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L’Attico del Desiderio: resa totale (parte 3)


di Bat23
23.11.2025    |    791    |    2 8.7
"La presi con fermezza, la posi in una posizione che le permettesse di ricevere tutto il mio piacere..."
Il tanto atteso giorno arrivò.
Milano era ancora fresca del mattino quando uscì di casa.
Sulla soglia, Enrico la guardò come se sapesse tutto — e in effetti lo sapeva.
Le sorrise, un sorriso diverso, consapevole, quasi partecipe.
Gli si avvicinò piano, gli prese il viso tra le mani e gli lasciò un bacio lento, dolce, quasi un ringraziamento.
Enrico rimase lì, fermo, con quell’espressione che mescolava accettazione e desiderio di rivederla tornare con quella luce negli occhi che solo lui riusciva ad accenderle.
Quando il taxi arrivò, Elisa salì senza voltarsi, perché sapeva che se lo avesse fatto avrebbe mostrato troppo.
E già così, le mani le tremavano. Le ginocchia, anche. Il respiro pure.
Il tragitto fino a Linate fu un tormento dolcissimo. Non vedeva l’ora. Non riusciva a stare ferma. Ogni vibrazione dell’auto l'attraversava come un promemoria del motivo per cui stava volando verso dove promise qualche settimana prima in quell’sms dopo la notte in albergo.
Il telefono nella borsa sembrava pulsare contro il fianco, come se contenesse ancora quel messaggio che aveva mandato dalla vasca. Ogni semaforo rosso era un insulto, ogni curva un anticipo di quello che avrebbe provato poche ore dopo.
In aeroporto tutto filò stranamente liscio: il controllo bagagli, l’imbarco, il volo. Quando nell’aereo ormai in discesa il comandante annunciò che il volo era in orario, lei chiuse gli occhi e sorrise come una donna che sapeva esattamente cosa l’aspetta.
Atterrò a Cagliari con il cuore che batteva più forte della turbina dell’aereo che ormai rallentava. I suoi tacchi risuonarono nel corridoio dell’hangar con un ritmo che pareva già un avvicinamento. Poi mi vide.
Stavo lì, in mezzo agli arrivi, appoggiato alla ringhiera, con un cartello bianco e la scritta nera, netta: "iltuosognosegreto" – la password del gioco capace di tenerli uniti da quando uscì dalla notte in albergo.
Lei si fermò un istante. Un secondo soltanto. Il tempo di un brivido lungo la schiena. Poi avanzò. Decisa. Sicura. Accesa.
Quando mi raggiunse, il saluto non fu un abbraccio. Fu qualcosa di più: un avvicinamento lento, denso, come se i nostri corpi già sapessero come continuare una storia lasciata in sospeso da poche ore.
Le sfiorai la schiena con una mano, minima, quasi impercettibile. Trattenne un respiro — e quello fu il vero saluto.
Andando verso l’uscita, da fuori sembravamo due persone qualsiasi che si rincontrano. Dentro, ogni passo era un invito. Un richiamo. Un anticipo.
Arrivati alla portiera del taxi lei mi sfiorò il polso con le dita, solo un attimo. Ma bastò. Quando il tassista chiuse la portiera, gli diedi l’indirizzo con voce decisa: «Via del Peccato 69, sa dov’è?».
Per un istante il tassista sollevò lo sguardo dallo specchietto. Sorrise. «Chi non conosce la via inn di Cagliari… ». Elisa incrociò il mio sguardo e il sorriso che le attraversò le labbra fu quasi una confessione.
Il taxi ripartì. Seduti dietro, la città scorreva fuori dal finestrino, ma nessuno dei due guardava davvero.
Le ginocchia si toccavano. Ogni sussulto della strada vi avvicinava un po’ di più. Respirava appena più forte.
Le parlavo all’orecchio, con la voce bassa, sfiorando la pelle senza toccarla davvero. Le mie parole erano semplici, ma il tono… Il tono diceva tutto.
