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Il porcile - parte 3
26.06.2026 |
94 |
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"Alexia tese i guanti a zampa contro il pavimento grigliato, cercando disperatamente di sostenere l'impatto..."
I tre giorni successivi trascorsero in una nebbia di febbre, sfinimento e rassegnazione. Alexia imparò presto che l'unico modo per non impazzire era muoversi il meno possibile, rimanendo accucciata. Il dolore acuto all'inguine si era trasformato in un senso di peso sordo e freddo, finché ogni sensazione non era svanita del tutto.Il lunedì mattina, dopo essere stata riportata nel recinto principale, il processo biologico della castrazione chimico-meccanica arrivò alla sua conclusione. Sotto la stretta spietata dei due anelli metallici, i vasi sanguigni erano ormai completamente obliterati. Lo scroto allungato, privato di qualsiasi nutrimento, si era raggrinzito, scurendosi fino a diventare una sacca di pelle secca, dura e cornea, simile a cuoio bruciato. Non faceva più male; era semplicemente un corpo estraneo, morto, che pendeva inerte tra le sue cosce.
Mentre cercava di trascinarsi verso la canalina dell'acqua, l'estremità ormai necrotica urtò contro una pietra sporgente nel fango. Si udì un debole schiocco secco, come un ramo che si spezza. Alexia si voltò lentamente: la sacca si era staccata di netto, cadendo nella melma senza versare una sola goccia di sangue. Pochi secondi dopo, uno dei grossi verri della fattoria si avvicinò grugnendo, annusò il pezzo di carne secca e lo inghiottì in un colpo solo, per poi allontanarsi indifferente.
Tra le gambe di Alexia non era rimasto nulla, se non una cicatrice profonda, tesa e pulita, sormontata dal piccolo moncherino flaccido. La sua identità precedente era stata letteralmente cancellata.
Quello stesso pomeriggio, i cancelli del porcile si aprirono. La Meyer ed il suo veterinario entrarono armati di lunghi bastoni, spingendo Alexia e gli altri tre ragazzi fuori dal fango e lungo un corridoio di cemento. Senza i testicoli a produrre testosterone, il corpo di Alexia avrebbe iniziato a cambiare rapidamente nei mesi successivi: i muscoli si sarebbero ammorbiditi, l'aggressività sarebbe svanita e tutto il nutrimento si sarebbe trasformato in grasso. Erano pronti per la fase successiva.
Tuttavia, mentre gli altri tre ragazzi vennero spinti verso i recinti collettivi di ingrasso intensivo — destinati al macello prima dell'inverno —, il veterinario bloccò Alexia, colpendola sul fianco con il bastone per deviare il suo percorso.
"Questa no, Meyer" disse l'uomo, esaminando la struttura ossea del bacino di Alexia e la forma delle sue cosce. "Guarda la linea dei fianchi e come risponde agli stimoli. Ha la conformazione ideale. Non la sprecheremo per la carne. Diventerà una scrofa da monta."
La Meyer sorrise, un sorriso puramente commerciale. "Un'eccellente fattrice. Con il trattamento ormonale che le daremo, produrrà ottime cucciolate."
Alexia fu spinta a forza in un'area separata del fienile, l'ala della riproduzione. Lì l'aria era pesante, satura dell'odore acre dello stallatico e degli ormoni. Venne fatta entrare in una gabbia di gestazione individuale: una struttura di metallo così stretta da impedirle persino di girarsi su se stessa. Poteva solo stare in piedi o sdraiarsi sul cemento grigliato.
Il giorno seguente, la Meyer si presentò davanti alla gabbia con una grossa siringa veterinaria. Con la massima indifferenza, infilò l'ago nella coscia di Alexia, iniettando una dose massiccia di estrogeni e stimolatori della fertilità per forzare il suo corpo, privato delle ghiandole maschili, a simulare il ciclo estrale di una femmina. Nel giro di poche ore, una strana, innaturale prontezza invase i tessuti di Alexia. Il plug anale, ancora saldamente inserito, e la nuova anatomia modificata iniziarono a prudere e a tendersi sotto l'effetto dei farmaci.
I suoi lamenti dietro la maschera di gomma non avevano più nulla di umano. Il trattamento stava alterando non solo il suo corpo, che cominciava ad accumulare peso sui fianchi e sul ventre, ma anche i suoi istinti primordiali.
Dalla gabbia successiva, un ragazzo-maiale più anziano, che aveva già subito lo stesso destino e il cui ventre mostrava i segni di precedenti gravidanze indotte, la guardò attraverso le sbarre metalliche con occhi vitrei, emettendo un grugnito di avvertimento.
