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Il Tarlo della Perversione pt.3


di Salina
26.07.2026    |    470    |    1 9.3
"—Eri eccitata mentre parlavi con il vicino? —chiese Marco, prendendole il mento..."
Elena salì le scale che portavano all’appartamento di Marco con il cuore che martellava. Aveva passato tre giorni a rimuginare su ciò che era successo, a rigirarsi nel letto con la mente piena di immagini proibite. Aveva bisogno di rivederlo, di capire, di tornare in quel vortice che la spaventava e la eccitava allo stesso tempo.

Bussò. Sentì i passi dall’interno, la porta si aprì.

Marco era lì, sorridente, in jeans e maglietta nera. Dietro di lui, l’appartamento era silenzioso. Elena gettò uno sguardo veloce dentro, cercando il cane.

Non c’era.

—Eros è dal vicino, —disse Marco, come se le avesse letto nel pensiero. —È il suo padrone, ogni tanto lo riprende per un paio di giorni. Entra.

Elena varcò la soglia, cercando di mascherare la delusione. Il salotto sembrava più vuoto senza quel corpo bianco e nero sul divano. Si sedette, incrociando le gambe.

—Credevo fosse qui, —disse, con un tono che sperava neutro.

Marco chiuse la porta e si sedette di fronte a lei, appoggiando i gomiti sulle ginocchia. La guardò dritta negli occhi.

—Lo vedo dalla tua faccia. Sei delusa.

—Non è vero, —mentì lei, ma la voce le tremò.

—Elena. Ti conosco. Tu speravi di rivederlo. Di ritrovarti in quella stessa situazione. E invece niente.

Lei abbassò lo sguardo, le mani che giocavano con l’orlo della gonna. Indossava un vestito leggero, azzurro, che lasciava scoperte le gambe.

—Forse un po’, —ammise, quasi sussurrando.

Marco si alzò, andò alla finestra, guardò fuori. —Eros abita alla porta accanto. Letteralmente. Ti basterebbe bussare, trovare una scusa. Entrare. Vederlo.

—Cosa? No. Non posso.

—Perché?

—Perché… è strano. Io non conosco quel vicino. Cosa gli dico?

—Qualunque cosa. Hai una mente creativa. Hai già immaginato ben di peggio.

Elena scosse la testa, ma sentì un calore crescerle tra le gambe. L’idea era assurda, e proprio per questo la eccitava.

—Non lo farò.

—Scommettiamo? —Marco si girò, un sorriso crudele sulle labbra. —Se mi dimostri che non sei eccitata all’idea, lasciamo perdere tutto. Io smetto di provocarti, e tu te ne vai. Ma se invece sei bagnata… allora farai tutto quello che dico.

—Cosa? Come faccio a dimostrarlo?

—Semplice. Ti spogli. Mi mostri che non c’è nulla. Se la tua figa è asciutta, hai vinto. Se invece è umida, hai perso.

Elena sentì un nodo in gola. Sapeva già come sarebbe finita. Ma una parte di lei voleva la sfida, voleva quel gioco perverso.

—E se perdo?

—Se perdi, ti spogli di nuovo qui, davanti a me, per conferma. Poi ti rivesti, senza mutandine, e vai a bussare dal vicino. Trovi una scusa plausibile per entrare, saluti Eros, e lasci le tue mutandine lì, da qualche parte, in modo che lui non le trovi subito. Come pegno.

—Marco, è pazzesco.

—È la scommessa. Accetti o no?

Un lungo silenzio. Elena sentiva il cuore battere forte, il respiro farsi corto. Le sue dita strinsero la stoffa del vestito.

—Accetto, —disse, la voce appena un filo.

—Allora spogliati.

Lei si alzò, con le mani tremanti. Si sfilò il vestito sopra la testa, lasciandolo cadere a terra. Rimase in reggiseno e mutandine, una piccola striscia di pizzo bianco. La pelle d’oca le copriva le braccia.

