Gay & Bisex
Ordinarietà
Kairos100
10.08.2025 |
530 |
8
"Gli lecco pian piano il glande nell’intorno dell’uretra, piano piano e passo la lingua lungo la corona di quella enorme cappella..."
“Scendere in dieci minuti!” – mi sveglio di soprassalto mentre il pilota mi invita per ben due volte a scendere dal malandato velivolo che mi ha riportato alla base. Esausto com’ero, non mi ero assolutamente reso conto che fossimo atterrati. “Scendere in dieci minuti, ho detto!!”– con tono ancora più deciso e con quell’accento… slavo? – non sono sicuro – così ruvido e poco amichevole.Ok, questo significa che ho 10 minuti per riacquisire lucidità, guardare cosa c’è dentro il borsone che nel frattempo Bogdan, il pilota, mi ha lanciato addosso e soprattutto provare a mangiare qualcosa, perché è da almeno 24 ore che non metto qualcosa sotto i denti.
Quel borsone contiene il cosiddetto “kit del rientro”, che normalmente consiste in un cambio vestiti, qualcosa da mangiare e specifiche istruzioni post-missione.
Mentre lo apro bramo almeno una barretta iperproteica e degli antidolorifici: sul campo ho avuto un brutto colpo alla gamba sinistra, nulla di grave ma sono partito che ero claudicante e mi fa ancora male.
Ma niente antidolorifici, niente barretta.
Un cambio vestiti che io non avrei scelto mai, tra cui calzini di spugna bianchi, dei jeans un po' larghi per me ed una felpa nera un po’ sbiadita e slabbrata, niente cintura e neanche un paio di mutande pulite; cosa più importante, il consueto fascicolo delle istruzioni di rientro.
Dopo le consuete pagine iniziali di stemmi, sigle roboanti e disclaimer etc., il fascicolo descrive pedissequamente, in un Italiano tradotto molto male, come avrei dovuto giustificare la mia assenza nei precedenti tre giorni ai miei genitori, alla mia ragazza del tempo e agli amici dell’università.
II problema è che questa volta le spiegazioni erano tutte diverse tra loro e tra l’altro anche abbastanza complicate.
Infatti, il giorno prima mio padre mi aveva telefonato e io, cosa che non si dovrebbe mai fare, avevo improvvisato una scusa sul momento dicendo di essere in campeggio con Fabio, il mio compagno di stanza nell’alloggio studentesco in cui vivevo insieme ad altri 11 ragazzi.
Ora però bisognava riprendere quella scusa, far rientrare Fabio nella narrativa complessiva, renderlo complice e assicurarsi che tutto fosse coerente, nel caso molto poco probabile in cui mio padre e Fabio nel prossimo futuro si fossero in qualche modo incontrati e avessero avuto occasione di parlare di quell’episodio.
Ho 5 minuti per imparare tutto a memoria, visto che questo documento non può lasciare in alcun modo il mezzo di rientro. Provo a mente le mie risposte alle potenziali domande rispettando le indicazioni e mi vesto, protesto, impreco, scendo dal velivolo.
Prima o poi conoscerò di persona questo fantomatico “scrittore” di fascicoli – un certo Dvorak – e gliene dirò quattro.
Bogdan si riprende il borsone e mi restituisce il mio portafogli Invicta verde bottiglia contenente la mia carta di identità e qualche banconota da cento, ed eccomi con la forza e la freschezza dei miei 21 anni appena compiuti, un po' zoppicante, percorrere 3 km a piedi dall’altopiano in discesa verso la città, mentre lo sgangherato velivolo si appresta a decollare e scomparire tra le montagne che circondano l’umida valle del Crati.
La prossima volta che rivedrò il gentiluomo Bogdan sarà forse tra due mesi, onestamente spero il più tarti possibile, comunque ancora tutto da confermare.
La cosa importante ora è svuotare la mente e non pensare a quello che ho fatto e che è successo negli ultimi giorni.
