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Il tarlo della perversione pt. 6


di Salina
11.09.2026    |    822    |    3 9.4
"I suoi colpi divennero frenetici, il suo corpo che sbatteva contro di lei con un rumore umido e ripetuto..."
Il mattino aveva un odore di vapore e sapone. La vasca da bagno di Marco era ampia, bianca, con i bordi spessi e un rubinetto a doccia flessibile. L'acqua fumava, riempiendo il bagno di una nebbia calda che appannava lo specchio.

Elena era in ginocchio sul tappetino di plastica, nuda, il collare già allacciato al collo. Tremava, ma non per il freddo. L'eccitazione era una morsa che le stringeva lo stomaco da quando Marco le aveva detto che quella mattina sarebbe stata diversa. Più speciale.

—Salta nella vasca, —disse Marco, con il tono fermo che ormai conosceva bene.

Aldo era seduto sul bordo del water, a gambe incrociate, un sorriso divertito stampato in faccia. Non diceva nulla, ma i suoi occhi seguivano ogni suo movimento.

Elena si arrampicò nella vasca, le ginocchia che scivolavano sulla ceramica bagnata. L'acqua era calda, quasi bollente, e le fece uscire un sospiro.

—Mettiti a quattro zampe, —ordinò Marco. —Le cagne si lavano così.

Lei ubbidì. L'acqua le arrivava al petto, la pancia immersa, il culo sollevato fuori dalla superficie. La posizione era scomoda, esposta, con il sedere puntato verso i due uomini che la guardavano senza pudore.

Marco prese il sapone liquido, lo versò sulla spugna. Poi cominciò a insaponarle la schiena, con movimenti lenti, circolari.

—Brava, —mormorò. —Oggi hai un appuntamento importante. Devi essere pulita. Deve essere perfetta.

—Un appuntamento? —chiese Elena, la voce rotta.

—Sì. Ho contattato una donna su un forum. Un forum per gente come noi. Come te. Anche lei ha una cagna. Anzi, un cane. Un maschio.

Il cuore di Elena accelerò. —Cosa vuoi dire?

—Voglio dire, —disse Marco, spingendo la spugna più giù, lungo la schiena fino alle natiche, —che oggi conoscerai un altro animale. E forse, se sarai brava, potrai anche… giocare.

Elena non capiva. Ma il tono di Marco non lasciava spazio a domande.

La spugna scese ancora, fino alla fessura tra le natiche. Elena sussultò quando la sentì scivolare sull'ano, attorno al buco del plug che non era ancora inserito.

—Solleva il culo, —ordinò Marco. —Più in alto.

Lei obbedì, inarcando la schiena. La posizione era umiliante, il sedere completamente esposto, le labbra della figa che si aprivano sotto lo sguardo dei due uomini.

—Cazzo, —mormorò Aldo. —Sembra una vera cagna pronta per la monta.

Marco rise, poi spinse la spugna tra le natiche di Elena, insaponandola con movimenti ampi. La schiuma colava lungo il perineo, bagnando la figa.

—Apri le gambe, —ordinò Marco. —Più larghe.

Lei obbedì. Le ginocchia scivolarono ai lati della vasca, il sesso completamente esposto.

La spugna di Marco scese, sfiorò le labbra, poi le separò con un movimento deciso. Elena gemette quando la schiuma entrò a contatto con il clitoride.

—Oh, cielo…

—Stai ferma, —disse Marco. —Devo lavarti bene. Tutta.

La spugna cominciò a muoversi sulla figa di Elena con movimenti lenti, circolari. Il sapone rendeva tutto scivoloso, caldo, intenso. Ogni passaggio sulla fica la faceva sussultare.

—Senti come si muove, —disse Aldo, alzandosi per guardare meglio. —Che cagna. Si sta già eccitando.

Era vero. Il clitoride le pulsava, gonfio e sensibile. La spugna di Marco lo sfiorava a ogni passaggio, senza mai fermarsi davvero.

—Ti piace, vero? —chiese Marco, la voce bassa. —Ti piace essere lavata come una cagna.

—S-sì, —balbettò Elena.

—Allora dillo. Dillo ai tuoi padroni.

—Mi piace… essere lavata come una cagna.

—Brava —disse Marco, spingendo la spugna più forte sul clitoride.

