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Miss Elena (parte 1…ps)


di Membro VIP di Annunci69.it PensieroStupendo80
06.08.2026    |    714    |    5 9.6
"Godette a lungo della sua sofferenza controllata, spingendosi fino in fondo, tirando la catenella, sculacciandolo quando voleva, tenendolo esattamente dove lo voleva: aperto, umiliato, e ancora..."
Aveva cinquantaquattro anni e il corpo di una donna che non aveva mai smesso di comandare. Elena si muoveva per la stanza in collant neri, reggiseno di pizzo scuro e niente altro. I seni pieni, pesanti, ancora sodi, le cosce forti, il sesso rasato e già umido. Sapeva di essere desiderata. Lo vedeva negli occhi di Marco, in ginocchio sul pavimento di legno, nudo, le mani dietro la schiena.
Il suo cazzo era ancora morbido. Caduto, inutile, contro la coscia. Come doveva essere.
Elena si fermò davanti a lui e lo osservò a lungo, in silenzio. Non toccò. Non parlò. Lasciò solo che il tempo passasse, che l’imbarazzo crescesse, che lui sentisse il peso del suo sguardo sulla propria carne floscia.
«Alza lo sguardo», ordinò finalmente, voce bassa e ferma.
Marco obbedì. Aveva trentotto anni, un corpo atletico, ma in quel momento era solo un cane. Un cane che non aveva nemmeno il permesso di essere eccitato.
Lei si avvicinò, gli passò le dita tra i capelli e li strinse con forza, forzandogli la testa all’indietro. Lo tenne così per diversi secondi, guardandolo negli occhi mentre con l’altra mano scendeva lenta lungo il suo petto, il ventre, fino a sfiorare il cazzo ancora morbido. Lo sollevò tra due dita, lo lasciò ricadere, e sorrise.
«Guarda quant’è patetico. Nemmeno duro. E pretendi di leccare la figa della tua Padrona?»
«Sì, Padrona… scusa…»
«Non scusarti. Resta così. Morbido. Non ti azzardare a indurirti finché non te lo ordino. Se ti sento diventare duro senza permesso, stasera paghi.»
Marco deglutì. Il cuore gli batteva forte, ma il cazzo restava molle, costretto dalla sua volontà e dalla paura di disobbedire. Elena gli strinse ancora i capelli e lo costrinse a restare con la gola esposta, mentre camminava lentamente intorno a lui, facendolo aspettare. Ogni tanto gli sfiorava la nuca, le spalle, le natiche, ma mai il sesso. Lasciava che l’attesa lo divorasse.
Si sedette sulla poltrona di pelle, aprì le gambe e restò immobile. Non gli fece cenno. Lo lasciò in ginocchio, a guardare la sua figa umida da lontano, a respirare l’odore che cominciava a spargersi nella stanza.
Passarono minuti. Lenti. Silenziosi. Solo il suono del suo respiro e del suo.
«Striscia», disse infine. «Ma non toccarmi. Solo annusa.»
Marco strisciò in avanti sulle ginocchia finché il suo volto non fu a pochi centimetri dalle cosce di lei. L’odore era forte, muschiato, caldo. Elena non lo premette. Lo tenne lì, a respirarla, a soffrire, mentre il suo cazzo restava ancora morbido, tremolante di frustrazione.
Solo dopo un’altra lunga attesa gli premette la testa contro il sesso.
«Lecca. Piano. Solo la punta della lingua. Non ti azzardare a succhiare. E non ti indurire.»
Marco obbedì, leccando con devozione, lento, come un cane assetato a cui è vietato bere. La lingua gli scorreva sulla fessura, cercando il clitoride gonfio, ma Elena lo guidava con i capelli, lo allontanava ogni volta che diventava troppo bravo, lo faceva aspettare, lo faceva soffrire. Gemette basso, si mosse contro la sua bocca solo quando voleva lei, bagnandogli il mento, cavalcandogli la lingua a intermittenza.
A un certo punto, mentre lui leccava, Elena abbassò lo sguardo e notò che il cazzo di Marco cominciava a gonfiarsi, lentamente, contro la sua volontà. In pochi secondi era già mezzo duro, pulsante.
Lei si bloccò. Il sorriso sparì.
«Ah. Ecco.» Gli strinse i capelli con violenza e lo trasse indietro di scatto, facendolo cadere seduto sulle ginocchia. «Ti avevo detto di restare morbido. E tu ti sei indurito subito, come un cagnolino senza disciplina.»
Marco ansimava, il viso lucido dei suoi succhi. «Scusa, Padrona… non riuscivo…»
«Non mi interessa.» Elena si alzò, andò al cassetto e ne estrasse il collare di cuoio nero, una frustina corta e un anello di metallo stretto. Gli allacciò il collare con gesti precisi, tirò il guinzaglio fino a fargli alzare il mento, poi gli prese il cazzo ormai duro e gli infilò l’anello alla base, stringendolo fino a farlo sibilare di disagio.