Lei chiuse gli occhi un istante. Il labbro inferiore tremò. Il respiro cambiò ritmo. Una tua mano, posata sulla sua coscia, non salì. Non scese. Rimase lì. Ferma. Decisa. Presentissima.
E fu quell’immobilità, più di qualsiasi movimento, a farle cedere appena le spalle. A farle schiudere le labbra. A farle emettere un sospiro così lieve che lo sentiste solo voi due.
Il tassista guardava avanti. L’aria, però, dentro quell’abitacolo, vibrava. Lei non mi disse nulla. Ma il modo in cui inclinò il bacino verso di te… Quello sì che parlò.
In certi momenti mi guardava come se avesse fame. In altri, come se stesse trattenendo un desiderio che non vedeva l’ora di lasciar uscire.
Arrivammo davanti al mio palazzo dopo un tragitto troppo breve, o forse troppo intenso per percepirlo davvero. Pagai la corsa: «Grazie, Tenga il resto». «Buona serata… anche se direi che non ne avete bisogno».
L’auto ripartì e il silenzio che seguì fu carico come una corda tesa.
Davanti a lei si ergeva il mio palazzo: signorile, moderno, facciata chiara e linee eleganti. Le luci calde delle scale filtravano dai vetri satinati dell’ingresso. Elisa lo osservò per un attimo, come se volesse memorizzare ogni dettaglio — o forse solo convincersi che tutto ciò stesse davvero accadendo.
Salimmo sino all’attico con l’ascensore panoramico. Durante la risalita, non ci toccammo. Ma l’aria tra noi era così densa che pareva un contatto continuo, invisibile.
Quando le porte si aprirono, un profumo la avvolse subito: note di legno caldo e vaniglia. Davanti a lei, il corridoio d’ingresso era illuminato soltanto da una fila di candele, poste a distanza regolare, come un sentiero preparato apposta per il suo arrivo. Le fiamme tremolavano disegnando riflessi dorati sulle pareti bianche, come se invitassero a entrare più che a camminare.
«Benvenuta» le sussurrai dietro l’orecchio, senza toccarla. Eppure la vidi rabbrividire.
Ogni passo che faceva tra le candele sembrava un rito. Una scelta. Una resa.
Il salone dell’attico era immerso in una luce morbida: tende leggere, vista su Cagliari illuminata, musica bassa, quasi impercettibile, come un respiro lieve.
Sul tavolo, un vassoio con delle bollicine già stappate, due calici sottili, e petali sparsi senza esagerazione, come se nulla fosse casuale ma neppure forzato.
Lei guardò tutto attorno, poi me. Negli occhi aveva un misto di sorpresa e desiderio puro. «Tu…» La voce le tremò un poco. «Tu sapevi esattamente cosa avrei voluto trovare».
Io mi avvicinai piano, lento, lasciandole il tempo di percepire ogni centimetro che ci separava svanire. Non la toccai. Non ancora.
Il modo in cui respirava, però, diceva già tutto. E quando mi fermai davanti a lei, così vicino da sentire il suo respiro sulla mia gola, non misi una mano addosso.
Le dissi soltanto, con voce che le sfiorò la pelle: «Questo è solo il preludio.»
La accompagnai verso la terrazza, restando all’interno del salone, davanti a quella vetrata panoramica.
Le luci sono basse, ma oltre il vetro, l’attico si apre sul panorama più incredibile che Cagliari possa offrire: il lungomare del Poetto, tutto un filo di lampioni che si riflette sull’acqua come una collana d’oro sparsa sul mare.
Più lontano, i piccoli punti luminosi delle barche oscillano piano, a causa del loro tremolio danza sulle onde, creando un mosaico vivo, ipnotico.
Elisa si ferma davanti a quel quadro. Si appoggia con una mano alla vetrata, come se il mare la stesse chiamando da sotto.
