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Gay & Bisex

La terza IPA


di Arconte1
19.05.2026    |    2.916    |    5 9.6
"Iniziai bagnando la cappella con una leccata ampia, inumidendola completamente, poi aprii le labbra e l'inghiottii..."
GABRIELE
La terza IPA non era prevista.
Avevamo bevuto abbastanza da scioglierci la lingua, non tanto da permetterci di guidare. Così eravamo rimasti nel parcheggio del pub, appoggiati alle macchine come anni fa: due specializzandi di medicina che si lamentano del mondo e della vita.
L’aria fredda pungeva appena. Vittorio, invece, sembrava non sentirla nemmeno.
Lo osservavo di sbieco mentre parlava. Quarantotto anni, spalle ancora troppo larghe per le giacche che comprava, collo taurino da chi ha passato buona parte della sua adolescenza a giocare a rugby. Più basso di me di almeno dieci centimetri, ma con quella presenza fisica che riempiva lo spazio anche da fermo. Aveva la pelle olivastra, gli occhi scuri sempre un po’ stanchi e mani enormi segnate dalle vecchie fratture sportive. Non era un uomo bello, ma uno che si notava per carisma.
«Cazzo, Gab, mi sto pisciando addosso», grugnì a un certo punto, passandosi una mano sulla faccia. Senza un briciolo di vergogna o di pudore, si girò di tre quarti verso il muretto di cemento, a due metri da noi, si sbottonò i pantaloni e tirò fuori l'uccello alla luce giallastra del lampione. Iniziò a pisciare con un getto potente, rumoroso, che fumava leggermente nell'aria fredda. Io rimasi fermo. Non era la prima volta che lo vedevo pisciare: ci conoscevamo dai tempi della specialistica e spesso giocavamo a calcetto con gli altri medici. Sotto quella luce, intravidi il groviglio di peli scuri che gli scendevano dall'addome verso il pube.
Vittorio cacciò un sospiro profondo, scrollando il cazzo con un paio di colpi secchi della mano, prima di rinfilarlo nei boxer. Mentre tirava su la cerniera si girò verso di me; aveva gli occhi lucidi di una frustrazione antica che l'alcol aveva appena liberato. Parlavamo delle nostre compagne, mia moglie e la sua storica fidanzata, e lui si lamentava di questa.
«Con Elena ormai è diventato tutto meccanico.» Si appoggiò al cofano, incrociando le braccia. «Pure a letto. Sembra di stare a compilare una scala di valutazione. È una puritana. Cazzo, mi manca il sesso orale... mi manda letteralmente fuori di testa, e per lei è uno schifo. Non lo prende in bocca».
Abbassai lo sguardo per un istante. Mia moglie dormiva probabilmente già da un’ora. Chiara sapeva chi ero da sempre, conosceva la mia bisessualità. Era una delle ragioni per cui la amavo ancora così tanto, anche se non sapeva che, di nascosto, ogni tanto mi incontravo con altri uomini.
«Io sono bravo, Vitto», gli dissi, la voce ferma, gli occhi chiari piantati nei suoi. «Lo faccio spesso. E mi piace da morire».
Vittorio si bloccò. Una risata nervosa gli si strozzò in gola. «Ma che cazzo dici, Gab?». Rideva, teso, ma non mi perdeva di vista.
«Sono fottutamente serio, Vittorio».
Senza aggiungere una parola, aprii la portiera del suo SUV e salii sul retro, facendogli cenno di seguirmi. Lui esitò un secondo, guardandosi intorno nel parcheggio deserto, poi salì a sua volta, chiudendosi la portiera alle spalle.
«Gabri, io... non sono finocchio, non ho mai...», sussurrò, la voce spezzata dalla paura e dall'eccitazione.
«Shh. Rilassati. Non devi fare niente, faccio tutto io».
L’abitacolo del SUV divenne immediatamente una trappola di calore e odore di pelle. Mi misi in ginocchio sul tappetino posteriore senza un briciolo di imbarazzo, forte della mia esperienza con altri uomini. Con le dita rapide gli slacciai la cintura, tirandogli giù i pantaloni e i boxer in un unico movimento deciso. Il suo cazzo scattò fuori, grosso, pesante, venoso, già lucido di liquido preseminale. Emanava quell'odore maschio e selvaggio che avevo intravisto durante la pisciata. Sorrisi nel buio, afferrai quel tronco caldo con la mano destra e ci sbattei sopra la faccia.
Iniziai bagnando la cappella con una leccata ampia, inumidendola completamente, poi aprii le labbra e l'inghiottii. La cazzo duro di Vittorio urtò contro il fondo della mia gola, ma controllai il riflesso spingendo ancora più a fondo. Iniziai a pompare con un ritmo feroce, le mie guance che si incavavano per creare il vuoto assoluto attorno all'asta. Sentivo le labbra tese, bagnate dai suoi umori, mentre con la mano sinistra scendevo ad accarezzare le sue palle pesanti, stringendole d'impatto a ogni affondo nella gola.
Con un ultimo, potente affondo che spinse il suo cazzo fino all'estremità della mia faringe, Vittorio si irrigidì. Esplose a fiotti caldi, densi e abbondanti direttamente nella mia gola. Tenni la bocca serrata, mandando giù tutto con ingoi decisi, continuando a succhiare avidamente anche mentre perdeva vigore, ripulendolo finché non rimase lucido nel buio.


