Gay & Bisex
Generazioni 2
31.10.2026 |
1.773 |
3
"Sotto il mento, il collo, il punto in cui la barba si faceva rada e la pelle morbida..."
La mattina dopo Ettore era già sveglio, seduto in poltrona con la radio accesa a basso volume, e Simone si trovò a preparare il caffè con le mani che non gli obbedivano. Aveva passato la notte a rigirarsi, a pensare al "non è che a me dispiaccia" detto con quella calma da uno che sa il fatto suo, e si era svegliato con la testa confusa e il corpo già teso.
«Hai dormito male» notò il nonno, senza alzare gli occhi dal giornale.
«Un po'.»
«Eh.»
E fu tutto, e quel "eh" a Simone sembrò che sapesse di tutto.
La doccia, quel giorno, non fu una doccia. Fu una lezione.
Simone aprì l'acqua e quando si voltò Ettore era già nudo, appoggiato alla maniglia, e il cazzo era già su — non a metà come le altre volte: dritto, gonfio, scuro, appoggiato al ventre, in tutta la sua potenza. Simone sentì il fiato che gli si bloccava.
«Nonno...»
«Che c'è?»
«Ce l'hai...» e non seppe finire.
Ettore abbassò lo sguardo sul proprio corpo come se dovesse controllare, e poi rise, una risata corta e sincera. «Ah. Quello.» Si passò la mano sana sul petto, senza nessuna fretta di coprirsi. «Senti, piccolo, ti dico una cosa: da sempre. Da quando avevo quattordici anni. L'acqua calda, la mattina, il sapone — e su
come un soldato. Tua nonna mi prendeva in giro che non potevo fare il bagno se c'era gente in casa.»
Simone fissava il punto sbagliato del corpo del nonno e lo sapeva.
«Poi speriamo che tu abbia preso da me» continuò Ettore, e la voce era quella di uno che parla del tempo. «Perché da tuo padre — con tutto il bene — non è che si sia visto 'sto gran miracolo.»
«Nonno, ma dai.»
«Che vuoi, è la verità. Comunque» e fece un cenno col mento verso di sé, «io non ci posso fare niente. Se ti dà fastidio, ti arrangi.»
«Non mi dà fastidio» disse Simone, troppo in fretta.
«Meglio.»
Prese la spugna. Le altre volte aveva cominciato dalla schiena: quella mattina Ettore si girò appena, quanto bastava per lasciargli vedere che l'erezione non era un caso isolato, e Simone capì che l'ordine delle cose era cambiato. Insaponò il petto, e il respiro del nonno si fece più profondo sotto le sue dita. Scese. La spugna si impigliò nei peli del basso ventre, poi scivolò lungo l'asta e il cazzo si mosse sotto la sua mano, sobbalzò, tornò su più dritto di prima.
«Tienilo» disse Ettore.
«Come?»
«Con la mano. Non con la spugna. Lavami bene, anche sotto il prepuzio.»
Simone posò la spugna. Prese il cazzo del nonno con la mano — con tutta la mano, perché con le dita non ci stava — e lo tenne sollevato. Era caldo e pesante, la pelle liscia e tesa, e gli si mosse in pugno come una cosa viva che aveva fretta. Simone trattenne il fiato.
«Ecco» disse Ettore, soddisfatto. «Visto che non morde?»
«Nonno, sei...»
«Sono cosa?»
«Niente.» Arrossì fino alle orecchie e si mise a insaponare con un'attenzione esagerata, scostando la pelle con i pollici, pulendo, risciacquando, e ogni volta che la mano risaliva il cazzo si tendeva di più e il nonno faceva un mezzo sospiro che a Simone pareva di sentire nelle ossa.
«Piano» disse Ettore a un certo punto, con la voce un filo più bassa. «Che se continui così mi fai venire qui in piedi e poi ti tocca pulire anche il pavimento.»
Simone rise, nervoso. «Non esagerare.»
«Non esagero mai.»
Quando chiuse l'acqua, il nonno era ancora duro, e lo rimase anche mentre si asciugava. L'accappatoio se lo mise sulle spalle aperto, e se ne andò in cucina così, con il cazzo che gli ballava davanti a ogni passo zoppo, e Simone dietro con il cuore a martello.
La rasatura arrivò dopo colazione, e fu peggio di tutto.
«Sedia in bagno» disse Ettore. «E la lametta nuova, che quella vecchia è consumata.»
Simone sistemò la sedia davanti allo specchio, e il nonno ci si sedette con la schiena dritta, la gamba ingessata distesa di lato. Poi allargò le cosce e batté la mano sulla coscia sana.
«Mettiti qui.»
«In mezzo?»
«Dove vuoi metterti, sul lavandino?»
Simone si infilò tra le ginocchia del nonno, in ginocchio. Da quella posizione la faccia gli arrivava all'altezza del collo, e sotto, appoggiato alla pancia, c'era ancora il cazzo, che nel frattempo si era calmato ma non del tutto. L'accappatoio era aperto, e il nonno non aveva nessuna intenzione di chiuderlo.
«Prima il sapone» disse.
Simone glielo passò sul mento e sulle guance, con le dita che gli tremavano, e Ettore lo guardava dall'alto, e più Simone ci metteva impegno e più sembrava divertito.
«Mani ferme, mi raccomando. Il collo è la parte peggiore.»
«Lo so, nonno.»
«Ah, lo sai.»
La prima passata andò bene. La seconda anche. Alla terza Ettore disse: «Tira la pelle» e Simone dovette appoggiare il pollice sulla guancia del nonno e tenderla, e con il pollice lì sentì la barba ruvida, il calore, la mascella dura sotto la pelle. Ettore girò appena il mento verso la sua mano, come per facilitargli il lavoro, e le labbra gli sfiorarono il polso.
Simone si bloccò.
«Continua» disse il nonno, piano. «Che mi hai lasciato a metà.»
Simone riprese, con il fiato corto. Sotto il mento, il collo, il punto in cui la barba si faceva rada e la pelle morbida. Ettore mandava il fiato sulle sue dita e su per il braccio, e ogni tanto deglutiva, e il pomo d'Adamo gli si muoveva sotto la lama, e a Simone sembrava di radere qualcosa di molto più fragile di un uomo di ottanta chili di muscoli.
Poi la mano del nonno — quella sana — si posò sul suo fianco.
Non per tenersi. Solo lì, aperta, con il pollice che premeva appena contro il fianco di Simone attraverso la maglietta. Simone deglutì e continuò a radere come se non se ne fosse accorto, ma la sua erezione nei boxer era ormai una cosa che si vedeva, che si sentiva, che premeva contro la stoffa.
«Nonno» disse, con la voce che gli uscì più sottile del previsto.
«Mm?»
«Mi sto...»
Ettore abbassò lo sguardo, guardò i boxer di Simone, poi risalì lentamente fino ai suoi occhi.
«Sì» disse. «lo vedo.»
E la mano sul fianco gli strinse appena la carne, e non la tolse.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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