Elena gemette, aggrappandosi al bordo della vasca. Le gambe le tremavano, l'acqua ondeggiava attorno a lei.

—Sto… sto per…

—Non ancora, —disse Marco, togliendo la spugna. Il sollievo e la delusione si mescolarono in un gemito.

—Ora —disse Marco, prendendo la doccetta, —risciacquiamo.

Aprì l'acqua. Il getto della doccetta era potente, un flusso concentrato che colpì la schiena di Elena con una pressione decisa. La schiuma cominciò a scivolare via, lasciando la pelle pulita e tesa.

—Resta così, —ordinò Marco. —Ancora a quattro zampe.

Il getto scese, seguì la colonna vertebrale, arrivò alle natiche. Elena sentì l'acqua calda che le scorreva nella fessura, che le bagnava l'ano, che si insinuava tra le labbra.

—Solleva il culo. Di più.

Lei inarcò la schiena, il viso quasi in acqua, il culo puntato verso il soffitto. La posizione era la più esposta che avesse mai avuto.

—E ora —disse Marco, —il risciacquo finale.

Il getto della doccetta si puntò direttamente sulla sua figa.

Elena urlò.

L'acqua calda, a pressione, colpì il clitoride con una forza che la fece sussultare. La sensazione era incredibile, elettrica, opprimente. Il getto non si muoveva, non sfiorava. Colpiva dritto, implacabile.

—Oh, Dio, —gemette. —Oh, Dio, Marco…

—Non muoverti, —disse lui, con calma. —Siamo solo al risciacquo.

Ma non era un risciacquo. Era una tortura. Il getto le martellava il clitoride, la faceva vibrare, la spingeva verso un precipizio che non voleva affrontare da sola.

—Ti prego, —singhiozzò. —Ti prego, non posso…

—Puoi, —disse Aldo, avvicinandosi. —Sei una cagna. Le cagne vengono quando i loro padroni vogliono.

Il getto non si fermò. Anzi, Marco lo avvicinò ancora di più, puntandolo dritto nel punto esatto.

Elena sentì l'orgasmo che saliva, inarrestabile, come un'onda che non poteva fermare. Il clitoride pulsava, il ventre si contraeva, le gambe cedevano.

—Sto per… —gemette, la voce strozzata.

—Vieni, —ordinò Marco. —Vieni come una cagna.

Il getto la spinse oltre il limite.

L'orgasmo la colpì con una violenza che la fece sprofondare nell'acqua, la faccia immersa. Il corpo le si contorse, la figa si contrasse in onde che non finivano mai, mentre il getto dell'acqua continuava a martellare il clitoride, prolungando ogni onda.

Quando Marco finalmente spostò la doccetta, Elena era esausta, ansimante, la testa appoggiata al bordo della vasca. L'acqua si era raffreddata.

—Brava, —disse Marco, accarezzandole la testa. —Sei pronta.

—Pronta per cosa? —sussurrò lei.

—Per il tuo primo incontro con un altro cane.

Parte 2: La Casa della Donna
L'auto si fermò davanti a una villetta tranquilla, con un giardino curato e un cancello in ferro battuto. Elena, rannicchiata a quattro zampe nel vano posteriore, guardava fuori dal finestrino con il cuore che le batteva all'impazzata.

Indossava solo il collare di cuoio, il plug con la coda di volpe infilato nel sedere, e il guinzaglio che Aldo teneva stretto in mano. Per il viaggio aveva indossato un impermeabile lungo, per non attirare l'attenzione. Ma ora, davanti a quella casa sconosciuta, doveva toglierselo.

—Marco, ti prego… —cominciò.

—No, —la interruppe lui. —Qui si fa come ho detto. Le cagne entrano nude. Sempre. Ti ho portato qui per questo.

Aldo aprì il portellone. L'aria fresca del pomeriggio le accarezzò la pelle quando il guinzaglio la tirò fuori.

—Hai l'impermeabile addosso, —disse Marco. —Toglilo.

Elena sfilò l'impermeabile con mani tremanti, restando completamente nuda nel vialetto di casa di una sconosciuta, con la coda di volpe che le usciva dal sedere e il collare che le stringeva il collo.

Marco suonò il campanello.

