Gay & Bisex
Il convegno a Bologna
28.05.2026 |
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"Gabriele mi ha guardato con occhi sgranati e un'espressione indecifrabile sul viso stanco ma soddisfatto, rimanendo serio e impassibile per un attimo che mi ha fatto temere il peggio, prima che il..."
Questo racconto segue "L'aria calda delle docce". Personaggi potrebbero essere reali ma i fatti sono di pura fantasia.GABRIELE
I mesi successivi erano volati via mentre io e Vittorio stabilivamo un tacito armistizio tra la mente e il corpo: un patto di non belligeranza che reggeva finché rimanevamo nei confini del reparto. Lì, la nostra amicizia non si era incrinata di un millimetro; eravamo i soliti colleghi schietti che passavano ore a discutere di terapie con la stessa foga intellettuale di sempre, continuando persino a prenderci a spallate durante le partite di calcetto senza alcun imbarazzo, in un tempio di perfetta normalità professionale e cameratesca.
Ma poi, ogni tanto, capitava quell'incontro sporadico e silenzioso nelle docce dell'ospedale o nel solito parcheggio isolato del bar a fine turno. Momenti veloci, quasi predatori, in cui l’iniziativa non era sempre mia, ma nei quali di sicuro Vittorio era l'unico a ricevere. Usava la mia bocca o le mie mani come un sedativo potente contro le sue paranoie, un anestetico rapido prima di tornare a casa da Elena, la sua compagna; io lo assecondavo con una pazienza che stupiva me stesso, sapendo che il suo cervello, rigido e schematico, aveva bisogno di tempo per digerire quella deviazione dalla norma.
Ma a Bologna la musica era cambiata.
Dopo una giornata d'estate passata a seguire un convegno medico, con l'aria condizionata al massimo e i neuroni saturi di dati sui nuovi protocolli terapeutici, la stanza doppia dell'hotel vicino alla stazione era diventata un ring microscopico. Ci eravamo saliti sfiniti, con la stanchezza che pesava sulle spalle come una cappa. Mi ero spogliato subito per restare solo con un paio di slip blu di cotone e mi ero seduto sulla poltoncina di finto velluto, un pezzo d'arredamento scomodo, sorseggiando acqua dal minifrigo mentre guardavo fuori dalla finestra i treni tagliare il buio, come luci fugaci in fuga dalla città.
«Certo che a Bologna fa un caldo da morire, anche di sera», buttai lì, tanto per rompere quel silenzio che cominciava a farsi pesante, cercando di mantenere un tono leggero per mascherare l'elettricità che sentivo crescere.
Vittorio non rispose subito, intento com'era a togliersi le scarpe con movimenti lenti, rigidi e quasi dolorosi da guardare, prima di ribattere: «Già. Fortuna che l'aria condizionata qui dentro funziona».
Mentre lo guardavo di sottecchi, analizzando la sua tensione con occhio clinico, mi resi conto che quel limbo cominciava a starmi stretto. Nei mesi passati mi ero adattato a fargli da spalla, a lasciarmi usare come un porto sicuro per le sue crisi d'identità o come una valvola di sfogo per le sue pulsioni represse. Ma la verità, nuda e cruda come me in quel momento, era che mi mancava lo scambio effettivo. Sentivo la mancanza di quel perfetto "dare e avere" a cui ero abituato nei miei incontri fugaci con gli altri uomini, dove la soddisfazione era reciproca e dove, nel sesso veloce e anonimo, c'era una reciprocità vera in cui davo piacere ma lo ricevevo anche con un’intensità vorace, dominando o lasciandomi possedere a seconda della voglia, in un flusso in cui i ruoli si confondevano e si completavano in un’armonia primordiale.
Con Vittorio, invece, la bilancia pendeva sempre e solo da una parte: io offrivo la mia conoscenza del piacere maschile, e lui placava i sensi di colpa e si resettava. Mi stavo stancando di quel compromesso unilaterale, di quella carità erotica, e sebbene non avessi intenzione di chiedergli nulla, la frustrazione di quella mancanza, unita alla sua vicinanza forzata, aveva iniziato a pompare sangue sotto il cotone teso degli slip. L'erezione era venuta su lenta e pesante, teso e nettamente delineato contro il tessuto elastico che faticava a contenere, costringendola a puntare dritta verso l'alto, contro la pancia.