Ho sei ore a disposizione prima di prendere l’autobus che mi porterà a casa, o meglio negli affollati e allegri alloggi studenteschi in cui vivo e riprendere la mia vita nel punto in cui l’avevo lasciata.
Oltre ad essere uno studente universitario, da circa due anni contribuisco attivamente nel prestare servizio nell’ambito della sicurezza, diciamo così.
So di essere dalla parte giusta e anche se non ho chiesto io di essere reclutato, mi sto impegnando molto.
Tuttavia, l’architettura di scuse che sono costretto a raccontare alle persone che amo è spesso arzigogolata e sostenere tutti quei frequenti switch richiede l’impiego di ampie risorse mentali e fisiche.
Non sono l’unico e non sono speciale, ma reggere non è certo facile; ma tra qualche anno ne uscirò, diventerò un geologo, mi sentirò di nuovo libero e finalmente vivrò anche io il lusso di potermi addirittura annoiare e fare la vita di una persona normale.
NdR: In realtà non andrà proprio così, ma in quel momento non avevo davvero la minima idea di ciò che il futuro avrebbe potuto riservarmi. Nel frattempo, l’anelito verso una straordinaria ordinarietà mi spingeva ad andare avanti.
La cosa positiva è che ora posso concedermi qualche ora di completa libertà. Una finestra di sei ore sospesa nel tempo in cui ci sono solo io.
Ufficialmente Piero è in campeggio con Fabio e tornano stasera, mentre la persona che ero fino a due ore fa è ufficialmente su un treno partito dalla Serbia e diretto in Germania per iniziare a lavorare in quel nuovo cantiere a Wolksburg.
Quindi nelle prossime 6 ore non esisto per nessuno.
“Blind window”, dicevano; “The right to be forgotten”.
Arrivo in città, sto letteralmente morendo di fame, sono già le 14.30 quando entro in un ristorantino aperto nei pressi della stazione centrale.
Mi ispira, entro e vedo che sono l’unico cliente.
Si presenta un tipo alto, moro, direi sui 35-40 anni, robusto, con un gran sorriso e mi guarda con evidente curiosità.
Da lì a poco avrei scoperto essere il proprietario del ristorante.
“Posso pranzare qui o è troppo tardi?”
“Chiudiamo le cucine alle tre, se vuoi ordinare qualcosa subito ce la facciamo”.
“Sicuramente, ho una fame da lupi”.
Guardo velocemente il menu ed ordino una bistecca di manzo ben cotta con patate al forno e acqua naturale.
Il proprietario mi guarda con ancora più curiosità, prende l’ordinazione e va in cucina.
Sono così stanco che ne approfitto per incrociare le braccia sul tavolo, appoggiarci la testa e chiudere gli occhi per un po'.
Li riapro quando il proprietario porta il mio piatto. Mangio tutto con voracità incredibile, senza alcun ritegno, senza educazione. E ordino un’altra bistecca. Bis.
Il proprietario prende la nuova ordinazione, va in cucina, ritorna, prende una sedia e si siede a fianco a me.
La cosa mi sorprende un po' e automaticamente, di soppiatto e senza farlo notare, misuro la distanza tra me e la via di fuga più vicina, identifico quali oggetti posso spaccargli in testa – una sedia – e sento i muscoli che si irrorano di sangue.
Non sento più alcun dolore alla gamba: proprio vero che l’adrenalina è la droga più potente di tutte.
Intanto lo guardo, mantengo lo sguardo fisso sorridendogli con quella faccia disarmante ed ingenua da bravo ragazzo di campagna che mi contraddistingue.
Giuseppe mi racconta di essere il proprietario, di essere sposato ed avere già due figli ed il terzo in arrivo.
Da anni gestisce questo ristorante, ma non sempre gli affari vanno benissimo.
