bdsm
un desiderio nascosto parte 2
30.12.2025 |
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"L'idea di trovarmi completamente impotente, circondato da due figure così potenti e sicure di sé, mi affascinava..."
Era un venerdì sera, e il mondo fuori sembrava fermarsi mentre io e lei ci preparavamo per la nostra videochiamata. Per la privacy di entrambi, avevamo scelto di usare Session, una piattaforma che non conoscevo, ma che mi aveva subito impressionato per la sua semplicità e discrezione. Nessun elemento invasivo, solo una connessione tra due persone che stavano cercando di capirsi, senza giudizi, senza pressioni.La conversazione iniziò con un lieve imbarazzo, come se fossimo due bambini complici, che rubano la merenda per poi scappare nel parco a mangiare, lontano dagli occhi degli altri. Le parole iniziarono a fluire, ma più per la necessità di colmare il silenzio che per reale curiosità. Poi, come spesso accade quando ci si sente a proprio agio, le cose cambiarono.
Le domande più semplici non sembravano più sufficienti, e la nostra attenzione si spostò verso qualcosa di più profondo. Mi chiese di raccontarle qualcosa di me, e lo feci. Parlai della mia vita, dei miei sogni, delle piccole battaglie quotidiane che non raccontavo facilmente. Quando fu il suo turno, capii subito che c'era qualcosa di speciale in lei. Non per la sua bellezza, che era evidente, ma per la luce nei suoi occhi, per quella consapevolezza che sembra arrivare solo dopo aver vissuto veramente.
Mi raccontò di come avesse attraversato momenti difficili, ma come, nonostante tutto, fosse riuscita a mantenere intatta quella forza che la caratterizzava. Ogni parola che diceva sembrava essere un segreto svelato, un piccolo passo verso una verità che entrambi sapevamo sarebbe stata difficile da affrontare.
Il dialogo tra noi si spostò poi su temi più intimi e complessi. Mi chiese perché avessi preso questa decisione, perché avessi sentito il bisogno di esplorare certe parti di me stesso. Mi sentivo vulnerabile, ma cercai di rispondere con sincerità. Le raccontai del mio lavoro su me stesso, di come avessi cercato di comprendere la mia mente e le mie emozioni. Era stato un viaggio lungo, iniziato con il desiderio di capire meglio la mia sessualità, ma che nel tempo si era trasformato in qualcosa di più profondo.
Mi trovai a riflettere sulle ombre dentro di me, quei lati oscuri che, purtroppo, avevano spesso governato le mie scelte.
"Le ombre," spiegai, "non sono solo paure o insicurezze. Sono anche quelle esperienze che ci formano, che ci limitano, ma che possiamo anche superare. La teoria dice che per andare oltre di esse, bisogna affrontarle direttamente, viverle. Una delle mie ombre ha a che fare con il non essere libero, con il sentirsi intrappolato nelle aspettative degli altri, nel non dispiacere gli altri, nella paura del giudizio senza mai riuscire a vivere davvero i desideri più profondi."
Lei mi ascoltava in silenzio, e io sentivo che stavo finalmente mettendo in parole qualcosa che avevo tenuto nascosto per molto tempo. Il concetto di libertà totale, di scelte autonome, mi aveva sempre affascinato, ma avevo paura di affrontarlo. Paura di dover finalmente prendere decisioni, di dover fare i conti con le responsabilità che ne derivano.
"È un viaggio che tutti dobbiamo fare," mi disse lei, con quella calma che solo le persone che hanno davvero visto e vissuto tanto riescono a trasmettere. "Non si tratta di vincere la paura, ma di capire come conviverci, come imparare a muoversi nel mondo senza che essa ci paralizzi."
Quel momento segnò una svolta nella nostra conversazione. Non era più un semplice scambio di parole o una curiosità passiva, ma un vero confronto. Ero riuscito a parlare di me stesso senza vergogna, a condividere una parte di quella ricerca interiore che tanto mi aveva tormentato.
Mi chiese di raccontarle una fantasia che non avevo mai condiviso con nessuno. Ci pensai un attimo, poi un'immagine chiara mi arrivò alla mente. Iniziai a raccontare, senza filtri, le parole uscivano più esplicite di quanto avessi immaginato, e sentivo una sorta di vulnerabilità nel farlo, come se stessi rivelando una parte di me che avevo sempre tenuto nascosta.
Una delle fantasie che avevo sempre tenuto per me riguardava due donne molto forti, con una personalità dominante e decisa, che non vedevano di buon occhio gli uomini. Insomma, due ginarchiche. L'idea di trovarmi completamente impotente, circondato da due figure così potenti e sicure di sé, mi affascinava. La sensazione di non poter fare nulla per difendermi, di essere sopraffatto dalla loro forza, era qualcosa che, pur essendo difficile da ammettere, mi intrigava.
Una volta avevo fatto un sogno relativamente a questo e iniziai a raccontare...
Mi trovavo a Torino, in una zona un po' buia e isolata, vicino al quartiere delle Vallette. Ero in bici, cercando di evitare i mezzi pubblici, quando mi ritrovai in un angolo che sembrava uscito da un fumetto di Andrea Pazienza. Il buio sembrava farsi più fitto mentre pedalavo, e la città, pur essendo viva, sembrava avere un’altra faccia, più misteriosa, quasi sconosciuta.
Poi, all’improvviso, una donna comparve per strada. Mi fece un cenno di fermarmi, e senza pensarci, mi avvicinai. La sua voce era tranquilla, ma quando mi chiese se avevo una sigaretta, un senso di disagio mi colpì, come se mi stesse mettendo alla prova.
"Non ne ho," risposi.
Nel momento in cui pronunciai quelle parole, il suo volto cambiò. Un’ombra scura attraversò i suoi lineamenti, e la sua espressione divenne dura, come se avessi commesso un errore che non avrei potuto correggere.
Non ci fu tempo di fermarmi, perché un’altra figura si avvicinò. Era un’altra donna, ma la sua presenza era ancora più forte, quasi minacciosa. In un battito di cuore, mi afferrò il braccio con una forza che non avevo mai immaginato e me lo girò dietro la schiena. La bici cadde a terra, la scena nella mia mente si fece più confusa, il mio corpo incapace di muoversi come volevo.
Le due donne mi spingevano senza dire nulla, e io ero costretto a seguirle. Sentivo un forte dolore che mi fece pensare che mi avrebbero potuto rompere il braccio.
Mi ritrovai a seguirle, come se ogni passo che facevo mi portasse più lontano dalla realtà. Entrammo in un luogo buio, un piccolo vano di un palazzo che sembrava non esistere davvero. L'aria era densa, e la mia mente si perdeva nei loro occhi, nelle loro intenzioni che sembravano così certe, così incontrollabili. Mi sentivo intrappolato, come se non avessi via di fuga, ma stranamente, in quel momento, una parte di me era attratta dalla loro forza.
Era come una fantasia che mi avvolgeva, una sensazione di vulnerabilità che non riuscivo a scrollarmi di dosso, ma che, in qualche modo, mi affascinava.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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