—Toglile, —disse Marco, indicando le mutandine.

Elena obbedì. Le fece scivolare lungo le gambe, restando nuda, il pube scoperto, le labbra della vulva già umide. L’aria fresca della stanza le accarezzò la pelle.

Marco si avvicinò lentamente, i suoi occhi fissi sulla sua figa. Si inginocchiò davanti a lei, senza toccarla, limitandosi a guardare.

—Allora? —disse Elena, la voce rotta.

—Sei bagnata. Luccichi, Elena. La tua fica è gonfia, le labbra sono incollate dall’umidità. Hai perso.

Lei chiuse gli occhi, sentendo una scarica di piacere misto a vergogna. Aveva perso, ma in realtà aveva vinto ciò che voleva.

—Ora, —disse Marco alzandosi, —voglio vederti toccare. Solo un dito. Per conferma.

Elena esitò, poi portò una mano alla sua fessura. Il dito medio scivolò tra le labbra, trovando il clitoride già duro. Lo accarezzò una volta, due, e quando ritirò il dito era coperto di un liquido denso e trasparente.

—Mostra, —ordinò Marco.

Lei tese la mano, e lui prese il suo polso, portando il dito alle sue labbra. Lo succhiò, lentamente, assaporando il suo gusto.

—Sai di desiderio. Di sconfitta. È perfetto.

Elena rabbrividì. Lui lasciò andare la sua mano, poi si girò verso un cassetto. Ne estrasse un paio di mutandine di raso nero, semplici, e le gettò sul divano.

—Mettiti queste. Le lascerai dal vicino. Non avere niente sotto. Quando lui aprirà, tu sarai nuda sotto il vestito. Lui non lo saprà, ma tu lo saprai. E anche Eros, forse, lo sentirà.

Elena indossò le mutandine, poi si rivestì con il vestito azzurro. Il tessuto leggero le aderiva al corpo, senza nulla sotto a proteggerla. Sentiva l’aria sulla pelle nuda, il contatto del vestito che le sfiorava il clitoride a ogni passo.

—Ora, la scusa. —Marco si sedette sul divano, rilassato. —Pensa a qualcosa di plausibile. Devi entrare, salutare il cane, e lasciare le mutandine senza farti vedere.

Elena pensò. Poi un’idea le venne in mente.

—Posso dire che Marco mi ha chiesto di portare un osso a Eros. Un premio. Ho un osso finto a casa, ma… posso dire che l’ho dimenticato. Oppure posso fingere di aver perso qualcosa nel suo appartamento.

—Troppo complicato. Meglio: digli che sei una vicina e hai visto Eros dal balcone, e ti chiedevi se potessi accarezzarlo. Hai sempre amato i cani. È semplice, innocuo. E mentre lo accarezzi, trovi il modo di lasciare le mutandine.

—E se mi chiede perché non ho mai parlato prima?

—Dì che sei nuova, o che lavori sempre, non importa. Non farà domande. Gli uomini non fanno domande quando una donna carina si presenta alla loro porta.

Elena annuì, il cuore in gola. Prese le mutandine di raso nero, le arrotolò, e le nascose nella tasca del vestito.

—Vai, —disse Marco. —E ricordati: non devi essere eccitata. Sei solo una donna che va a fare una visita di cortesia. Ma io so la verità. E quando tornerai, mi dirai tutto.

Elena uscì dall’appartamento, percorse il breve corridoio, e si fermò davanti alla porta del vicino. Il numero civico: 4B. Fece un respiro profondo, poi bussò.

Sentì dei passi, un abbaiare sommesso, poi la porta si aprì.

Un uomo sulla cinquantina, capelli grigi, occhi gentili, maglione beige. Dietro di lui, Eros, il dalmata, scodinzolava riconoscendola forse dall’odore.

—Buongiorno, —disse l’uomo sorridendo. —Posso aiutarla?

Elena deglutì. La sua figa era nuda sotto il vestito, e il cane la stava fissando.

