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Il tarlo della perversione pt.4


di Salina
26.07.2026    |    948    |    2 9.4
"Il tocco di Marco era gentile, quasi delicato, ma sapeva che sotto quella gentilezza c'era il controllo..."
Elena tornò a casa di Marco il giorno dopo, ancora con il ricordo vivo delle sue mutandine nascoste dietro il cuscino del vicino. Era entrata senza bussare, come se ormai fosse un'abitudine, e l'aveva trovato seduto al tavolo della cucina, con una tazza di caffè e un sorriso che prometteva guai.

—Siediti, —disse lui, indicando la sedia di fronte.

Elena obbedì, ma rimase in silenzio per un lungo momento. Poi parlò, con voce ferma ma tremante.

—Marco, dobbiamo parlare. Di limiti.

Lui alzò un sopracciglio, appoggiando la tazza. —Dimmi.

—Questa situazione sta andando oltre. Io… io non voglio che si arrivi a fare qualcosa di reale con Eros. Con il cane vero. È un gioco mentale, deve restare un gioco mentale. Io non farò mai nulla di sessuale con lui. Mai.

Marco la guardò, e per un istante sembrò quasi stupito. Poi sorrise, lentamente, inclinando la testa.

—Elena, pensi davvero che io volessi spingerti a fare sesso con un cane? È una fantasia, una provocazione mentale. Non ho mai avuto intenzione di farti fare qualcosa di reale con Eros. È ovvio che il gioco è tra di noi. La presenza del cane è solo… un catalizzatore.

Lei sospirò, sollevata ma confusa. —Allora perché mi hai fatto scommettere? Perché mi hai mandato dal vicino?

—Perché la trasgressione è mentale. Il brivido di essere nuda sotto il vestito mentre accarezzi un cane che sente il tuo odore. L'umiliazione di lasciare le tue mutandine in casa di uno sconosciuto. Non c'è mai stato bisogno di andare oltre. Sei tu che hai portato la tua mente lì, non io.

Elena rimase in silenzio. Forse aveva ragione. Forse era sempre stato un gioco tra di loro, e il cane era solo un pretesto.

—Quindi… possiamo continuare? —chiese lei, la voce incerta.

—Certo. Ma ora che hai stabilito i tuoi limiti, dobbiamo trovare un altro modo per giocare. Eros non c'è, e non voglio coinvolgerlo davvero. Allora… tocca a te.

—Cosa intendi?

Marco si alzò, andò alla finestra, guardando fuori.
—Il pet play. Tu farai da cagna. Nuda, a quattro zampe, e io ti tratterò come tale. Ma senza sesso. Solo i contatti che si avrebbero tra un cane e il suo padrone. Carezze, comandi, giochi. Niente di più.

Elena sentì un nodo in gola. Era esattamente ciò che temeva e desiderava.

—E se mi tocchi?

—Ti accarezzerò come si accarezza un cane. La testa, la schiena, la pancia. Ma niente dita dentro, niente penetrazione. Solo quello che farei con Eros. Parola mia.

Lei annuì piano.
—Va bene. Quando?

—Ora. Spogliati. Mettiti a quattro zampe sul tappeto del salotto.

Elena si alzò, il cuore che batteva forte. Si sfilò il vestito, poi il reggiseno, poi le mutandine. Rimase nuda, la pelle d'oca che le copriva braccia e cosce. Poi si inginocchiò, appoggiò le mani sul tappeto, e si mise a quattro zampe.

La posizione era umiliante. La figa pendeva scoperta tra le gambe, il clitoride sfiorava l'aria fresca della stanza. I seni oscillavano sotto di lei. Si sentiva vulnerabile, esposta.

Marco le girò intorno lentamente, osservandola come si osserva un animale.

—Buona cagna, —disse, con voce bassa. —Resta ferma.

Lei rimase immobile, il respiro corto. Lui le si avvicinò da dietro, e sentì la sua mano che le accarezzava la schiena, dalla nuca fino alla base della colonna. Il tocco era leggero, quasi impersonale, come si farebbe con un cane.