«È incredibile…» sussurra. Ma non sta solo parlando del panorama. La sua voce lo tradisce.
Mi avvicino lentamente alle spalle, senza toccarla. L’aria si fa elettrica, pesante, come se l’attico intero trattenesse il fiato.
Poi, con una decisione che non ha bisogno di annunci, la prendo per un braccio e la porto con me fuori, nella terrazza.
Il vento leggero le muove i capelli, le sfiora la nuca, le incide un brivido lungo la schiena. Il Poetto scintilla ai nostri piedi. Siamo soli nel buio privato dell’attico, sotto un cielo vellutato, con la città che respira piano attorno.
La prendo per il viso. Il mio bacio arriva come un’onda che si infrange: profondo, totale, affamato.
Lei risponde senza esitazioni, le mani che cercano spazio tra la mia camicia, tra la mia schiena, tra ciò che ancora le è concesso toccare.
È un bacio che non lascia vie di fuga. È un bacio che non porta parole, solo promesse.
Quando le labbra si staccano, la giro lentamente verso la ringhiera. Le mie mani scorrono sulle sue braccia.
Le dita si intrecciano alle sue, guidandola fino al metallo freddo.
«Appoggiale qui». La mia voce è bassa, tagliente. Lei obbedisce. Le mani si chiudono sulla ringhiera. Le spalle si rilassano, ma la schiena… si inarca appena. È il linguaggio più sincero che una donna possa pronunciare senza parlare. Mi avvicino al suo corpo.
In quel balcone, tra il buio del cielo e il luccichio del mare, la tensione fra noi diventa una cosa viva.
Palpabile. Incontenibile.
Il vestito le si muove contro le cosce, trema leggermente per il mio respiro alle sue spalle. Lo sollevo da sotto, lento, inesorabile, sicuro, come se stessi scoprendo un segreto già mio da tempo.
Lei inspira forte. Il vento si infila nella sua pelle nuda. E la sua pelle reagisce.
Portai le mie mani sulla sua schiena, facendo una leggera pressione verso il basso. Il suo corpo reagì immediatamente, come se mi avesse riconosciuto ancora prima di sentirmi.
Lento, inesorabile, la avvolsi con una presa ferma sui fianchi, guidandola nella posizione esatta in cui la volevo.
Mi piego su lei, sino a quando la mia bocca sfiora il suo collo. Il suo gemito — soffocato, teso, impossibile da trattenere — si perde nel rumore lontano delle onde.
Era lì, le mani ancora strette alla ringhiera. La schiena che si arcuava, la linea delle spalle che tremava impercettibilmente sotto la mia bocca. Quando la mia mano risalì lungo la sua coscia, il suo gemito fu un soffio che tradì tutto ciò che stava trattenendo.
Non servivano parole. Il suo respiro cambiò ritmo — divenne più corto, più urgente. Il suo corpo parlava per lei.
Il primo movimento fu lento, profondo, deciso. Un’onda che partì dalla mia mano sui suoi fianchi e attraversò tutto il suo corpo, lasciandola senza fiato.
Si irrigidì un istante, come se il mondo intero avesse trattenuto il fiato con lei. Poi si sciolse.
Le sue dita strinsero la ringhiera così forte che le nocche divennero bianche. Il vetro tremò sotto di noi, leggermente, come se partecipasse al ritmo che stava crescendo.
I miei colpi divennero più intensi. Non veloci: precisi, calibrati per farla cedere, per farla perdere.
Il suo respiro si spezzava a intervalli pieni di elettricità, e ogni volta la sua schiena si inarcava di più, come se cercasse di soddisfare una fame impossibile da contenere.
«Guarda il mare» le sussurrai all’orecchio. Lei lo fece.
Le luci tremolanti delle barche divennero un mosaico sfocato davanti ai suoi occhi mentre la tenevo stretta, mentre il suo corpo seguiva il ritmo che le imponevo.