Presto i cancelli in fondo al corridoio si sarebbero aperti, e i verri interi della fattoria sarebbero stati portati lì per l'accoppiamento. Intrappolata nella sua gabbia, con i guanti a zampa fissati ai polsi e il corpo che rispondeva contro la sua stessa volontà agli ormoni della fattoria, Alexia fissò il cemento davanti a sé, aspettando l'inizio del suo nuovo, infinito ciclo come scrofa da riproduzione.
Le settimane successive si trasformarono in una sequenza monotona e scandita solo dai ritmi spietati dell'allevamento. Sotto l'effetto costante dei massicci cicli di ormoni che la Meyer le iniettava ogni martedì, il corpo di Alexia andò incontro a una metamorfosi radicale. La massa muscolare che un tempo le cingeva le spalle e le braccia si sciolse, ridistribuendosi in spessi e flaccidi strati di grasso attorno ai fianchi, alle cosce e sul ventre, che iniziò a cedere verso il basso, appesantito.
La sua pelle, costantemente esposta all'umidità e allo sporco della gabbia di gestazione, divenne spessa e ruvida. La maschera di gomma, ormai quasi fusa con i lineamenti del suo viso a causa del sudore e del tempo, non le permetteva più alcun tipo di espressione che non fosse il respiro affannoso attraverso i fori del grugno.
A metà del secondo mese, il trattamento ormonale raggiunse il picco stabilito dal veterinario.
Una mattina, i cancelli del corridoio della riproduzione tremarono. Alexia, bloccata nella sua morsa di metallo, avvertì una scarica di calore chimico invaderle il basso ventre: i farmaci stavano inducendo artificialmente il massimo livello di estro. I suoi istinti, piegati e riscritti dalla chimica veterinaria, risposero immediatamente. Iniziò a premere il retro del corpo contro le sbarre posteriori della gabbia, emettendo grugniti striduli e ritmici, incapace di controllare i propri movimenti.
La Meyer fece la sua comparsa lungo la corsia, stringendo tra le mani una frusta di cuoio e guidando un immenso verro da monta della fattoria, un animale di oltre trecento chili, dal pelo ispido e dall'odore selvatico e soffocante.
"Ecco qui, la numero 15 è in pieno calore," gridò La Meyer verso il fondo del fienile. "Guarda come si spinge contro le sbarre. Gli ormoni hanno attecchito perfettamente."
Il veterinario la raggiunse, osservando con approvazione il bacino allargato di Alexia e i tessuti posteriori gonfi e tesi attorno al plug anale che, con il tempo, era diventato parte integrante della sua anatomia.
"Ottimo. Apri la paratia posteriore e lascia fare al verro. Vediamo se questa prima covata sarà redditizia."
Con un colpo secco, La Meyer sbloccò il fermo posteriore della gabbia di Alexia. Il gigantesco animale dietro di lei, attirato dagli ormoni artificiali che la scrofa emanava, si avventò in avanti con un grugnito profondo e gutturale, poggiando le enormi zampe anteriori sul dorso flaccido di Alexia e schiacciandola con tutto il suo peso contro la mangiatoia di cemento davanti a lei.
Alexia tese i guanti a zampa contro il pavimento grigliato, cercando disperatamente di sostenere l'impatto. Non c'era spazio per la paura o per i pensieri del passato; la sua mente, annebbiata dai farmaci, percepiva solo la sottomissione totale al ciclo della fattoria. Il dolore della penetrazione forzata si mescolò a un senso di inevitabilità primordiale mentre il verro completava il suo compito, grugnendo selvaggiamente nel fienile chiuso.
La Meyer rimase a guardare la scena con un taccuino in mano, annotando freddamente la data e l'ora dell'accoppiamento sulla scheda magnetica appesa alla gabbia di Alexia.
"Primo ciclo completato," disse dopo una mezz'ora di monta, dando un colpetto col bastone al verro per farlo arretrare una volta finito. "Ora non resta che aspettare i centoventi giorni di gestazione. Se tutto va bene, entro l'autunno avremo una dozzina di nuovi maialini da questa gabbia."
Il cancello posteriore venne richiuso con un pesante scatto metallico. Alexia crollò sulle ginocchia sul cemento freddo, ansimando pesantemente dentro la maschera. I litri di fluido seminale che la aveva riempita, stavano in parte fuoriuscendo, scomparendo nei canali di scolo sottostanti.
Accanto a lei, l'altra scrofa umana emise un debole grugnito di rassegnazione. Alexia chiuse gli occhi dietro i fori di gomma, sentendo il proprio ventre pesante e alterato iniziare già a gorgogliare. Ormai, il mondo esterno e il ricordo della vita precedente erano svaniti, sostituiti dal calore asfissiante del fienile e dal destino di una fattrice da monta.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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