Vittorio era seduto sul bordo del suo letto in canottiera e pantaloni della tuta, incarnando un'immagine di disagio domestico. Aveva appena spostato lo sguardo sul pavimento, ma il ritmo del suo respiro, corto e pesante, lo tradiva, facendomi capire benissimo dove stesse guardando con la coda dell'occhio, anche se fingeva di ignorarlo.
«Vitto», lo chiamai piano, stringendo il tappo della bottiglietta perché ero deciso a spezzare quell'equilibrio asimmetrico, «se devi fissarmi così, tanto vale che ti avvicini».
Lui buttò fuori il fiato con un mezzo grugnito, un suono gutturale che esprimeva tutta la sua resa; poi, senza dire un'altra parola, si alzò.
VITTORIO
Quando mi ha provocato dicendomi di avvicinarmi, ho sentito una scossa elettrica che dai piedi mi è arrivata dritta alla testa, così mi sono alzato dal letto guidato da un istinto brutale che non riuscivo più a frenare, facendo quei tre passi che ci separavano per poi inginocchiarmi sul pavimento, esattamente tra le sue gambe aperte, in un gesto di sottomissione che la mia mente ancora rifiutava.
«Vo-voglio fare...», ho balbettato quasi a me stesso, mentre l'orgoglio faceva un ultimo, disperato tentativo di resistenza. Le parole mi uscivano a fatica, impastate di vergogna e desiderio, e le guance mi andavano a fuoco mentre mi abbassavo.
A quarantotto anni, porca puttana, mi sentivo addosso la stessa identica goffaggine di un ragazzino alla prima esperienza, con il cuore che mi batteva nel petto così forte da farmi quasi male, come un martello pneumatico. Era una sensazione assurda, amplificata dal fatto che stavo facendo, di mia spontanea volontà, una cosa che fino a pochi mesi prima la mia mente avrebbe bollato come vomitevole; e invece ero lì, spinto da un’eccitazione famelica e totalizzante che mi azzerava i pensieri, riducendomi a puro istinto.
«Guardami», mi ha detto lui dall'alto con la voce bassa e calma, mentre mi posava una mano sulla nuca in una carezza che sembrava un ordine, ma io non ce l'ho fatta perché il mio orgoglio era a pezzi, sì, ma non fino a quel punto.
Ho allungato le mani, ho afferrato le estremità dei suoi slip e li ho spinti giù lentamente, liberandolo: il suo cazzo è scattato in alto, più elegante e meno spesso del mio, ma decisamente più lungo, con una leggera curvatura verso sinistra che non avevo notato prima. Ho visto subito che il prepuzio era abbondante e, anche se era duro come un bastone, ho dovuto tirarlo indietro per scoprirlo completamente, finché la cappella non è rimasta lì, lucida, gonfia e violacea a pochi centimetri dalla mia faccia.
L'odore maschio misto al sudore mi ha investito mentre guardavo il suo corpo da quella prospettiva ravvicinata, inginocchiato come un credente in chiesa, e la sua fisicità mi è arrivata addosso con la forza di un treno in corsa; lo avevo visto nudo mille volte negli spogliatoi, ma non lo avevo mai guardato veramente. Gabriele aveva trentotto anni, dieci meno di me; era un uomo nel pieno delle forze e il suo passato da nuotatore era evidente nella struttura imponente delle spalle e del torace, un metro e ottanta di muscolatura solida e ben definita. Quei fili d'argento brizzolati che gli incorniciavano i capelli corti e la barba curata erano quasi precoci per la sua età, creando un contrasto fiero con la freschezza della sua pelle ancora elastica e tonica. Inoltre, possedeva quei tre o quattro chili in più sulla pancia e sui fianchi, un accenno di carne robusta che non lo rendeva grasso, ma incredibilmente massiccio, maschio e dotato di una fisicità possente. Un rado tappeto di peli scuri e folti gli copre il torso e scendeva lungo l'addome, raccogliendosi attorno all'ombelico, tanto che non mi ero mai accorto di quanto quel corpo fosse... porca puttana, non volevo dirlo... "bello".
