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Il tarlo della perversione pt. 5


di Salina
26.07.2026    |    1.028    |    2 9.7
"Sarebbe uscita di casa, avrebbe viaggiato in auto, e poi sarebbe stata nuda e incatenata in un bosco, con due uomini che la guardavano pisciare..."
La sessione era durata oltre due ore. Elena aveva strisciato, obbedito, leccato acqua dalla ciotola, tenuto la coda infilata nel culo mentre i due uomini parlavano di lei come se non fosse presente. Il tappeto le aveva segnato le ginocchia di rosso, le braccia tremavano per la tensione, ma la figa era una fornace umida che non accennava a spegnersi.

Poi sentì il bisogno.

All'inizio era solo un leggero fastidio, un richiamo della vescica che ignorò con ostinazione. Ma dopo un quarto d'ora era diventato urgente. E non era solo quello. Il clitoride le pulsava, gonfio e dolorante, dal costante sfregamento contro il tappeto ogni volta che si sdraiava o si metteva in posizione di attesa. Aveva bisogno di venire. Aveva bisogno di pisciare. E non sapeva come fare.

—Marco, —disse, la voce rotta. Si fermò, a quattro zampe, il guinzaglio ancora in mano ad Aldo. —Marco, devo… devo andare in bagno.

Marco la guardò, un sorriso lento che le fece gelare il sangue.

—In bagno? Le cagne non vanno in bagno, Elena. Le cagne fanno fuori.

—Ti prego, —disse lei, la voce quasi un pianto. —Non ce la faccio più. Devo pisciare. E devo… —Non riuscì a finire la frase, ma il senso era chiaro.

Aldo rise, una risata bassa che fece vibrare il guinzaglio. —La cagna ha caldo. Senti come trema.

Elena tremava davvero. Le gambe le cedevano, la vescica era una bomba pronta a esplodere. E la figa… la figa era in fiamme. Aveva bisogno di essere toccata, di sfregarsi contro qualcosa, di venire.

—Per favore, —ripeté, la voce strozzata. —Lasciatemi andare in bagno. Solo un minuto. Vi prego.

Marco si alzò, si avvicinò a lei. Si chinò, le accarezzò la testa come si fa con un cane.

—Elena, ascoltami. Sei una cagna. Le cagne non vanno in bagno. Le cagne si accovacciano e fanno dove capita. Le cagne non hanno pudore. E tu… tu sei la cagna più eccitata che abbia mai visto. Vuoi venire, vero? Vuoi che la tua figa venga?

Lei annuì, le lacrime che le rigavano il viso.

—Allora vieni. Vieni come una cagna. Sfregati contro il tappeto. Sfregati contro qualunque cosa. Ma non toccarti con le mani. Le cagne non hanno le mani.

Elena guardò il tappeto. Poi guardò i due uomini, che la fissavano in attesa. Marco le sorrideva, Aldo teneva il guinzaglio con una mano, l'altra infilata in tasca, probabilmente a stringersi il cazzo.

—Non posso, —sussurrò.

—Puoi, —disse Marco. —Sei una cagna. Le cagne lo fanno.

Elena chiuse gli occhi. Il bisogno era troppo forte. La vescica premeva, il clitoride pulsava. Non poteva più aspettare.

Abbassò il petto sul tappeto, tenendo il culo sollevato. La coda di volpe le ondeggiava dietro come una vera. Cominciò a strofinare la figa contro il tappeto, il pisello che premeva contro il pelo ruvido. Il movimento era goffo, animalesco. I due uomini la guardavano in silenzio.

—Brava, —disse Marco. —Così. Sfregati. Senti il calore. Senti la voglia.

Elena gemette, il viso premuto contro il tappeto. Il clitoride sfregava contro la lana, la sensazione era troppo intensa, troppo vicina. Ma non abbastanza. Non ancora.

—Più forte, —ordinò Aldo, un tono nuovo nella voce. —Muoviti come una cagna in calore.

Elena ubbidì. Cominciò a muovere il bacino avanti e indietro, più veloce, più duro, la figa che scivolava sul tappeto. Sentiva l'umido che colava dalle sue labbra, bagnando il pelo. Sentiva la pressione nella vescica che cresceva, mescolandosi all'eccitazione.

—Sto per venire, —gemette. —Sto per…

—Fallo, —disse Marco. —Vieni. Vieni come una cagna.

L'orgasmo la colse di sorpresa, violento e caldo. La figa si contrasse in onde incontrollabili, il clitoride pulsò contro il tappeto, e lei si sentì esplodere in un gemito lungo e animalesco. Il corpo le tremò tutto, le gambe che cedettero, il culo che si abbassò mentre veniva con la faccia schiacciata sul pavimento.

Quando il respiro tornò, sentì il calore tra le gambe. Non era solo il suo orgasmo. Era la vescica che cedeva.

—Oh merda, —mormorò, mentre il piscio cominciava a scorrere caldo lungo la coscia, bagnando il tappeto. —Oh merda, scusate, non ce l'ho fatta…

—Non ti preoccupare, —disse Marco, con calma. —È normale. Le cagne a volte perdono il controllo quando vengono.

Elena si sentì morire. Aveva pisciato sul tappeto di Marco, nuda e a quattro zampe, con un orgasmo ancora che le pulsava dentro. I due uomini l'avevano vista. Avevano visto tutto.

—Alzati, —disse Marco. Lei obbedì, le gambe che tremavano, il piscio che colava sul pavimento.

—Ora, —continuò Marco, —la vescica non è ancora vuota. Vero?

Elena annuì, vergognandosi.

