Miss Elena (terza parte…ps)
PensieroStupendo80
Marco restava chiuso nella gabbia bassa e stretta, a quattro zampe, gli occhi spalancati e fissi come gli era stato ordinato. Le pinze ai capezzoli gli mordevano la carne, il plug di metallo gli riempiva il culo fino in fondo e il vibratore continuava a pulsargli contro il perineo senza tregua. Ogni respiro gli faceva oscillare le pinze, ogni piccola contrazione gli ricordava quanto fosse esposto, ridotto a spettacolo vivente.
Elena e Luca non lo guardavano più. Non gli rivolgevano una parola. Era come se fosse diventato mobili, un pezzo di arredo che poteva essere usato o ignorato a piacimento. Quella indifferenza era già la prima, più crudele, forma di umiliazione.
Elena lasciò il bastone di cuoio e si voltò verso Luca senza neppure guardare la gabbia. Con un gesto lento si sfilò i collant neri, facendoli scivolare lungo le cosce forti fino a lasciarli cadere a terra, poi aprì il reggiseno di pizzo scuro e lo lasciò cadere. Restò nuda tranne le scarpe dai tacchi alti. I seni pieni e pesanti si muovevano leggermente a ogni respiro, ancora sodi, il sesso rasato già lucido. Luca la afferrò per i fianchi e la spinse contro il comò. La baciò con forza, i denti che graffiavano il labbro inferiore, mentre le sue mani scendevano a stringerle le natiche.
Marco, chiuso nella gabbia, non poteva distogliere lo sguardo. Gli occhi restavano spalancati, fissi, mentre le pinze ai capezzoli e il plug di metallo continuavano a tormentarlo e il vibratore gli pulsava contro il perineo. Nessuno di loro due gli rivolgeva più attenzione. Era costretto a assistere, muto e immobile, mentre veniva deliberatamente escluso.
Elena si voltò, offrendo la schiena a Luca. Si piegò in avanti, le mani appoggiate sul legno scuro del comò, le gambe divaricate. Luca le afferrò i fianchi e spinse il cazzo dentro di lei in un solo colpo secco. Elena gemette basso, un suono di puro piacere, mentre lui iniziava a scoparla con spinte profonde e ritmate. Il suono umido della carne che sbatteva contro la carne riempì la stanza. Luca le affondava le dita nei fianchi, lasciando segni rossi, e accelerava, più duro, più pesante.
«Più forte», sussurrò Elena, voltando appena la testa. «Usami come vuoi. Lui sta guardando… e non può fare niente.»
Luca rise, senza calore, e le afferrò i capelli, tirandole la testa indietro mentre continuava a martellarle la fica. Le spinte diventarono violente, il corpo di Elena che sobbalzava contro il comò a ogni impatto. Il cazzo di Luca entrava fino in fondo, uscendo quasi completamente prima di rientrare con forza. Elena ansimava, le unghie che graffiavano il legno, il sesso che si stringeva intorno a lui.
Dopo diversi minuti di quello scopare bruto, Luca la sollevò e la portò alla poltrona. Si sedette e la fece sdraiare su di lui, facendola scendere lentamente sul suo cazzo fino a inghiottirlo intero. Elena iniziò a muoversi, rotolando i fianchi, alzandosi e riabbassandosi con forza. Luca le morse un seno, poi l’altro, mentre le mani le stringevano le natiche e la aiutavano a cavalcarlo più duro. Il suono dei loro corpi era osceno, umido, ritmico.
Elena accelerò, gemendo più forte, la testa gettata indietro. Luca le afferrò i fianchi e iniziò a spingere dal basso, scopandola con violenza mentre lei rimaneva ferma. Poi, con un grugnito basso, si scaricò dentro di lei. Le spinte si fecero irregolari, profonde, e sborrò a getti caldi e abbondanti, riempiendole la fica. Elena continuò a muoversi lentamente, spremendolo, facendosi colare il seme caldo lungo le cosce.
Luca la sollevò. Il suo cazzo uscì da lei ancora semi-duro, lucido di sborra e di lei. Elena si chinò, raccolse un po’ del liquido che le scorreva tra le gambe con due dita e se lo portò alla bocca, leccandole lentamente mentre guardava Marco attraverso le sbarre.
«Guarda», disse a Luca, la voce piena di disprezzo dolce. «Sta ancora fissando. Come un cane ben addestrato che non merita neppure di essere notato.»