Il suo primo gemito vero — quello che non era più possibile trattenere — arrivò spezzato, quasi incredulo.
Affondò le unghie nella ringhiera. Le gambe iniziarono a tremare. La presi più forte, guidandola con fermezza quando il suo corpo rischiò di cedere.
Annaspò un “sì” appena udibile, inclinando il bacino per accogliermi ancora più profondamente in quel gioco di tensione che bruciava tra noi.
Il vetro sotto di lei si appannava, segnato dal calore dei suoi movimenti. La terrazza diventò un piccolo universo isolato: solo noi, il nostro ritmo, il nostro respiro, i nostri corpi che si rincorrevano senza tregua.
Quando il suo orgasmo arrivò — inevitabile, violento, devastante —sentì come un’onda che si infrange di colpo contro la costa.
Un singhiozzo trattenuto, un grido soffocato nella notte, il corpo che si tendeva tutto insieme, come se fosse attraversato da una scossa.
Il cristallo sotto di lei tremò. Il suono del suo piacere rimbalzò contro il cielo.
E un attimo dopo, in un sussulto improvviso, la vidi cedere, completamente, con quella intensità liquida e incontrollabile che le apparteneva solo nei momenti in cui non aveva più alcuna maschera.
Il vetro della terrazza si segnò in un attimo, colpito dal frutto del suo piacere. La sua resa si disegnò lì, visibile, luminosa come un riflesso d’argento.
Lei si lasciò andare contro di me, ansimando, le mani ancora strette alla ringhiera, il corpo che tremava senza riuscire a fermarsi.
Io la tenni, dominandole il ritmo fino agli ultimi spasmi, finché non sentii che stava tornando a respirare davvero.
Poi le presi il volto, la girai verso di me e la baciai. Un bacio completamente diverso dal primo. Non promessa, non desiderio. Conquista.
E lei — ancora tremante, ancora sciolta contro il vetro — rispose con una dolcezza feroce, come se quel bacio fosse l’unico appiglio possibile in mezzo a quello che aveva appena vissuto.
La fissai negli occhi e le chiesi: “dimmi chi sei”. E lei con voce decisa: “la tua troia”.
Con voce decisa dissi: “ti sei meritata un premio”.
La riporto dentro ancora tremante, ancora segnata dall’onda che l’ha attraversata sulla terrazza.
Il salone è immerso in una luce più bassa, più calda, e solo adesso lei lo vede.
Sul tavolo, al centro esatto della stanza, posato come un oggetto sacro: il collare.
Nero, elegante, lucido. Il simbolo di ciò che avevamo sempre sfiorato… e che ora, quella notte, stava per diventare reale.
Lei si ferma. Il respiro le si blocca in gola. Lo sguardo le cade sul collare e rimane lì, immobile, come se una corrente invisibile le avesse attraversato la spina dorsale.
Io non dico niente. Vado verso il tavolo, lentamente, come se stessi compiendo un rito antico. Lo prendo. Lo sollevo. Lei vede il modo in cui lo tengo tra le dita — fermo, sicuro — e il suo corpo reagisce prima ancora che la mente comprenda.
Fa un passo verso di me. Gliene impedisco un altro. La guardo. Lei capisce subito.
Si avvicina solo quando la chiamo con un cenno del dito. E quando arriva a un soffio da me, inclina il collo con un gesto istintivo, quasi animalesco, come se fosse nata per farlo.
L’eccitazione che la scuote è palpabile. La sua pelle è calda, vibrante, tesa. Aggancio il collare attorno al suo collo con un gesto lento, preciso. Il clic della chiusura è più erotico di qualsiasi gemito.
Il suo respiro cambia immediatamente. I suoi occhi diventano lucidi. Il suo corpo cede all’impulso più profondo: appartenere.
«Da questo momento» mormoro sfiorandole l'orecchio, «tu segui solo me».
Lei annuisce. Un cenno piccolo, sottomesso, potentissimo.