VITTORIO
Trovarmi lì, con il culo premuto contro la pelle del sedile posteriore del mio SUV, a fottermi la bocca di Gabriele, era qualcosa che mi faceva saltare il cervello. Lui era il mio amico di sempre, un medico stimato, un uomo sposato ed elegante che in quel momento si muoveva tra le mie gambe con una disinvoltura esperta che mi faceva quasi paura.
Quando le sue labbra calde si chiusero attorno al cazzo, emisi un grugnito animale, profondo, che fece vibrare l'abitacolo. La sua bocca era una morsa famelica: succhiava forte, con una voracità che creava il vuoto assoluto, tirando la mia carne verso l'interno fino a far tendere la pelle delle palle.
Tenendo gli occhi spalancati nel buio, lo osservavo. Nonostante avesse solo trentotto anni, i suoi capelli erano già fitti di sfumature brizzolate che brillavano sotto i riflessi ambrati dei lampioni esterni. Era più alto di me, un gigante buono dal fisico da ex nuotatore; le sue spalle erano larghe, muscolose, ma mentre si piegava su di me potevo intravedere, sotto la camicia sbottonata, quei due o tre chili in più accumulati negli ultimi anni. Quella leggera morbidezza sull'addome e sui fianchi non faceva che aumentare la sua imponenza, rendendolo ancora più massiccio e reale tra le mie cosce.
La sua testa andava su e giù a un ritmo regolare. Sentivo la punta del suo naso premere contro la mia pancia a ogni affondo, bagnandomi la pelle di saliva e fiato corto, caldissimo. Quando le dita enormi di Gabriele scesero più in basso e iniziarono a strizzarmi le palle con forza, persi definitivamente il controllo.
La razionalità si azzerò. Affondai le mani nei suoi capelli, afferrandoli alla radice con una presa solida, violenta, per imporre il mio ritmo. Iniziai a muove il culo in avanti con colpi secchi, duri, ritmici, guidando il cazzo fin dentro la sua gola. Volevo prendermi tutto di lui: la bocca, la faringe, ogni centimetro di quella resa incondizionata.
«Cazzo, Gabri... stringi... cazzo...», imprecavo a denti stretti, con la testa gettata all'indietro contro il poggiatesta, gli occhi serrati e la pelle dell'addome ormai lucida di sudore.
Sentivo la sua gola contrarsi attorno alla corona del mio cazzo, assecondando ogni mia spinta senza cedere di un millimetro. Con un ultimo, potente affondo che mi portò a toccare il fondo della sua faringe, mi irrigidii, inarcando la schiena in un brivido violento.
Esplosi. Venne giù a fiotti caldi, densi e abbondanti, direttamente nella gola di Gabriele. Il mio cazzo continuò a sussultare e a pulsare dentro quella morsa bagnata, mentre la sborra gli schizzava in profondità, densa e inarrestabile. Gabriele non si mosse di un millimetro; tenne la bocca serrata, avvolgendo l'asta con le labbra e mandando giù tutto con colpi di glottide vigorosi e rumorosi. Continuò a succhiare avidamente anche durante i colpi di coda del piacere, ripulendomi con la lingua finché non rimasi vuoto, lucido e tremante nel buio dell'abitacolo.
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