Una donna aprì la porta. Era sulla cinquantina, capelli corti e grigi, occhi intelligenti. Indossava un abito semplice, ma il suo sguardo era di ghiaccio. Solo che, a differenza di Elena, non aveva nulla di timido.

—Così è la tua cagna? —chiese la donna, guardando Elena da capo a piedi. —Niente male. Peccato che tremi come una foglia.

—È nuova, —disse Marco, sorridendo. —Deve ancora imparare.

—Entrate, —disse la donna, tenendo aperta la porta. —Io sono Livia. E il mio cane arriva tra poco.

Elena entrò a quattro zampe, il guinzaglio in mano ad Aldo. Il salotto era ampio, con tappeti spessi e divani di pelle. Su un tavolino c'erano ciotole d'acqua e un pacco di biscotti per cani.

—Qui, —disse Livia, facendo cenno a un punto al centro del tappeto. —Mettiti lì. E resta in posizione.

Elena si accucciò, a quattro zampe, il culo sollevato, lo sguardo fisso davanti a sé. I due uomini e Livia si sedettero sul divano, parlando di lei come se non fosse presente.

—Quanto tempo hai? —chiese Livia a Marco.

—Sei mesi. Ha fatto progressi, ma le manca ancora qualcosa.

—L'accoppiamento?

—Esatto. Ha bisogno di capire cosa significa essere una vera cagna.

Elena sentì il sangue che le saliva alle guance. Parlavano di lei come di un animale da allevamento.

Una porta si aprì in fondo al corridoio.

—Ecco, —disse Livia, sorridendo. —Ecco il mio ragazzo.

Elena vide un giovane uomo, sulla trentina, biondo, con un corpo snello e atletico. Era completamente nudo. A quattro zampe. E dal suo sedere usciva una coda — non di volpe, ma di cane, un fallo di silicone robusto con attaccato il pelo. Più grande, più realistico di quello che lei indossava.

Il ragazzo si muoveva con una disinvoltura sorprendente. Camminava a quattro zampe come se l'avesse fatto tutta la vita, con movimenti fluidi, naturali. La coda ondeggiava dietro di lui a ogni passo.

Si avvicinò a Elena, fermandosi a pochi centimetri da lei.

—Questo è Rex, —disse Livia. —Il mio maschio. È il mio compagno, il mio animale. Quando lo vedi, non è più un uomo. È un cane. E i cani hanno bisogno di… accoppiarsi.

Rex annusò l'aria. Poi si avvicinò a Elena, infilandole il muso tra i capelli, annusando il collo, le spalle.

Elena trattenne il fiato. Il ragazzo era molto più grande di lei, e il suo corpo emanava un calore intenso. La annusò con attenzione, con metodo, senza fretta.

Poi cominciò a leccarle il collo. Il suo naso scese, esplorò la schiena, la coda di volpe.

—Cosa… —cominciò Elena.

—Silenzio, —la rimproverò Livia. —Le cagne non parlano.

Elena tacque. Rex continuava ad annusarla, a leccarla. Arrivò al fianco, al ventre. Le sue mani non la toccavano — solo il naso, le labbra.

—Senti come le trema la pancia, —disse Rex, in un sussurro che solo lei sentì. —Ho visto molte cagne. Ma tu sei… diversa. Sei fresca. Sei spaventata.

Lei non osò rispondere.

Il muso di Rex scese più giù, oltre il ventre, si insinuò tra le sue cosce. Elena sussultò quando la sentì leccarle la fica.

—Oh…

—Shh, —mormorò Rex, continuando a leccarla con attenzione.

Il suo naso era freddo, ma la lingua era calda, e la passò lungo le labbra, poi sul clitoride.

—Guardali, —disse Livia ai due uomini, con un sorriso. —Stanno imparando a conoscersi.

Elena sentiva gli sguardi dei tre spettatori su di lei, ma l'eccitazione stava prendendo il sopravvento. La lingua di Rex era esperta, sapeva esattamente dove andare. Il suo sesso cominciò a bagnarsi, a gonfiarsi.

—Resta nella posizione, —mormorò Rex. —Non muoverti. Non ancora.

La leccò ancora, per quella che parve un'eternità. Elena sentiva il clitoride che pulsava, la figa che si contraeva — un'erezione femminile, un bisogno animale.

—Ora, —disse Rex, alzando il capo. —Ora alzati il culo. Come fanno le cagne quando sono pronte.