«Cazzo, Gab», ho sussurrato avvicinando le labbra, ma la mia era la foga inesperta e brutale di un animale che morde una preda; non sapevo cosa stessi facendo e ho usato troppo i denti, grattando con violenza contro la sua pelle sensibile, tanto che Gabriele ha sussultato sulla poltrona stringendo i braccioli con forza.
«Ahi! Piano, Vitto... mi stai tagliando».
Mi sono ritratto di scatto, tossendo appena per la figura di merda, poi ho provato a spingermi un po' più a fondo, cercando di accoglierlo, ma la punta mi è arrivata dritta in gola e il mio riflesso faringeo si è ribellato immediatamente, provocandomi un conato di vomito violento, col collo irrigidito dal panico di aver rovinato tutto ed essere apparso ridicolo.
«Fermo. Fermo Vitto, rilassa la mascella», mi ha sussurrato allora Gabriele con la sua solita voce ferma, quella che usa con i pazienti difficili, affondando le dita tra i miei capelli per bloccare il mio movimento frenetico e dargli una direzione. Non mi stava dando ordini, mi stava solo dando delle dritte tecniche con una pazienza calma che mi faceva sentire ancora più stupido e ignorante. «Non devi prenderlo tutto subito, ti strozzi e basta: concentrati sulla punta, copri i denti con le labbra... così, bravo».
Ha premuto leggermente la mano sulla mia nuca, suggerendomi il ritmo senza forzarmi, come un maestro con un allievo imbranato: «Usa la lingua sulla corona, sotto la cappella. Lì... muovila piano».
«Così?», ho mugugnato contro la sua carne calda, assaporando un gusto salato e intenso, cercando subito conferma come un bambino.
«Sì... bravo, sì, esattamente così...», ha risposto lui, lasciandosi sfuggire un sospiro profondo che sapeva di puro sollievo.
Mentre ricominciavo, un pensiero improvviso mi ha trafitto la mente con una lucidità spietata, facendomi sentire un ipocrita di merda: mi sono reso conto, con un brivido che mi ha gelato la schiena, che in tutti quei mesi non avevo mai fatto sesso orale a Gabriele. Un'incoerenza assurda e una contraddizione che mi faceva schifo, dato che tutta questa storia era iniziata proprio perché Elena si rifiutava di farlo a me, lasciandomi addosso un desiderio frustrato per anni, un vuoto che mi rodeva dentro e che adesso stavo replicando con lui, negandoglielo per una questione di stupido orgoglio maschio.
Quella desiderio profondo e quel bisogno di sottomissione devota e totale che avevo sempre rincorso e chiesto disperatamente alla mia compagna, adesso lo stavo provando al contrario, perché ero io quello sottomesso; ma la cosa più assurda era che non mi sentivo sminuito o meno uomo; mi sentivo potente, investito di un calore viscerale che mi annullava ogni difesa e mi faceva sentire vivo come non lo ero da anni. Raccogliendo i suoi consigli e questa nuova, scioccante consapevolezza, ho capito che potevo gestire il gioco a modo mio, così ho rinunciato del tutto ad affondare e mi sono concentrato esclusivamente sulla cappella lucida e gonfia.
Ho iniziato a succhiare sul serio, racchiudendo quel calore intenso tra le labbra tese a coprire i denti e creando un vuoto d'aria stretto che tirava la pelle turgida ogni volta che muovevo la testa; sentivo la consistenza bagnata della mia saliva lubrificare la cappella, mentre la lingua lavorava senza sosta sul frenulo, insistendo con colpi ritmici e decisi che la facevano schioccare con un suono osceno. Era un movimento continuo, avido e quasi disperato: aspiravo la punta, sentendo il calore accumularsi lì davanti e stringendo la presa della bocca per fargli percepire tutta la pressione del mio piacere, per poi scendere più in basso, infilando la faccia tra le sue cosce muscolose per accogliere le sue palle calde e pesanti nella mia bocca. Le ho succhiate delicatamente, una alla volta, mentre la mia barba incolta pungeva la sua pelle sensibile in un contrasto ruvido che lo faceva impazzire, tanto che Gabriele ha buttato la testa all'indietro sulla poltrona, respirando pesante e lasciandosi sfuggire un mugugno di puro piacere, un lamento basso e prolungato che mi ha fatto vibrare il petto al pensiero che, cazzo, stavo facendo godere un uomo.
