bdsm
Theatre
Frokpa
19.05.2026 |
535 |
2
"Fino a quel momento era stata lei a guidare la conversazione, a scegliere il ritmo, a osservare..."
Il vero problema dei social, in Italia, è che ogni piattaforma finisce per trasformarsi in un piccolo circolo chiuso di commentatori.Si perde il senso originario: condividere, esplorare, conoscere.
Anche ambienti che nascono con uno scopo preciso — come quelli dedicati al BDSM — rischiano di diventare club autoreferenziali, dove si osserva, si commenta, ma si vive poco davvero.
È una mia opinione, ma credo che molto dipenda dalla nostra cultura: cresciamo con un’educazione in cui il giudizio è sempre presente, dove il “limite” è più mentale che reale.
E questo, inevitabilmente, si riflette anche negli spazi che dovrebbero essere più liberi.
Più che una questione di piattaforme, è una questione di mentalità.
In Italia tutto diventa un piccolo teatro: si osserva, si commenta, si giudica, dove però non siamo gli attori.
La pioggia cadeva lenta sulla città trasformando l'asfalto in uno specchio liquido di luci e ombre. Dalle grandi vetrate del locale la città sembrava distante, quasi irreale. Dentro invece c'era vita, o almeno qualcosa che le assomigliava: bicchieri sollevati, sorrisi costruiti con precisione, persone che si osservavano attraverso gli schermi dei telefoni come se la realtà avesse bisogno di un filtro per essere accettata.
Lui era appoggiato al bancone con un bicchiere tra le dita, osservando quella scena con una strana sensazione di distacco.
Aveva sempre avuto l'impressione che certi ambienti funzionassero tutti allo stesso modo.
Piccoli teatri.
Persone che recitano per altre persone.
Sguardi che cercano approvazione.
Commenti.
Giudizi.
Un pubblico ovunque.
Nessun attore vero.
Poi la vide.
Non stava cercando di attirare attenzione.
Era seduta poco distante, sola, una gamba accavallata sull'altra, il viso leggermente rivolto verso la sala. I capelli scuri cadevano morbidi su una spalla, mentre le dita sfioravano distrattamente il bordo del bicchiere.
Non sorrideva.
Osservava.
Con calma.
Con quella sicurezza rara di chi non sembra avere bisogno di essere visto perché sa già chi è.
E forse fu proprio quello a catturarlo.
Lei sentì il suo sguardo addosso e voltò lentamente il viso.
Per pochi secondi si guardarono.
Niente sorrisi.
Nessun gioco.
Nessuna fretta.
Poi tornò a guardare altrove.
E quella semplice indifferenza lo incuriosì più di qualsiasi provocazione.
Più tardi si ritrovarono vicini al bancone.
«Ti stai annoiando?» chiese lui.
Lei lo guardò con un'espressione tranquilla.
«Sto guardando.»
«Cosa?»
Fece un piccolo gesto verso la sala.
«Il teatro.»
Lui sorrise appena.
«E chi sarebbero gli attori?»
Le sue labbra si piegarono in un sorriso sottile.
«Forse tutti.»
Fece una pausa.
«Forse nessuno.»
Lo guardò negli occhi.
«In Italia ogni posto finisce così. Persone che osservano altre persone che osservano altre persone.»
Lui abbassò gli occhi sul bicchiere.
«E nessuno vive.»
«Pochi.»
Rimasero in silenzio.
Ma non era un silenzio vuoto.
Era uno di quelli che si tendono nell'aria come un filo invisibile.
Lei si alzò lentamente.
«Vieni.»
Una sola parola.
Nient'altro.
Lui la seguì attraverso un corridoio laterale, lontano dalla musica e dalle voci.
Ad ogni passo il rumore svaniva.
Le luci diventavano più basse.
L'atmosfera cambiava.
Legno scuro.
Profumo leggero di ambra e vaniglia.
Silenzio.
Lei si fermò vicino a una porta socchiusa.
«Sai cos'è curioso?» disse senza voltarsi.
Lui si fermò a pochi passi da lei.
«Cosa?»
Lei sfiorò con le dita lo schienale di una poltrona.
«Fuori tutti parlano di libertà.»
Girò appena il viso verso di lui.
«Ma vivono aspettando il permesso degli altri.»
Lui la osservò.
C'era qualcosa nel modo in cui parlava.
Qualcosa che non riusciva a definire.
Non era provocazione.
Non era seduzione.
Era molto peggio.
Era presenza.
Fece un passo avanti.
Poi un altro.
Questa volta non fu lei ad accorciare la distanza.
Fu lui.
Lei lo sentì.
Lo percepì immediatamente.
Perché qualcosa era cambiato.
Fino a quel momento era stata lei a guidare la conversazione, a scegliere il ritmo, a osservare.
Adesso no.
Adesso era lui a guardarla in silenzio.
Con calma.
Con sicurezza.
Lei sollevò lentamente gli occhi.
Per la prima volta sembrò perdere qualcosa.
Non sicurezza.
Non controllo.
Solo... equilibrio.
Lui si fermò davanti a lei.
Vicino.
Abbastanza da sentire il profumo dei suoi capelli.
Abbastanza da percepire il ritmo lento del suo respiro.
«Stai pensando troppo» disse a bassa voce.
Lei lo guardò.
Sorpresa appena.
«Forse.»
Lui scosse piano la testa.
«No.»
Fece una breve pausa.
«Sicuramente.»
Il silenzio che seguì sembrò riempire tutta la stanza.
Lei avrebbe potuto rispondere.
Avrebbe potuto sorridere.
Avrebbe potuto dire qualcosa.
Eppure rimase lì.
Immobile.
Perché aveva capito.
Non era la forza della sua voce.
Non era un ordine.
Era quella calma.
Quella sicurezza quasi disarmante.
La sensazione improvvisa che, accanto a lui, non avesse bisogno di tenere tutto sotto controllo.
E fu proprio quello a destabilizzarla.
Lui la osservò ancora per qualche secondo.
Poi avvicinò appena il viso al suo.
«Sai qual è la differenza tra controllo e fiducia?»
Lei lo guardò senza parlare.
Lui sorrise appena.
Un sorriso lento.
Quasi impercettibile.
«Il controllo trattiene.»
Una pausa.
«La fiducia permette di lasciarsi andare.»
Fuori continuava a piovere.
Dentro il locale continuavano a osservare, commentare, giudicare.
Ma lì, in quel momento, il teatro era finito.
E per la prima volta quella sera, nessuno dei due stava più recitando.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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