una violenza quasi dolorosa, un rilascio neurochimico così intenso che mi fece inarcare la schiena. Chiusi gli occhi per un secondo, ma la sua voce mi richiamò subito all'ordine: «Ho detto di guardarmi!»

Riaprii gli occhi e incontrai il suo sguardo compiaciuto, fiero e incredibilmente vivo, mentre accoglieva la mia resa totale.

Il ritorno alla realtà. Il silenzio tornò a riempire la stanza.

«Ora pulisci qui per terra, rivestiti e torna a casa. Per questa sera hai finito.»

Prendendo dello scottex per togliere il mio seme dal pavimento, ancora tremante sui tacchi e con la mente del tutto svuotata, realizzai che la tortura psicologica della settimana precedente era appena svanita, sostituita da un'unica, inevitabile consapevolezza: avrei passato i successivi sette giorni a implorare il momento in cui avrei potuto rimettermi di nuovo ai suoi piedi.

... continua
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