Elena obbedì, spingendo il sedere verso l'alto, la coda che ondeggiava.

—Brava, —disse Marco, dal divano. —Finalmente hai capito.

Rex si posizionò dietro di lei. Il suo sesso era duro, gonfio, rosso. Lo strofinò contro la coda di volpe, contro le natiche di Elena, prima di puntarlo verso l'ingresso della sua figa.

—Ti prego, —sussurrò Elena, senza sapere cosa stesse chiedendo.

—Prego cosa? —chiese Rex, la voce bassa.

—… la monta.

Un brivido percorse la stanza. Marco e Aldo risero; Livia annuì con soddisfazione.

—Bene, —disse la donna. —Il mio cane ti concederà questo onore. Vai, Rex.

Elena sentì la punta del membro di Rex che premeva contro la sua fica. Poi, con un movimento secco, lui spinse.

Il pene entrò d'un colpo, pieno e duro. Elena gemette, un suono animale che non le apparteneva.

Rex cominciò a muoversi. Non come un uomo — no. Con spinte rapide, brevi, violente, il suo pene che si ritirava quasi completamente prima di rientrare con forza brutale. Il suo respiro era affannato, le sue mani — che non dovevano toccarla — premevano sui suoi fianchi per tenerla ferma.

—Guarda come la monta, —disse Livia, con orgoglio. —Na vera bestia.

Elena sentiva ogni spinta alla radice, la testa del pene che sbatteva contro il suo collo dell'utero, la figa che veniva allargata e riempita senza pietà. Il tappeto le graffiava le ginocchia, le braccia cedevano sotto il peso del corpo.

—Più forte, —disse Marco. —Voglio vedere la vera monta.

Rex accelerò. I suoi colpi divennero frenetici, il suo corpo che sbatteva contro di lei con un rumore umido e ripetuto. La coda di volpe di Elena si muoveva a ogni spinta, oscillando come quella di una vera cagna in calore.

E Elena — Elena la sentiva. Il piacere cresceva dentro di lei, un fuoco che le scioglieva i muscoli, la faceva sciogliere. Il suo corpo si muoveva contro le spinte di Rex, il suo culo che si alzava per ricevere ogni penetrazione.

—Ti sta prendendo, —mormorò Aldo, avvicinandosi per guardare. —Ti sta prendendo come una cagna.

Era vero. Rex la stava pressa da dietro, senza guardarla in faccia, senza baciarla, senza parlarle. La trattava come un corpo, come un animale, come una femmina da montare.

Elena sentì l'orgasmo che saliva, mescolato all'umiliazione e alla vergogna. Il suo corpo stava per venire, nonostante tutto.

—Sto per… —singhiozzò.

—Non ancora, —disse Rex, con un ringhio, afferrandole i fianchi. —Il maschio viene prima delle femmine. È così che funziona.

Rallentò, costringendola a soffrire. Ogni spinta era più lenta, più profonda, più calcolata.

Elena vide le sue stesse lacrime sul tappeto. Non sapeva se piangere o pregare.

—Ora, —disse Rex, con un ringhio di piacere. —Ora.

Le spinte ripresero, violente, rapide, frenetiche. Elena sentì il pene che pulsava dentro di lei, gonfio, caldo, e poi — un getto di liquido che riempiva la sua figa, il seme di Rex che si riversava dentro di lei mentre la cavalcava con l'ultimo colpo.

Il suo corpo tremava tutto, le gambe che cedevano.

Solo dopo, quando Rex si ritirò lentamente, lasciando che il suo pene scivolasse fuori dalla figa di Elena con un suono bagnato, lei si rese conto che stava venendo anche lei.

L'orgasmo la colse mentre era a quattro zampe, il corpo di Rex ancora accanto al suo, il culo che vibrava. Il piacere si sparse come un'onda, senza violenza, senza rumore — solo un profondo, intenso, animale rilascio.

—Brava, —disse Marco, alzandosi. —Sei stata una brava cagna.

Elena giaceva sul tappeto, ansimante, il seme di Rex che le colava tra le gambe.

La donna, Livia, si avvicinò e le passò una mano tra i capelli.

—Hai un buon cane, —disse a Marco. —Potrebbe addirittura sopravvivere a uno dei miei incontri.

Marco sorrise. —È solo questione di tempo.
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