—Allora dobbiamo trovare un posto dove possa finire di fare i tuoi bisogni. Perché in casa non voglio odori di cane.

Aldo rise. —Credo che la cagna abbia già fatto un disastro qui.

—È un tappeto vecchio, —disse Marco, con noncuranza. —Ma per il resto, dobbiamo portarla fuori.

Elena guardò la finestra, la luce del pomeriggio che filtrava. Uscire così? Nuda? Con il collare e la coda?

—Ho un'idea, —disse Marco. —Prendo l'auto. Andiamo in un bosco che conosco, a dieci minuti da qui. È un posto isolato, nessuno ci vede. Li, Elena potrà… finire.

—Nuda? —chiese Elena, la voce sottile.

—Certo. Sei una cagna. Le cagne non si vestono per fare i bisogni.

Aldo annuì, divertito. —Sembra un'ottima idea. Vengo anch'io, se permetti.

—Certo, —disse Marco. —Puoi tenere il guinzaglio.

Elena non riusciva a credere a quello che stava succedendo. Sarebbe uscita di casa, avrebbe viaggiato in auto, e poi sarebbe stata nuda e incatenata in un bosco, con due uomini che la guardavano pisciare.

—Ti prego, Marco, —disse, cercando un ultimo appiglio di dignità. —Almeno in macchina… potrei mettermi un giacchetto…

—No, —disse Marco, fermo. —Le cagne non si vestono. In macchina starai sul sedile posteriore, a quattro zampe, come un cane. Altrimenti non si fa.

Elena abbassò la testa. Sapeva che aveva ragione. Sapeva che ogni obiezione era solo un modo per eccitarsi di più.

—Va bene, —sussurrò.

—Allora andiamo, —disse Marco, prendendo le chiavi.

Aldo tirò il guinzaglio, guidando Elena verso la porta. Lei camminava a quattro zampe, la coda che ondeggiava, il collare che le premeva contro il collo. Sentiva il piscio ancora umido tra le gambe, e l'eccitazione che ricominciava a crescere.

Marco aprì la porta del garage, rivelando una berlina scura. Aprì il portellone posteriore, abbassò il sedile.

—Sali, —disse.

Elena guardò l'interno dell'auto, il vano di carico dove avrebbe viaggiato. Sembrava un trasportino per cani.

—Sali, —ripeté Marco, con un tono più duro.

Lei si arrampicò dentro, a quattro zampe, il corpo che occupava tutto lo spazio. Il pavimento era freddo e duro.

—Brava, —disse Marco, chiudendo il portellone.

Aldo salì sul sedile posteriore, accanto a lei, il guinzaglio ancora in mano. Marco si mise al volante.

Il motore si accese, e l'auto cominciò a muoversi. Elena guardava fuori dal finestrino, il mondo che scorreva veloce, mentre lei era lì, nuda, incatenata, una cagna in viaggio verso il bosco per pisciare davanti a due uomini.

Il viaggio durò meno di dieci minuti, ma sembrarono ore. Ogni curva, ogni sobbalzo, la faceva strusciare contro il pavimento dell'auto. Il collare le premeva contro la gola, la coda si muoveva a ogni movimento.

Finalmente l'auto si fermò. Marco spense il motore, scese, aprì il portellone.

—Siamo arrivati, —disse. —Scendi.

Elena guardò fuori. Il bosco era fitto, gli alberi alti, il terreno coperto di foglie secche. Non c'era anima viva.

—Avanti, —disse Aldo, tirando il guinzaglio. —Scendi.

Elena saltò giù, atterrando a quattro zampe sulle foglie. Il contatto con la terra era strano, primitivo. Il freddo del terreno le penetrava nelle ginocchia.

Marco la guardò, poi si guardò intorno.

—Qui va bene. È abbastanza nascosto, nessuno ci vede.

—Allora, —disse Aldo, il guinzaglio in mano. —Fai i tuoi bisogni, cagna.

Elena esitò. La vescica premeva, ma il pudore era ancora forte.

—Accovacciati, —ordinò Marco. —Come una cagna.

Elena chiuse gli occhi. Poi si accovacciò, le ginocchia piegate, il culo basso, la coda sollevata. La posizione era esatta, perfetta, come quella di un cane che fa i bisogni.

Sentì gli sguardi dei due uomini su di lei. Sentiva l'eccitazione che emanavano, la tensione sessuale che riempiva l'aria.

—Avanti, —disse Marco. —Fallo.

Elena lasciò andare.

Il piscio cominciò a scorrere caldo, un getto che colpiva le foglie secche con un rumore sordo. Il suono era forte, liquido, inconfondibile. Lei guardava il terreno, la pozza che si allargava, l'urina che schizzava sulle sue cosce.

—Cazzo, —mormorò Aldo, la voce roca. —È bellissimo.

Elena sentiva il calore che la lasciava, la vescica che si svuotava. Il getto continuava, lungo, ininterrotto. L'odore acre dell'urina si mescolava all'aria fresca del bosco.

—Guardala, —disse Marco. —Sembra una vera cagna. La posizione, il suono, tutto.

Elena chiuse gli occhi, lasciandosi andare. Il flusso diminuì, poi si fermò. Rimase accovacciata, il respiro affannato, il corpo ancora tremante.

—Brava, —disse Marco. —Sei stata bravissima.

Si avvicinò, le accarezzò la testa.

—Ora, —disse, —torniamo a casa. E forse, dopo, ti meriti un premio.

Elena non sapeva cosa intendesse. Ma sentiva che il gioco stava iniziando a piacerle
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