—Brava, —mormorò. —Hai un pelo morbido.

Elena rabbrividì. Le dita di Marco scivolarono lungo la sua schiena, poi si fermarono sulle natiche. Le palpò leggermente, come si farebbe per sentire la muscolatura di un animale.

—Devi stare più ferma. Una cagna non si agita quando il padrone la tocca.

Lei cercò di rilassarsi, ma ogni tocco le mandava scosse elettriche lungo la pelle. Lui le accarezzò le natiche, poi scese lungo la parte posteriore delle cosce, fino alle ginocchia.

—Alza il bacino. Voglio vedere la tua posizione.

Elena obbedì, sollevando il bacino, inarcando la schiena. La sua figa era completamente esposta, le labbra leggermente aperte. Sentì l'umidità che cominciava a formarsi.

Marco si chinò, osservandola da vicino. —Sei già bagnata. Ma è normale per una cagna in calore. Non significa niente.

Lei arrossì. Lui le toccò la parte interna della coscia con il dorso della mano, come per testare la temperatura.

—Sdraiati. Pancia in su. Voglio vedere come ti comporti quando ti accarezzo la pancia.

Elena si girò lentamente, sdraiandosi sulla schiena, le braccia e le gambe aperte. La figa era rivolta verso l'alto, il clitoride duro e visibile tra le labbra umide. Si sentiva completamente nuda, esposta.

Marco si sedette accanto a lei, e cominciò ad accarezzarle la pancia con movimenti lenti e circolari. Il palmo le sfiorava la pelle, risalendo fino ai seni, poi scendendo fino all'inguine, senza mai toccare direttamente la figa.

—Brava cagna. Resta ferma. Goditi le carezze.

Elena chiuse gli occhi. Il tocco di Marco era gentile, quasi delicato, ma sapeva che sotto quella gentilezza c'era il controllo. Ogni volta che la sua mano si avvicinava al clitoride, si fermava un centimetro prima, per poi tornare indietro.

—Adesso girati di nuovo. Devi dimostrarmi che sai seguire i comandi.

Lei si girò, rimettendosi a quattro zampe. Marco si alzò, andò in cucina, e tornò con un piccolo osso di gomma per cani.

—Prendi. È il tuo premio.

Lo mise sul tappeto davanti a lei. Elena esitò. Prendere un osso di gomma in bocca, a quattro zampe, nuda… la umiliava profondamente.

—Forza. Una cagna prende il premio con la bocca.

Lei si chinò, prese l'osso tra i denti. La gomma aveva un sapore neutro, ma le sembrò di masticare la sua stessa vergogna.

—Brava. Ora posalo.

Lei obbedì. Marco si chinò, le prese il mento, e la guardò negli occhi.

—Vedi? Non c'è niente di sessuale. Solo un gioco. Ma tu sei già eccitata. Lo sento. Lo vedo dalla tua figa che gocciola.

Elena non rispose. Non poteva negarlo.

—Ora, nuova regola, —disse Marco alzandosi. —Ogni volta che verrai qui, sarai nuda. Sempre. Anche se non giochiamo. Sarai la mia cagna. E le cagne non indossano vestiti.

Lei annuì, la testa bassa.

—E quando tornerà Eros… forse ti farò stare a quattro zampe accanto a lui. Ma non succederà niente. Solo tu e la tua immaginazione. La tua perversione.

Elena sentì un brivido caldo scenderle lungo la schiena. Sapeva che Marco stava già iniziando a tessere la sua tela, ma non poteva fermarsi. Era agganciata a quel gioco, alla sua umiliazione, alla sua eccitazione.

—Per oggi basta così, —disse Marco. —Puoi rivestirti. Ma domani tornerai. Nuda, a quattro zampe, pronta a fare la cagna.

Elena si alzò, raccolse i vestiti. Le sue mani tremavano mentre si rivestiva. Il corpo le doleva per la posizione, ma dentro sentiva un fuoco che non si spegneva.

—A domani, —mormorò, uscendo.

Marco la guardò andare via, un sorriso sottile sulle labbra. Il gioco era appena cominciato.
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