La porto verso la camera. All’ingresso la blocco. Le indico il pavimento con la punta delle dita. Lei scende. Senza discutere. Senza esitazione. Le sue mani toccano il parquet caldo, le ginocchia seguono, la schiena si curva: un’offerta silenziosa.
Ho segnato un percorso. Piccoli segni, oggetti, dettagli che solo lei può capire. Una linea di indizi che la conducono più vicina a me, passo dopo passo, gesto dopo gesto.
Il suo avanzare a quattro è lento, concentrato… e ogni spostamento del suo corpo è un atto di resa.
La guardo dalla soglia del letto. La luce radente fa brillare il collare e il suo respiro corto riempie la stanza.
Quando arrivò all'ultimo segno, solleva lo sguardo. Sono lì. Disteso sul letto. Nudo. Con in mano ciò che le ha causato quell’onda infranta non sugli scogli ma dentro le sue carni.
Completamente esposto al suo sguardo, al suo desiderio, al suo ruolo. La mia mano si muove lenta, provocatoria, piena di controllo. Lei lo vede. E perde un battito. Poi un altro.
Le sue labbra si schiudono senza parole. La sua eccitazione la attraversa come una scossa. Il collare sale e scende con i suoi respiri rapidi. Ogni fibra del suo corpo dice una sola cosa: pronta a obbedire.
Io non dico ancora di avvicinarsi. La lascio lì. A guardare. A desiderare. A capire che ogni movimento dipende da un mio cenno.
La tensione tra noi diventa quasi fisica. E quando finalmente schiudo due dita per chiamarla verso di me, il modo in cui si muove — lento, obbediente, tremante — è più erotico di qualsiasi atto esplicito.
Mi avvicinai lentamente, la guardai negli occhi, il respiro già accelerato. Le indicai il cassetto e lei lo aprì con mani tremanti. Dentro, gli oggetti: una benda, le corde, una serie di plug. Li prese e me li porse con reverenza, come fossero un dono sacro.
Dopo averla posata sul materasso, presi la benda e le legai gli occhi con precisione. Il buio totale accentuava ogni sua sensazione: il minimo tocco diventava un’esplosione di piacere, ogni respiro era amplificato.
Le corde ora la tenevano ferma, i polsi sopra la testa, le gambe leggermente divaricate: completamente sotto il mio controllo.
Le porsi i plug davanti, e lei lo prese con mani tremanti, non vedeva ma li tastava, scelse il più grande.
Glielo inserii lentamente, sentendo i suoi piccoli sobbalzi e gemiti soffocati. Ogni contrazione, ogni tremito, era una conferma della sua resa totale.
Cominciai a giocare con il suo corpo: toccandola, sfiorandola appena, alternando movimenti decisi a pause prolungate. La stimolazione aumentava e diminuiva senza prevedibilità, impedendole di raggiungere l’orgasmo. Ogni gemito trattenuto, ogni piccolo movimento del bacino, mi eccitava ancora di più. Lei tremava sotto il mio controllo, il corpo completamente mio, il respiro affannoso e gli occhi bendati che riflettevano fiducia e desiderio.
Ripetei la sequenza per almeno dieci volte: la accarezzavo, le impedivo di cedere fermandomi quando pensava di esplodere, la osservavo implorare silenziosamente. Ogni volta che pensava di poter godere, mi fermavo, lasciandola in attesa, frustrata e affamata.
Solo un momento la sentii dire: «ti prego…» la mia replica fu netta: «quando sarà il momento giusto».
La sua eccitazione cresceva esponenzialmente, il corpo teso, il petto che si sollevava e abbassava con affanno, le corde che imprigionavano ogni movimento.
Poi decisi che era il momento di liberare tutta la tensione accumulata. La presi con fermezza, la posi in una posizione che le permettesse di ricevere tutto il mio piacere. Mi accertai che fosse completamente pronta, bendata e legata, e mi abbandonai dentro di lei, sentendo ogni contrazione, ogni tremito. La sua bocca si aprì in un gemito soffocato, le mani legate e il corpo completamente mio.