—Buongiorno, mi scusi, sono Elena, abito al piano di sopra… anzi, sono un’amica di Marco, quello della porta accanto. Ecco, stavo passando e ho visto Eros dal balcone… è così bello. Posso… posso accarezzarlo?

L’uomo rise, la porta si aprì del tutto. —Certo, entri pure. Eros è molto socievole. Marco me ne ha parlato, dice che lei è molto gentile.

Elena entrò. L’appartamento era simile a quello di Marco, ma più vissuto, con foto alle pareti e una poltrona di pelle. Eros le venne incontro, annusandole le gambe, il naso che sfiorava il tessuto del vestito proprio all’altezza della sua fica nuda.

Lei sentì un brivido caldo salirle lungo la schiena. Il cane la stava annusando, e lei non aveva mutandine. Sapeva che i cani sentono l’odore del sesso. Si morse il labbro, sperando che l’uomo non notasse nulla.

—Si sieda pure, —disse il vicino, indicando il divano. —Vuole un caffè?

—No, no, grazie, devo solo… Eros è davvero magnifico. Che razza meravigliosa.

Si chinò per accarezzare la testa del cane. Lui si strofinò contro la sua mano, poi infilò il muso tra le sue gambe, annusando più profondamente. Elena irrigidì. Sentiva il naso umido del cane premere contro la stoffa del vestito, proprio dove la sua figa era esposta. Trattenne un gemito.

—Eh, Eros, lascia stare la signora, —disse l’uomo ridendo. —È un po’ invadente, a volte. Ma è buono.

—Non fa niente, —disse Elena, la voce un po’ rotta. —Mi fa piacere. Sì, è buono.

Accarezzò il cane con una mano, mentre con l’altra pescò nella tasca. Le mutandine erano arrotolate in una pallina. Dovette trovare un posto dove lasciarle. Guardò intorno: una poltrona, un tavolino, una mensola. L’uomo era in piedi, ancora sorridente.

—Allora, è da poco qui? Non l’ho mai vista.

—Sì, sono nuova, —disse Elena, mentre fingeva di accarezzare Eros e lasciava cadere le mutandine dietro il cuscino del divano. Fatto. Il cuore le martellava. —Lavoro molto, non ho tempo di conoscere i vicini.

—Capisco. Beh, se ha bisogno di qualcosa, siamo qui. Eros le farà sempre compagnia, se vuole.

—Grazie. È molto gentile.

Si alzò, cercando di non guardare il cuscino. Eros la seguì, annusandole ancora i piedi.

—Arrivederci, Eros, —disse, carezzandogli la testa un’ultima volta. —Sei un bel cane.

—Venga quando vuole, —disse l’uomo.

Elena uscì, chiuse la porta dietro di sé, e si appoggiò al muro del corridoio. Le gambe le tremavano. Il respiro era corto. Si sentiva nuda, esposta, e incredibilmente eccitata.

Tornò da Marco, entrò senza bussare. Lui era ancora sul divano, con un sorriso di trionfo.

—Allora?

—Fatto, —disse lei, la voce ansimante. —Ho lasciato le mutandine dietro il cuscino.

—E lui non ha sospettato?

—No. Mi sono inventata che volevo accarezzare Eros. E lui… mi ha annusato. Sotto il vestito. Sapeva che ero nuda.

Marco rise piano, alzandosi. —Ora vieni qui. Ti sei guadagnata una ricompensa.

Elena si avvicinò, sentendo ancora il calore del naso del cane sulla figa, la vergogna e il desiderio mescolati.

—Eri eccitata mentre parlavi con il vicino? —chiese Marco, prendendole il mento.

—Sì, —sussurrò lei.

—Lo sapevo. Ora togliti il vestito. Devi ricevere ciò che meriti.

Elena obbedì, nuda sotto i suoi occhi, mentre il ricordo di Eros e delle sue mutandine abbandonate in casa di uno sconosciuto la inondava di un piacere proibito.
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