Luca si alzò.
Andò al comò, aprì un cassetto e ne estrasse una ciotola di metallo bassa, dello stesso tipo usato per i cani.
La posò sul pavimento, a pochi centimetri dalle sbarre della gabbia. Poi si mise in piedi di fronte a Marco, si prese il cazzo ancora umido e iniziò a masturbarsi lentamente, gli occhi fissi in quelli dello schiavo.
Elena si avvicinò alle sue spalle, gli passò le braccia intorno al petto, gli morsicò la spalla. «Sborra nella ciotola», mormorò. «Tutto. Voglio che lo beva. Voglio che senta il sapore di quello che noi abbiamo goduto mentre lui restava chiuso e inutile.»
Luca accelerò la mano. Il cazzo era di nuovo completamente duro. Dopo pochi secondi iniziò a venire di nuovo: getti densi e bianchi che schizzarono nella ciotola di metallo, uno dopo l’altro, fino a riempirne il fondo. Continuò a spremersi finché non uscì più nulla. Poi spinse la ciotola con il piede fino a farla toccare le sbarre.
Elena si chinò, aprì lo sportello della gabbia solo abbastanza da far passare il guinzaglio e tirò Marco in avanti, obbligandolo a sporgere il volto attraverso l’apertura.
«Bevi», ordinò, la voce bassa e tagliente. «Tutto. E lecca la ciotola fino a farla brillare. Sei solo un recipiente. Niente di più.»
Marco non poteva rifiutare. La lingua uscì, leccò il bordo, poi immerse la bocca nel liquido caldo e amaro. Bevve a sorsi lenti, umiliato, gli occhi ancora aperti e fissi su Luca mentre inghiottiva. Quando la ciotola fu vuota, leccò ogni angolo, ogni goccia, finché il metallo non fu lucido. La saliva gli colava dal mento, mescolandosi a ciò che aveva appena bevuto.
Elena chiuse di nuovo lo sportello e girò la chiave con un clic secco e definitivo. Poi si voltò verso Luca e lo baciò a lungo, con la lingua, mentre Marco restava chiuso, con le pinze, il plug e il vibratore ancora attivi, costretto a guardare l’intimità che gli era stata negata.
Alla fine Luca si rimise i pantaloni e si preparò ad andarsene. Elena lo accompagnò alla porta, gli sussurrò qualcosa all’orecchio, poi lo baciò ancora una volta.
Quando la porta si chiuse, restò sola con la gabbia.
Si avvicinò lentamente, senza fretta, godendosi ogni secondo di silenzio in cui Marco era costretto a restare nella posizione umiliante. Aprì un cassetto e ne estrasse un lungo bastone di cuoio più spesso e una piccola frusta a tre code. Non lo toccò sessualmente. Non gli tolse nulla. Non gli diede sollievo.
Si limitò a camminare intorno alla gabbia finche’ decise di liberarlo e farlo uscire. Ma ordinandogli sempre di rimanere a quattro zampe, sguardo basso e testa a terra. Gli giro’ intorno per tre volte sentendo il respiro di Marco aumentare ad ogni giro. Poi quando fu dietro di lui inizio’ a colpire forte.
Prima le natiche, già arrossate. Poi le cosce. Poi la schiena. Colpi precisi, misurati, che facevano contrarre i muscoli intorno al plug. Marco ansimava, tremava, ma non abbassava lo sguardo. Elena non gli parlava. Non gli dava istruzioni. Continuava semplicemente a usarlo come oggetto, a marchiarlo, a ricordargli che era pieno, tormentato, e che la sua unica funzione era restare lì, esposto, umiliato, mentre lei decideva se e quando concedergli anche solo un’occhiata.
Ogni tanto si fermava, si chinava di fronte al suo dolore e lo osservava da vicino, quasi con curiosità scientifica.
«Sei ridotto a questo», mormorò infine, la voce calma e crudele. «Un corpo inerme. Un paio di occhi che non possono chiudersi. Un buco chiuso a chiave e una bocca che ha appena leccato la sborra di un altro uomo. Niente di più. Niente di meno.»
Poi riprese a colpire, più piano, più deliberata, facendo durare ogni schiaffo di cuoio.
La stanza tornò silenziosa tranne il suono secco della frusta e il respiro pesante di Marco. Elena non aveva fretta. La sua fica ancora umida e appiccicata della sborra di Luca. Non avrebbe avuto fretta fino all’alba.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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