Gli orgasmi arrivarono in una sequenza inarrestabile e continua, ogni contrazione e ogni gemito si susseguivano senza sosta. Il plug amplificava ogni spasmo, rendendo ogni suo movimento più intenso, più viscerale.
Rimanemmo così per minuti che sembravano ore, il piacere dilatato all’infinito. Io stesso sentii salire l’esplosione: senza ritegno, senza freni, mi lasciai andare completamente, liberando tutto ciò che avevo trattenuto.
Quando finalmente ci calmammo, la posai delicatamente sul materasso. Il suo corpo tremava ancora, il respiro era affannoso, le corde e la benda avevano reso ogni sensazione più intensa, e lei era completamente mia, completamente sottomessa. Gli occhi chiusi sotto la benda, il corpo ancora pulsante, la testa leggermente piegata all’indietro: era il quadro perfetto della nostra dinamica.
Dopo averla lasciata riposare un attimo, presi un nuovo plug, più grosso, e glielo mostrai con un sorriso carico di dominio abbassandole un attimo la benda.
Lei annuì tremante, il corpo ancora scosso dagli spasmi precedenti. Lo inserii lentamente, sentendo ogni sua contrazione reagire alla presenza invadente. Ogni gemito soffocato, ogni tremito, era una conferma della sua totale sottomissione.
La ruotai sul letto, la posi a quattro zampe, e con la benda sugli occhi percepivo solo i suoi respiri affannosi e i muscoli tesi sotto le mie mani. Guidandola lentamente, ogni passo era un percorso di anticipazione, ogni tocco una promessa di piacere e controllo.
Presi nuovamente possesso del suo corpo completamente. Il nuovo plug se possibile amplificava ancora di più i miei movimenti dentro lei.
In quella parete sottile che separa il suo sesso con il suo ano la mia curva faceva in modo che il mio glande sfregava sull’acciaio freddo dentro lei.
Era lì per me. Ero lì per lei. Per il suo piacere. Ed ogni mio pensiero era rivolto a questo.
Squirtò violentemente dentro nel poco spazio libero. All’ennesimo spasmo schizzò fuori e lungamente sul lenzuolo, le mani ancora legate, il respiro affannoso e il corpo tremante. Mi lasciai andare senza ritegno, la sentii contrarsi intorno a me, il suo piacere dilatato all’infinito, la mia eccitazione completamente liberata.
Il silenzio dopo il piacere era denso, quasi palpabile. La osservai respirare, ogni piccolo tremito, ogni gemito residuo, e sorrisi. Ogni dettaglio di quella scena confermava la nostra dinamica: io dominatore, lei totalmente sottomessa, entrambi completamente appagati.
Con calma, le accarezzai i capelli e le labbra, sentendo ancora i residui di eccitazione pulsare tra di noi. «Brava», le mormorai, e lei rispose con un gemito basso e contento, un suono che era insieme gratitudine e desiderio di continuare a donarsi.
Dopo averla lasciata godere del primo orgasmo controllato, decisi di alzare ulteriormente il livello. Presi il bull whip appoggiato sul comodino e lo sfiorai delicatamente sulla sua pelle, facendola sobbalzare ad ogni fruscio nell’aria. Ogni colpetto leggero e calibrato la fece tremare, amplificando la sua eccitazione mentre i gemiti le uscivano quasi controvoglia, trattenuti dalla benda sugli occhi. Il controllo era completamente mio, e lei lo percepiva in ogni fibra del corpo.
Poi passai al paddle, che prelevai con mano ferma. Le colpii le natiche con ritmo crescente: ogni impatto decise e calibrato faceva risuonare il corpo contro il letto, provocando un mix di dolore eccitante e desiderio ardente. La sua pelle si arrossava e il tremito diventava più intenso; il plug che ancora indossava amplificava ogni contrazione interna, ogni spasmo del corpo che si irrigidiva al mio comando.