«Oddio, Vitto... sì, così...», ha ansimato stringendo i pugni sui braccioli, per poi darmi un'altra indicazione con la voce incrinata dall'eccitazione: «Metti una mano sotto... toccami il culo. Il buco».
«Sei sicuro?», ho sussurrato esitando un secondo, perché l'idea mi aveva fatto sobbalzare rappresentando un passo ancora più in là, ma l'eccitazione era troppo alta per tirarmi indietro e la diga era ormai crollata.
«Fallo, Vitto. Ti prego». Quella supplica mi ha dato il coraggio finale.
Prima di muovermi, mi sono portato l'indice alla bocca, stringendolo tra le labbra per bagnarlo per bene di saliva, poi ho fatto scivolare il dorso della mano sulla sedia, arrivando tra le sue chiappe sode. Non appena la punta umida del dito ha premuto sul buchetto, ho sentito la pelle calda e tesa reagire istantaneamente, pulsando contro il mio polpastrello con piccoli spasmi regolari che sembravano voler letteralmente risucchiare il dito all'interno. La tentazione di spingere dentro era fortissima, ma non sapevo se potevo e, avendo smesso di succhiare per l'impossibilità di concentrarmi su due cose insieme, sono rimasto fermo lì all'ingresso, limitandomi a sfiorare e solleticare con piccoli cerchi leggeri, assecondando quel ritmo vivo e contratto.
La combinazione di quel tocco dietro e della mia bocca che continuava a lavorargli la cappella lo ha scardinato completamente: Gabriele ha iniziato a muovere il bacino in modo disordinato e selvaggio, con il respiro sempre più rotto e affannato, mentre i suoi mugugni diventavano continui e bagnati di puro godimento.
«Vitto, aspetta... sto per venire, spostati, sto per venire!», ha ansimato all'improvviso con la voce che gli moriva in gola, puntando i palmi contro la mia fronte nel tentativo di spingermi via la testa per non sborrarmi in bocca, ma col cazzo che mi spostavo.
Ho irrigidito i muscoli del collo per fare resistenza contro le sus mani, piantando la faccia ancora più a fondo tra le sue cosce, in mezzo a quell'odore intenso, perché volevo ingoiare tutto in una necessità fisica, violenta e quasi religiosa; ho stretto forte le labbra intorno alla corona e sono rimasto inchiodato lì, bloccandogli ogni via di fuga. Gabriele ha avuto una scossa violenta, un sussulto che lo ha sollevato dalla poltrona, e ha iniziato a venire a colate calde e dense direttamente dentro la mia bocca, spingendomi a mandare giù tutto quello che potevo e a deglutire con forza senza staccarmi, anche se ce n'era così tanta che usciva dai lati delle labbra, bagnandomi la barba e il mento.
Mentre deglutivo quel liquido caldo e denso, una realizzazione assurda e devastante mi ha colpito il cervello: stavo ingoiando la sborra di un altro uomo, la sborra del mio migliore amico, e, porca puttana, mi piaceva pure. Il gusto caldo, amaro e intenso della sua virilità mi stava mandando al manicomio e mi faceva sentire un animale. Proprio nell'istante in cui mi pulivo le labbra con una mano tremante, mentre il suo petto si contraeva ancora per gli ultimi spasmi dell'orgasmo, una scarica elettrica devastante è partita dalla base della mia schiena, una scossa che mi ha svuotato completamente.