Il padre lo aiuta finanziariamente, spesso lo aiuta anche nelle attività quotidiane nel ristorante e si vedono o sentono tutti i giorni; gli è molto grato ma vorrebbe affrancarsi dal suo supporto economico ed essere finalmente indipendente. Chiaramente immagino si stia chiedendo cosa io stia facendo lì, da dove sia uscito, perché abbia tutta quella fame e non mi va che mi vengano fatte quelle domande, soprattutto perché inventare un’altra storia avrebbe le sue complicazioni e io sono esanime; voglio solo continuare a mangiare come un lupo, arrivare a casa e poi dormire.
Quindi anticipo le potenziali domande e gli dico che arrivo da Catanzaro dopo aver sbrigato alcune commissioni alla caserma militare per il rinvio al servizio di leva, è andata bene ma mi sono svegliato molto presto e non ho neanche avuto il tempo pranzare.
Dovrò necessariamente ricordarmi di comunicare a Dvorak, lo “scrittore”, che ho detto ‘sta roba al tipo del ristorante e assicurarmi che venga trascritta nel rapporto finale.
Nel frattempo arriva la seconda bistecca e mentre la mangio lui continua a raccontarmi della sua vita. Si assenta solo un attimo per una telefonata.
Stiamo diventando amici!
È un tipo simpatico. Finisco il pranzo, quindi prendiamo un caffè insieme continuando a chiacchierare.
Gli racconto che sono uno studente, gli dico dove abito, e mi sbilancio nel dire che non vedo l’ora di rivedere la mia ragazza stasera. Mentre dicevo quest’ultima cosa ho visto un interesse particolare, probabilmente perché immaginava cosa avrei voluto fare con la mia ragazza.
“Dove devi andare ora? Se vuoi chiudo qui, lascio i ragazzi a pulire e ti accompagno io”.
“Dovrei prendere l’autobus per arrivare a Castelfranco”.
“Vado in quella direzione, se ti va allungo un po' il mio percorso e ti accompagno direttamente a Castelfranco”.
Ok, perché no. Guadagnerò un po’ di tempo.
Il momento di pagare. Quando dice il prezzo alla cassa faccio una faccia un po' strana. È una cifra un po’ bassa, non ricordo bene ma doveva essere qualcosa intorno alle venti euro.
“Mi sei simpatico Piero”, dice.
“Scusa, ma i conti sono giusti?”, dico io.
“Sì, sì, certo, lascia stare”, fa lui.
Io non inquadro bene la situazione. Inizio a percepire un interesse particolare.
Sono già le 16.00 e dopo 5 minuti sono nella sua Fiat Punto.
“Quindi hai la ragazza? Eh bei tempi, alla tua età io ero instancabile.”
Ecco; ho capito dove vuole andare a parare: vuole parlare di sesso, il porco.
“Ahah, sì sì. Beh anch’io ce la metto sempre tutta! Speriamo bene stasera. Quelle sue bistecche buonissime aiuteranno e se andrà bene sarà anche merito tuo!”
Eh sì, potevo star zitto, ma ho deciso di dargli corda e vedere fin dove si spinge.
“Ah sì? Interessante. E cosa hai intenzione di fare?” incalza.
“Mah… cose normali”, rispondo.
Giuseppe sorride in modo furbesco.
Quindi io, incuriosito: “E tu invece? Non fai cose normali? O sei più anticonformista?” Me le vado davvero a cercare.
“A volte anticonformista”, dice.
Qualche secondo di silenzio, capisco che vorrebbe dire qualcosa in più ma è indeciso se lanciarsi o no.
Lo guardo e sorrido in modo rassicurante.
Si fa un po' di coraggio e supera la titubanza iniziale, visto che fa: “Hai mai provato con un ragazzo?”
“Chi, io!? Ma no!!!” – detto proprio da me che a 21 anni avevo già preso diversi chilometri di cazzo.