«Questa è la prima parte della punizione. Resta così. Duro, ma bloccato. Non puoi venire. Non puoi nemmeno toccarti. E adesso…»
Lo costrinse a chinarsi in avanti, a quattro zampe. Con la frustina gli diede tre colpi secchi e misurati sulle natiche, abbastanza forti da lasciare segni rosati. Poi altri due, più bassi, sulla parte interna delle cosce.
«Conta.»
«Uno… due… tre… quattro… cinque… grazie, Padrona.»
Elena si inginocchiò dietro di lui, gli separò le natiche e gli sputò sulla fessura, lentamente. Non entrò. Si limitò a sfiorarlo con le dita, a stuzzicarlo, a farlo stringere i muscoli per l’attesa, mentre l’anello gli teneva il cazzo dolorosamente duro e proibito.
«Hai disobbedito. Quindi adesso lecki di nuovo. E questa volta, se ti sento anche solo un gemito di piacere, la punizione continua. Capito, schiavo?»
«Sì, Padrona.»
Lo riportò tra le sue cosce, gli premette di nuovo la faccia contro la figa e lo costrinse a leccare, più a lungo, più umiliato di prima. Ogni tanto tirava il guinzaglio, lo allontanava, lo faceva aspettare con la lingua fuori, mentre lei godeva del suo disagio e del cazzo bloccato che gli pulsava inutilmente tra le gambe.
Solo quando fu soddisfatta della sua sofferenza, Elena si alzò, indossò l’imbracatura con il dildo nero spesso e si posizionò dietro di lui.
«Adesso ti uso. Ma ricorda: questa non è una ricompensa. È ancora punizione.»
E cominciò a spingere, centimentro dopo centimetro, lenta e profonda, tenendolo fermo con il guinzaglio, godendosi ogni gemito soffocato e ogni tentativo di lui di restare fermo mentre l’anello gli impediva qualsiasi sollievo.

Elena non aveva ancora finito.
Con un gesto secco tirò il guinzaglio, costringendo Marco a restare a quattro zampe, la schiena inarcata, il culo esposto e il cazzo ancora stretto nell’anello di metallo, duro e inutile. Aprì di nuovo il cassetto e ne estrasse un paio di pinze per capezzoli nere, a molla, con le estremità dentellate e una catenella leggera che le collegava.
Si chinò davanti a lui, gli afferrò un capezzolo già teso e lo strinse tra le dita fino a farlo diventare rosso.
«Respira», ordinò.
Poi aprì la prima pinza e la chiuse sul capezzolo destro. Il metallo morse la carne con precisione crudele. Marco emise un suono soffocato, le spalle che tremavano. Elena non gli diede tempo: chiuse la seconda pinza sul sinistro con lo stesso gesto netto. La catenella oscillò tra i due capezzoli, tirando leggermente a ogni respiro.
«Ora sì che sei più presentabile», mormorò, tirando delicatamente la catenella per aumentare la tensione. «Duro, bloccato, e i capezzoli puniti. Perfetto.»
Si alzò, prese di nuovo la frustina e si mise di fianco a lui.
«Conta di nuovo. E questa volta più forte.»
Il primo colpo arrivò sulla natica destra, secco, lasciando un segno rosato più intenso dei precedenti.
«Uno… grazie, Padrona.»
Secondo colpo, più basso, quasi sulla piega della coscia.
«Due… grazie, Padrona.»
Terzo, quarto, quinto. Ogni sculacciata faceva oscillare la catenella delle pinze, tirando i capezzoli già doloranti. Marco digrignava i denti, il corpo teso, ma restava immobile come le era stato ordinato. Elena non si fermò a cinque. Continuò: sei, sette, otto colpi misurati, alternando natiche e parte interna delle cosce, finché la pelle non fu calda e arrossata.
Poi, senza preavviso, gli diede due sculacciate aperte di mano, piene, pesanti, che risuonarono nella stanza.
«Nove… dieci… grazie, Padrona.»
Elena gli passò la mano calda sulle natiche scottate, poi scese a sfiorare la fessura ancora umida di saliva.
«Buono. Adesso resti così.»
Si rimise dietro di lui, sistemò l’imbracatura e spinse di nuovo il dildo spesso dentro di lui, più profondo questa volta. Ogni spinta faceva oscillare la catenella delle pinze e tirava i capezzoli. Ogni tanto, mentre lo prendeva, gli dava una sculacciata secca sulla natica già arrossata, o tirava leggermente il guinzaglio e la catenella insieme, obbligandolo a inarcarsi di più.
«Non gemere di piacere», gli ricordò, voce bassa mentre accelerava il ritmo. «Questa è ancora punizione. Il tuo cazzo resta bloccato. I tuoi capezzoli restano puniti. E tu resti solo un buco da usare.»
Marco ansimava, il viso ancora lucido dei suoi succhi, le pinze che mordevano a ogni movimento, le natiche che bruciavano sotto le sculacciate intervallate. Elena non aveva fretta. Godette a lungo della sua sofferenza controllata, spingendosi fino in fondo, tirando la catenella, sculacciandolo quando voleva, tenendolo esattamente dove lo voleva: aperto, umiliato, e ancora lontano da qualsiasi sollievo
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