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Gay & Bisex

La quarta IPA


di Arconte1
11.06.2026    |    662    |    3 9.6
"Sentire la sua bocca sulla mia, così intima, così proibita, mi ha eccitato più di qualsiasi spinta, più di qualsiasi penetrazione..."
Questo racconto segue "L'accettazione di un desiderio". Personaggi potrebbero essere reali ma i fatti sono di pura fantasia.
E' l'ultimo racconto delle vicende di Gabriele e Vittorio.

GABRIELE
Ho integrato il dettaglio delle birre per dare più concretezza al momento e sottolineare lo stato di alterazione in cui si trovavano.
Con l'arrivo del COVID, l'ospedale era diventato una trincea. Turni massacranti, la paura costante di portarsi il virus addosso, il terrore di contagiare chi amavi. Chiara, mia moglie, si era trasferita da sua madre insieme a nostro figlio: era la scelta più sensata per proteggerli, per permettermi di lavorare senza l'incubo di portare il contagio tra le mura di casa. Ero rimasto solo in un appartamento enorme che, nel silenzio, sembrava quasi volermi mangiare vivo.
Un pomeriggio, in reparto, ho incrociato Vittorio. Aveva gli occhi cerchiati, scavati. «Elena è andata via, sono solo e sto perdendo la testa», mi ha buttato lì, passandosi una mano tra i capelli diventati lunghi, incolti per la mancanza di barbieri. Gli ho proposto di trasferirsi da me senza pensarci troppo: «Vieni, Vitto. Dividiamo le spese, ci diamo il cambio. Almeno non impazziamo da soli». Era nata come una roba logistica, pratica. Invece, ci siamo ritrovati sigillati in quel perimetro, dove ogni sguardo o silenzio pesava il doppio.
Quella sera eravamo a pezzi, crollati sul divano dopo un turno infinito, con le bottiglie di quattro IPA a testa che ormai facevano da ornamento al tavolino. Eravamo alticci, nervosi. Il silenzio tra noi era diventato un peso insopportabile. Vittorio mi fissava con la mascella serrata, gli occhi lucidi che bruciavano. Poi, senza preavviso, ha sputato fuori quella domanda che ci girava intorno da mesi:
«Gab... dimmi la verità. Com'è sentire un cazzo nel culo?»
Mi ha colpito come uno schiaffo. L'ho guardato, sfidandolo con un mezzo sorriso. «Curioso, eh? Vuoi vedere se è davvero così terribile?».
È rimasto muto per un’eternità, poi gli ho visto cambiare lo sguardo: un guizzo di follia, di resa. «Al diavolo», ha ringhiato. Si è spogliato in fretta, a fatica, mettendosi a carponi sul divano e aprendosi le natiche con le mani, in un gesto grezzo, senza alcuna vergogna.
Vederlo lì, così massiccio e indifeso, mi ha mandato in corto circuito. La schiena coperta di peli, quel cerchietto teso che quasi spariva sotto. Mi sono avvicinato, gli ho tolto le mani di dosso e non ci ho visto più. Sapeva di lui, di sudore, di intimità pura. Ho iniziato a leccarlo, volevo mangiarmelo. Con una mano gli accarezzavo il cazzo da dietro, facendolo scorrere con ritmi lenti, calcando il pollice sulla punta bagnata. Sentivo i suoi muscoli vibrare, reagire a ogni tocco, finché il suo buco non ha risucchiato la mia lingua. Era pronto.
«Vitto, non ho protezioni», ho mormorato, quasi per scrupolo.
«Ma vaffanculo, Gab, che ti frega. Facciamo i test ogni settimana», ha risposto lui, col respiro spezzato.
Non ho più aspettato. Mi sono lubrificato con la saliva e ho affondato la punta. È stato uno schianto vedere il mio migliore amico lì, in quella posizione, così buffa eppure così dannatamente eccitante. Ogni colpo era un possesso, un modo per zittire tutto il resto.
È stato un dolore che si è trasformato subito in piacere, una cosa viscerale. Quando ho iniziato a spingere, ho sentito la sua resistenza: il suo corpo era una fortezza, i muscoli serrati che opponevano una barriera ostinata al mio ingresso. Mi sentivo stretto, soffocato, come se le sue pareti volessero espellermi.
Mi sono fermato, guardandogli le spalle tese. «Vittorio, respira», ho sussurrato, col tono più calmo che ho trovato. «Possiamo fermarci, non è un problema. Davvero».
Lui ha scosso la testa, le unghie che scavavano nel divano. «Non smettere», ha boccheggiato.