Non esageriamo: mi piaceva ricordare a me stesso, con un certo orgoglio, che non ero certo alle prime armi, ma in realtà non erano così tanti quei chilometri, perché dopo le prime esperienze adolescenziali abbastanza acrobatiche, in quel periodo per quanto riguarda i maschi mi divertivo principalmente con il coetaneo Fabio, con cui facevo più che altro roba goliardica, nottetempo quando non era con la sua ragazza, e raramente si arrivava al sodo.
Quel sodo che però ricordavo piacermi molto, ma a cui davo poca priorità, dicendomi che avrei avuto tutta la vita davanti per quello e che ora avrei dovuto concentrarmi su altro; altrimenti, non sarei andato proprio da nessuna parte, avrei potuto solo fare il marchettaro fino ai 29 anni e difficilmente avrei trovato un lavoro soddisfacente a lungo termine.
Dopo qualche secondo, ripensando alla chiusura della risposta appena data, mi sono detto “ma fanculo”, forse potrei anche fidarmi, in fondo non lo avrei più rivisto, sembrava un tipo affidabile, gran lavoratore, testa sulle spalle, padre di famiglia. Me la stavo raccontando per convincermi ad aprire i boccaporti, e non solo.
“Apri un attimo il cruscotto”, mi dice.
Eseguo: lo apro e sotto il libretto dell’auto c’era una rivista. Anzi due.
Prendo e apro la prima: “Le ore”. La sfoglio davanti a lui.
L’atmosfera in auto, mentre guida, si fa quasi solenne, sacra e un denso silenzio metafisico invade l’abitacolo della Punto. Famosissima rivista porno etero, mese di Giugno 200X. A me inizia a venire duro guardando un tipo molto baffuto che sborra in faccia a Jessica Rizzo. A quanto pare era un servizio fotografico un po’ amarcord di qualche anno fa.
In quel momento vedo il suo sguardo sul mio pacco e lui nota che io lo noto.
Con voce più bassa mi dice: “Cerca meglio sotto quei documenti”.
Tiro fuori la seconda rivista. Anche questa rivista è porno, ma per gay. La apro andando ad una pagina qualsiasi, incappando in una scena in cui un omone peloso dal cazzo enorme, grosso e curvo inculava un giovane che poteva avere la mia età aprendogli vistosamente il culo glabro guadagnando una ampiezza davvero ragguardevole.
Giuseppe non guarda la rivista, ma guarda me che guardo la rivista e capisce che non sono sorpreso né particolarmente scandalizzato.
E vede bene che ho una potente erezione, resa visibile dall’assenza di biancheria intima.
A qual punto stende il braccio e mette la mano destra sul mio collo, da dietro, accarezzandolo.
“Bello, no?”
Io, con tono un po' incerto: “Sì.”
“Hai mai provato?”
Io, con tono ancora più incerto, ma anche con la volontà di godermi un po' di libertà: “uhm, no…ehm sì…”
Mi prende la mano e me la mette sul suo pacco. Enorme e durissimo.
Mi sento turbato.
A questo punto mette la freccia a destra e prende una traversa di viale Marconi, la strada che da lì a breve mi avrebbe condotto a casa. Ma a quanto pare facciamo una deviazione.
“A dire il vero ho provato qualcosina, ma poco, non sono sicuro che mi piaccia. Non so. Ahahahahah (risata finto-nervosa)”.
“E sei curioso?”, mi chiede.
“Beh, non so, certo se dovesse capitare l’occasione… ma penso di no, dai. Sono fidanzato. Meglio non pensarci.” Ma falla finita, troia, che lo hai provocato tu e ora giochi male ad un role-play non richiesto.
So come può andare a finire e mi sento trepidante ed un po' impaurito. Ma soprattutto trepidante. Non sono mai stato con un uomo tanto più grande di me. Giuseppe a questo punto parcheggia in una traversina isolata e spegne l’auto, circondata da ulivi.
Non dice nulla. Mette la mano destra sulla mia coscia sinistra. Mi fa un po' male e sobbalzo. Penso che Giuseppe abbia frainteso il mio gesto e indietreggia per un attimo, forse un po' intimidito.