Solo in quel momento, mentre la nebbia dell'eccitazione cominciava lentamente a diradarsi, mi sono accorto di una cosa assurda: senza che mi fossi toccato, senza essermi sfiorato il cazzo nemmeno una volta, ero venuto nelle mutande, tramortito dall'intensità di un piacere così violento e passivo da lasciarmi tremante sul pavimento, con la testa appoggiata alle sue ginocchia come un cane fedele. Siamo rimasti così per qualche minuto, nel silenzio della stanza interrotto solo dai nostri respiri che tornavano lentamente regolari, pesanti e rumorosi, con il sapore caldo e intenso del suo sperma che mi impastava ancora le labbra e la gola, mentre i pantaloni della tuta, bagnati dal mio stesso orgasmo involontario, mi ricordavano la violenza di quello che era appena successo.
Lentamente ho sollevato la testa dalle sue ginocchia mentre la scossa di adrenalina svaniva, lasciando spazio a un improvviso ritorno di quella mia tipica ruvidezza difensiva; lo fissai dal basso, ancora inginocchiato, sentendo il sangue alle orecchie e la voce roca, impastata e incrinata dalla tensione, tanto che ho dovuto tossire per nascondere il tremolio: «Allora? Sono stato bravo o c'erano ancora troppi denti?».
Gabriele mi ha guardato con occhi sgranati e un'espressione indecifrabile sul viso stanco ma soddisfatto, rimanendo serio e impassibile per un attimo che mi ha fatto temere il peggio, prima che il suo viso si aprisse in una risata cristallina. Non era uno scherno, cazzo, né un riso di superiorità, bensì una risata aperta, calda, di autentico divertimento e complicità, la stessa che usava quando eravamo al pub dopo una partita di calcetto andata particolarmente bene. Quel suono ha ripulito l'aria pesante all'istante, agendo sulle mie paranoie residue come acqua sul fuoco, tranquillizzandomi nel profondo e disinnescando la bomba della vergogna, perché non c'era spazio per lo schifo se lui rideva così, con quella sincerità.
«Vitto, per essere uno che fino a ieri pensava che un cazzo facesse schifo, mi hai quasi staccato la cappella», ha scherzato, passandosi una mano sul viso ancora arrossato dall'orgasmo mentre con l'altra mi dava una pacca affettuosa sulla spalla, un gesto virile e rassicurante. «Sei stato bravo, davvero. Una... foga inaspettata».
«La prossima volta userò meno i denti, promesso», ho responso abbozzando un sorriso stanco ma stavolta sincero, senza paranoie, sentendo la tensione sciogliersi del tutto.
«Ah! La prossima volta? Interessante», ha ribattuto lui con un occhiolino malizioso.
Mi sono alzato in piedi con le gambe ancora un po' leggere e insicure, ma per la prima volta in mesi non ho provato il bisogno ossessivo di scappare in bagno a lavarmi via la colpa; così, mentre mi sfilavo i pantaloni della tuta bagnati per cambiarmeli, ho guardato Gabriele che si avviava in bagno, sereno, svuotato e appagato grazie a me.
Io sono rimasto immobile, seduto sul bordo del letto, guardandomi la mano sinistra appoggiata sul ginocchio e fissando l'indice, il dito che aveva toccato il suo culo. In quel momento mi è tornata addosso la sensazione esatta di pochi minuti prima: il calore teso di Gabriele e il ritmo vivo e contratto del suo buchetto che pulsava contro il mio polpastrello. Così, senza che lui potesse vedermi e con il cuore che riprendeva a battere più forte, ho sollevato la mano, ho portato l'indice alla bocca e ho iniziato ad assaggiarlo lentamente, assaporando a fondo il gusto della mia stessa saliva mischiata all'odore maschio, selvaggio e proibito del suo corpo, che era rimasto attaccato alla mia pelle come un sapore metallico, intenso e viscerale.
Mentre mandavo giù quel sapore di nascosto, con un'avidità che mi spaventava e guardando la luce della lampadina che filtrava dalla fessura del bagno, ho capito: qualcosa dentro di me si era rotto per sempre o forse, dopo quarantotto anni di bugie, si era finalmente incastrato al posto giusto.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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