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Miss Elena (parte seconda….ps)


di Membro VIP di Annunci69.it PensieroStupendo80
07.08.2026    |    327    |    0 9.0
"Solo allora introdusse il plug, lentamente, fino in fondo, ruotandolo mentre entrava..."
La casa di Elena era silenziosa, immersa in quella luce calda e soffusa che solo le lampade a basso voltaggio sapevano creare. La stanza principale, quella che lei chiamava semplicemente “lo studio”, era ampia e ordinata con una cura quasi ossessiva. Pareti di un grigio scuro opaco, pavimento in legno scuro che assorbiva ogni passo, tende pesanti di velluto nero che isolavano completamente dalla strada. Al centro, un ampio tappeto di pelle, e intorno oggetti disposti con precisione: una poltrona bassa e imbottita, una gabbia di metallo nero bassa e stretta appoggiata contro la parete, un comò con cassetti chiusi a chiave, un’imbracatura di cuoio appesa a un gancio, e una piccola mensola dove lucchetti e anelli di metallo brillavano sotto la luce.
L’aria odorava leggermente di cuoio, di legno e di un debole sentore di lubrificante. Fuori era già sera da un pezzo; il traffico della città arrivava solo come un mormorio lontano, filtrato dalle doppie porte.
Elena era in piedi, di spalle all’ingresso, le mani che sistemavano qualcosa sul corpo di Marco. Lui era a quattro zampe sul tappeto, nudo, il collare di cuoio già chiuso intorno al collo e il guinzaglio tenuto con nonchalance nella sua mano sinistra. Non si era ancora voltata quando la porta d’ingresso si aprì senza preavviso.
I passi che entrarono erano pesanti, sicuri, quelli di chi conosceva già la casa e non aveva bisogno di chiedere permesso. Solo allora Elena sorrise, senza affrettarsi.
«Sei in ritardo, Luca.»
L’uomo alto, sui quarantacinque anni, chiuse la porta alle sue spalle. Capelli scuri un po’ disordinati, spalle larghe, già a torso nudo come se si fosse tolto la camicia appena entrato. I pantaloni erano aperti, ma non ancora calati. Osservò la stanza con calma, prendendosi il tempo di assorbire ogni dettaglio: la luce bassa, la gabbia pronta, gli oggetti disposti, e soprattutto la scena al centro del tappeto.
«Mi hai detto di arrivare quando volevo», rispose con voce bassa, quasi monotona. «Vedo che hai già iniziato a prepararlo.»
Elena non si affrettò. Continuò a tenere il guinzaglio teso, lasciando che Marco restasse immobile nella posizione in cui l’aveva messo. Solo dopo qualche secondo si voltò appena di lato, abbastanza da mostrare il profilo e il sorriso leggero.
«Vieni avanti. Guarda quanto spazio c’è ancora. Non abbiamo fretta.»
La stanza sembrava respirare con loro: il legno sotto i piedi, il leggero cigolio della gabbia quando qualcuno le passava vicino, il suono distante di una macchina che passava fuori. Elena fece un gesto lento verso la poltrona e verso la gabbia, come a indicare che tutto era pronto, ma che il ritmo lo decideva ancora lei.
Marco restò fermo, a quattro zampe, aspettando. Luca si avvicinò di qualche passo, ancora senza togliere i pantaloni, osservando la disposizione degli oggetti e il modo in cui la luce cadeva sul corpo dello schiavo. A questo punto guardò verso Marco e con voce chiara e diretta gli disse:
«Ti presento Luca. Stasera sarà per te molto umiliante. Puoi decidere di andartene, oppure entri nella gabbia e non dovrai mai abbassare lo sguardo. Se lo fai, il gioco si interrompe.»
Marco non rispose a parole. Solo un leggero tremito nelle spalle, poi il capo si alzò di un millimetro, gli occhi fissi davanti a sé, già consapevoli di cosa significasse quella regola. Elena allentò appena il guinzaglio e fece un cenno verso la gabbia.
«Entra.»
Marco strisciò avanti sulle mani e sulle ginocchia. La gabbia era bassa, stretta, appena sufficiente per contenerlo a quattro zampe o accucciato. Il metallo freddo gli graffiò le ginocchia mentre si infilava. Elena chiuse lo sportello con un clic secco e girò la chiave. Il lucchetto scattò. Il guinzaglio restò fuori, passato tra le sbarre, ancora nelle sue mani.
Luca si tolse finalmente i pantaloni. Il cazzo era già mezzo duro, pesante, venato. Si sedette sulla poltrona bassa, le gambe divaricate, e osservò lo schiavo attraverso le sbarre come si osserva un animale in mostra.
«Guardami», ordinò con calma. «Non distogliere gli occhi. Mai.»
Marco obbedì.
Gli occhi restarono spalancati, fissi sul corpo di Luca mentre Elena si avvicinava alla mensola e prendeva un piccolo collare secondario, più stretto, e un paio di pinze metalliche. Le aprì e le chiuse una volta, facendo suonare il metallo.