Ma istintivamente metto la mia mano sulla sua, non per bloccarla ma stringendogliela con gentilezza. Inizia ad avvicinare l’altra mano sul mio pacco e mentre è lì per toccarlo mi guarda cercando il mio consenso. Faccio un timido cenno con la testa per fargli capire è che OK, che può andare.
E appoggia. Ho un cazzo durissimo.
Quindi mi cinge con le braccia e si avvinghia.
Da lì in poi mani ovunque, sento il suo odore di sudore e l’aroma del caffè.
Mi bacia infilando un chilo di lingua in bocca e io ricambio con piacere.
Che sapore acre e piacevole.
Ad un certo punto mi avvicino un po' al suo pacco, lui capisce che voglio vederlo e lo tira fuori.
Che sorpresa: un bel grosso cazzone, nerboruto come quello di Roberto Malone (porno star anni 90 oggetto di tantissime seghe di quel periodo) e una bella cappella turgida. Inizio a segarlo e iniziamo a sorridere. E a ridere un po'.
“Bravo, bravo. Avevo capito dall’inizio cosa ti piace. Continua, goditelo tutto…”.
Certo che continuo, lo sego con dedizione e avvicino la mia bocca al cazzo. Gli lecco pian piano il glande nell’intorno dell’uretra, piano piano e passo la lingua lungo la corona di quella enorme cappella.
Che ottimo sapore di precum, sto impazzendo. Ho il culetto che pulsa. Continuo a pompare forte dell’esperienza acquisita negli ultimi anni, guardandolo in faccia di tanto in tanto perché vedere la sua espressione da porco mi manda davvero in visibilio.
Giuseppe spinge la testa all’indietro dal godimento ed inizia a gemere. La cosa mi fa eccitare ancora di più e continuo a pompare fino a farmelo arrivare in gola. Pompo, pompo e nel frattempo inizio anche a segarmi.
Affondo la testa sulle palle e divoro tutto quel profumo e quel sudore.
Quel selvatico e stupendo sapore di palle. Nella prossima vita voglio rinascere “muscolo perineo” solo per vivere avvolto in quel profumo per tutto il tempo.
“Così, dai, forza bravo”, incita.
Finalmente. Questa è una delle cose che più mi piace fare in assoluto. La verità è che io passerei la mia vita così: nelle piazzole di sosta a pompare sconosciuti e elargire preziose ed indimenticabili iniezioni di autostima ai camionisti di passaggio, ma anche ad altri tipi di autisti.
Anche ai corrieri della droga. Tutti. Sì.
Sono inesorabilmente attratto dall’esecrabile.
Un giorno mi prenderò una vacanza, una settimana. Partirò da solo ed il programma sarà solo quello di fare cruising per pompare, farmi pompare, scopare e farmi scopare.
Giuseppe mi guarda con gratitudine mentre mi spinge la testa sul suo cazzo facendomi quasi arrivare ad ingoiare le palle. Ha abbassato i pantaloni e aperto la camicia, gli ho dato tregua solo per un attimo per consentirgli di sistemarsi e ho ricominciato a pomparlo. Sono una idrovora instancabile.
Si sentono solo gli inconfondibili rumori della saliva, del suo cazzo nella mia bocca e nella mia gola. Quel cazzone suntuoso inizia a diventare ancora più duro e io continuo la mia opera.
Sento delle decise pulsazioni nell’intestino retto; è strano perché ho avvertito quei dolorini pochissime volte e sempre dopo aver avuto rapporti anali. Ora li sento in anticipo? Una premonizione di quello che sarebbe avvenuto in serata? Che strano. Qualcuno ha le ginocchia in grado di prevedere il maltempo, io invece avrò forse il culo sensitivo!
In ogni caso vorrei davvero che questo momento non finisse mai. Lui mi piace. Mi piace la sua barba, il suo petto villoso, il suo accento cosentino un po' tamarro dalla grammatica claudicante come la mia gamba, le cosce tornite, quelle mani attorno alla mia testa. Mi piace e non so cosa farei pur di farlo godere fino a farlo esplodere. Ora potrebbe chiedermi qualsiasi cosa.