Ho ripreso a spingere, centimetro dopo centimetro, ascoltando ogni suo sussulto. Il mio movimento era lento, quasi un supplizio. «Sei stretto da morire, Vitto», ho ansimato, sentendo quella tensione bruciante risalirmi lungo la schiena mentre la sua carne, finalmente, iniziava a cedere sotto il mio ritmo.
Era come forzare una serratura che si ostinava a resistere. Ogni volta che si contraeva per il dolore, mi fermavo, gli accarezzavo la schiena, cercavo di calmarlo. «Respira, Vitto, respira con me», gli dicevo, affondando ancora un po'.
Quando ho superato la soglia e la pienezza mi ha invaso, ho sentito un calore che mi è arrivato dritto allo stomaco. Vittorio si contraeva, tirando fuori un lamento strozzato. Entrare del tutto è stato come chiudere un cerchio. Per un attimo, il resto del mondo è sparito. Eravamo solo noi due, pulsanti, finalmente pronti a smettere di fingere.
VITTORIO
Le birre che ci siamo scolati mi bruciavano ancora nello stomaco, ma era acqua fresca rispetto al fuoco che mi stava devastando dentro. Quando ho sentito la faccia di Gab premere contro il mio buco, mi è mancata l’aria. «Che cazzo fai?!», ho sibilato, ma la voce mi è uscita rotta, un mix di shock e una rabbia che sapeva già di finta, di difesa ridicola. Non ho fatto in tempo a finire la frase che il piacere ha asfaltato ogni residuo di ragione. La sua lingua era una lama calda, precisa, implacabile, mentre le sue dita davanti mi masturbavano con una conoscenza tale del mio corpo che mi mandava fuori di testa. Il mio «che cazzo fai» si è trasformato in un un gemito di resa che non sono riuscito a soffocare.
Poi la spinta. Non era dolore, era una pienezza brutale, una violazione che mi ha fatto contrarre l’addome fin quasi a strappare il tessuto del divano con le unghie. «Non smettere», ho boccheggiato alla sua proposta, cercando di riprendere il controllo, ma era inutile. Lui ha continuato, spingendo con una forza controllata che mi spaccava in due. All’inizio è andato lento, esplorando, poi ha cominciato a colpire più deciso. Ho sentito la curva del suo cazzo puntare dritto contro uno strano punto dentro di me, un punto che non sapevo nemmeno di avere, un punto che mi ha fatto vedere le stelle.
Non ho avuto il coraggio di voltarmi per guardarlo in faccia: piangevo. Piangevo per il dolore fisico, ma soprattutto per la vergogna feroce di quanto mi piacesse, di quanto avessi bramato quel possesso in segreto. Le sue mani stringevano i miei fianchi a ogni affondo, marchiandomi, mentre il mio cazzo ciondolava duro nel vuoto, sensibile come non mai.
Quando è uscito, sono rimasto un attimo immobile, il buco che bruciava di un calore che mi si irradiava ovunque, sentendomi stranamente leggero, come se avessi espulso insieme a lui la tensione degli ultimi mesi di solitudine. Gab si è seduto sul divano, le gambe larghe, il fiato corto. Mi ha guardato, un ordine muto che non ammetteva repliche. Mi sono calato su di lui, iniziando a penetrarmi da solo, col mio ritmo, col mio tempo. Quel dolore adesso era droga pura, eccitazione che mi annebbiava la vista. Sentivo il mio culo sbattere contro il suo bacino a ogni movimento, un contatto sordo, viscerale.
Poi, nel momento in cui mi sentivo più scoperto, più vulnerabile, lui ha sollevato il busto, mi ha bloccato il volto con le mani e mi ha baciato. Non è stato un bacio rubato, è stato un possesso. Quel contatto labbra contro labbra... è stato quello a farmi crollare davvero. Sentire la sua bocca sulla mia, così intima, così proibita, mi ha eccitato più di qualsiasi spinta, più di qualsiasi penetrazione. In quell'istante mi sono arreso del tutto: il confine tra migliore amico e amante si è sciolto. Sono venuto contro il suo addome con un urlo soffocato, un suono che mi ha svuotato i polmoni. Lui ha risposto con un verso gutturale, profondo, mentre sentivo il suo calore riempirmi fin dentro le ossa. Sono rimasto lì, a cavalcioni su di lui, col cuore che mi batteva nel petto come un martello, finché il suo cazzo, ormai privo di forza, non è scivolato fuori da solo. Avevo buttato via ogni maschera e, in quella stanza che puzzava di birra e sudore, per la prima volta ero davvero io.
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