Dopo vari minuti di gioco intenso, decisi che era il momento di portare il tutto al culmine. Le sfilai il plug lentamente, godendomi il tremito improvviso di vuoto e desiderio che ne seguì.
La sentii ansimare, tremare, ogni fibra del corpo pronta per l’atto successivo. Con il mio membro ancora completamente eretto, la posizionai con cura davanti a me, il suo corpo ancora umido e caldo dall’uso precedente.
La penetrai dietro con decisione, ogni movimento calibrato per farla esplodere senza ritegno. Il suo corpo si contorceva sotto di me, le mani affondate nelle lenzuola mentre il respiro diventava irregolare, i gemiti sempre più forti e incontrollabili. La dominazione era totale: ero dentro di lei, dietro, controllando ritmo, profondità e intensità, mentre lei si abbandonava completamente al piacere che le somministravo.
Non ci furono pause. Accelerai fino a sentire il suo orgasmo esplodere in un’altra ondata di orgasmi multipli, il corpo che si irrigidiva e tremava completamente sotto di me. Le contrazioni la fecero crollare sul letto, mentre continuavo a muovermi senza trattenere nulla.
Il flusso del mio seme dentro di lei segnò il culmine finale: lunga, intensa, senza interruzioni, mentre sentivo ogni spasmo del suo corpo reagire al mio possesso totale.
La lasciai completamente libera. Le sfilai la benda dagli occhi, le tolsi le corde e ogni altro strumento usato, osservando il suo volto ancora arrossato, gli occhi lucidi e il respiro affannoso. Ogni tensione accumulata, ogni spasmo e tremito lentamente si sciolsero sotto le mie mani.
La presi tra le braccia, abbracciandola con forza ma con delicatezza, sentendo il calore del suo corpo contro il mio. Rimasi a stringerla, a godere della sua vicinanza, del suo respiro ancora irregolare, del suo corpo ancora pulsante di piacere e abbandono.
Con un sorriso complice e autoritario le chiesi: «La mia troia ha gradito?».
Lei, ansimante e soddisfatta, mi guardò negli occhi e rispose piano, con dolcezza e gratitudine: «La tua troia ringrazia».
Rimanemmo così, abbracciati, avvolti dal calore e dal silenzio che seguiva un gioco perfettamente concluso, consapevoli entrambi di ciò che avevamo condiviso, dell’intensità vissuta e del legame creato tra dominio e resa.
Rimanemmo ancora abbracciati, respirando insieme il silenzio denso di piacere e complicità. Lei, con un filo di voce e un sorriso timido ma radioso, disse: «Tre settimane fa pensavo che la sottomissione fosse solo far usare il LoveLush a un estraneo… oggi ho scoperto cos’è davvero».
Io la guardai negli occhi, con calma autoritaria e un sorriso malizioso: «Tutto ciò solo per il tuo piacere».
Lei annuì, lentamente, con reverenza e felicità, il volto illuminato dalla soddisfazione e dalla promessa di ciò che le dissi e che ancora ci aspettava.
Rimasti così, tra carezze leggere e respiri ancora intrecciati, ci lasciammo cullare dalla stanchezza. Il calore dei nostri corpi, la vicinanza, il ritmo dei battiti che si accordavano tra loro, ci accompagnarono lentamente nel sonno.
E mentre il mondo fuori continuava a muoversi, noi ci addormentammo, avvolti l’uno nell’altra, in un abbraccio che sapeva di complicità, desiderio e quiete perfetta.
Bat23

Ps: questo racconto è la terza parte della serie preceduta da "Occhi di Ghiaccio (parte 1) e "Le regole del gioco (parte 2)". Se vi è piaciuto il racconto, lasciate un commento ed esprimete un voto.

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