«Stasera non sei solo mio», disse Elena, la voce bassa e quasi affettuosa. «Sei anche di lui. E lui non è gentile come me.»
Passò le pinze tra le sbarre e le chiuse sui capezzoli di Marco, una dopo l’altra. Il metallo morse la carne. Marco emise un suono soffocato, ma non abbassò lo sguardo. Gli occhi restarono piantati su Luca.
Luca sorrise appena, senza calore.
«Bene. Tienili aperti.»
Elena tirò il guinzaglio, forzando il collo di Marco contro le sbarre. Poi aprì un cassetto del comò e ne estrasse un plug di metallo, liscio, pesante, e un tubetto di lubrificante. Lo applicò con gesti precisi, senza fretta, mentre Luca osservava.
«Apri le gambe», ordinò Elena.
Marco obbedì, allargando le ginocchia quanto la gabbia permetteva. Elena infilò due dita, poi tre, allargandolo con calma sadica, spingendole in profondità fino a fargli spingere l’anca contro le sbarre. Solo allora introdusse il plug, lentamente, fino in fondo, ruotandolo mentre entrava. Il metallo freddo e pesante lo riempì completamente. Un piccolo lucchetto chiuse l’anello alla base, impedendo qualsiasi rimozione.
«Ora sei chiuso», mormorò lei. «E resterai chiuso finché non decideremo diversamente.»
Luca si alzò. Si avvicinò alla gabbia e si accovacciò di fronte. Il suo cazzo, ormai completamente eretto, pendeva a pochi centimetri dal volto di Marco.
«Leccalo», disse semplicemente. «Senza usare le mani. E non chiudere gli occhi.»
Marco sporse la lingua tra le sbarre. Lecco’ la testa, poi scese lungo il tronco, lentamente, mentre le pinze ai capezzoli tiravano a ogni movimento. Luca non gli diede tempo. Afferrò il guinzaglio che sporgeva e lo tirò forte, schiacciando il viso di Marco contro le sbarre metalliche. Il collare gli stringeva la gola. Marco ansimò, ma tenne gli occhi aperti, fissi in quelli di Luca mentre la lingua continuava a lavorare.
Elena si mise dietro la gabbia, afferrò un bastone sottile di cuoio e lo fece passare tra le sbarre. Colpì le natiche di Marco una volta, due, tre. Il suono era secco, netto. Ogni colpo faceva contrarre i muscoli intorno al plug, aumentandone la pressione. Marco gemette contro il cazzo di Luca, ma non abbassò lo sguardo.
«Più forte», disse Luca senza staccare gli occhi da quelli dello schiavo. «Voglio vederlo piangere senza chiudere gli occhi.»
Elena obbedì. I colpi diventarono più pesanti, più precisi, mirati alla carne già arrossata e al punto in cui il plug sporgeva. Marco tremava, la saliva gli colava dal mento, gli occhi lacrimavano, ma restavano aperti, fissi, umiliati.
Luca spinse i fianchi in avanti, forzando il cazzo tra le labbra di Marco attraverso le sbarre. Non abbastanza per entrare del tutto, solo abbastanza per strozzarlo a metà. Marco tossì, gli occhi spalancati, le lacrime che scendevano mentre cercava di respirare dal naso.
«Bravo», mormorò Luca. «Così. Guarda chi ti sta scopando la bocca. Guarda chi ti sta riducendo a questo.»
Elena aprì un altro cassetto. Ne estrasse un piccolo vibratore e lo fissò contro il perineo di Marco, proprio sotto le palle, accendendolo al massimo. La vibrazione era intensa, continua, impossibile da ignorare. Il plug di metallo trasmetteva ogni impulso in profondità. Marco si contorse, ma la gabbia non gli lasciava spazio. Il collare lo teneva fermo. Le pinze ai capezzoli oscillavano a ogni scossa.
Luca si tirò fuori dalla bocca di Marco solo per un secondo, abbastanza da lasciare che lo schiavo respirasse a fatica, poi lo rispinse dentro, più a fondo questa volta. Le sbarre gli premevano contro le guance.
«Non venire», ordinò Elena, la voce ferma. «Non hai il permesso. Se lo fai, stasera ti lascio dentro la gabbia fino a domani mattina, con tutto questo ancora su di te.»
Marco annuì quanto poteva, gli occhi ancora aperti, pieni di lacrime e di umiliazione. Il corpo gli tremava tra il dolore delle frustate, la pressione del plug, le pinze e la vibrazione costante. Luca gli afferrò i capelli attraverso le sbarre e tenne la testa ferma, usandogli la bocca con movimenti lenti e deliberati, senza alcuna fretta, godendosi ogni secondo in cui lo schiavo era costretto a guardarlo mentre veniva usato.
La sera era solo all’inizio.
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