È robusto, in carne, grande e grosso con un po' di pancetta. Insospettabile e decisamente maiale. Merita il meglio e io glielo do tutto, il mio meglio.
Sto cercando di trattenere il suo cazzo in gola per più secondi possibili, giocando a fare il deep-throat fino a provocare dei rigurgiti (ndr, non sapevo che quello fosse il “gagging”, ho imparato molte cose in modo molto naturale grazie al mio senso di esplorazione, senza tanti input esterni di tipo “culturale” per poi scoprire che quelle cose erano pratiche ben precise e avevano un nome ben preciso), quando mi stacca velocemente il cazzo dalla bocca.
Non voglio fermarmi!
Inspiro profondamente e d’un botto per compensare l’apnea. Un lungo filo di bava va dalla mia bocca alla sua cappella. Non mi era mai capitato, che schifo! Ahahahah!
Gentilmente Giuseppe con il dito spezza il filo conduttore che legava i nostri corpi, ne prende un po', con l’altro braccio mi fa un po' alzare e capisco che vuole mettermi due dita in culo.
Ok! Un po' di ricerca del buco e non fa certo fatica ad entrare. Infila due dita e con il pollice cinge l’incavo tra ano e palle (la zona del perineo, per l’appunto). Stantuffa come un pistone impazzito e inizio a urlare perché mi fa male, ma non mi fa male, mi brucia, mi piace, e godo! È la prima volta che ho due, forse tre dita in culo!
Giuseppe mi sente gemere e mi dice che sono "un campione, vai, siiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii, bravo ragazzo mio”. Sto per sborrare, ma mi alzo per farlo sfilare e mi trattengo.
Mi fa un sacco di complimenti sul fisico asciutto, sulla forma del cazzo, sul viso, sulle gambe e sui polsi sottili. Mi adora letteralmente. Ero magro, tonico perché – ripeto – avevo ancora addosso i miei 21 anni ancora così acerbi e promettenti.
E per DNA, una soglia del dolore un po’ più alta della media.
Giuseppe si alza, si gira, si mette a 90 gradi e mette il suo culo verso la mia faccia.
Ha un culone enorme e peloso.
Con le due mani distanzia i glutei e vedo il buco. Mai visto un ano così da vicino.
L’ano è circondato da un bel po' di peli, alcuni dei quali bianchi.
Non sapevo che anche i peli del culo potessero essere bianchi in quel posto lì.
Affondo la faccia, capisco che dovrei leccare ma non l’ho mai fatto, non so perché ma non ce la faccio.
Mai avrei immaginato che da lì a brevissimo anche quello scoglio sarebbe stato ampliamente superato, e in un modo che non mi sarei mai aspettato.
Comunque mi abbasso un po' di più e mi oriento nuovamente su quei coglioni grossi e pieni.
Giuseppe sembra comunque gradire!
Dopo circa un minuto ecco Giuseppe che sorride soddisfatto con un ghigno di chi la sa lunga e ha avuto ciò che vuole, rilassato, ma con quel cazzo ancora bello dritto; mi guarda negli occhi e dice: “beh, ora andiamo”, in dialetto cosentino.
Ma come, penso io? E invece dico: “ok, è tardi”, abbassando lo guardo.
“Devo andare a trovare un mio amico”, dice Giuseppe in dialetto.
“Ah ok. Scusa”, rispondo. Che scemo, e ora perché ho detto “scusa”?
“Sì, ma tu vieni con me, che cazzo hai capito” – in dialetto. Ha cambiato bruscamente registro.
La gentilezza si è trasformata di colpo in un atteggiamento immotivatamente dominante, direi prepotente.
Non gli ho mica dato il permesso di prendersi questa confidenza.
Ma ora come si fa a tornare indietro? Io sento la frustrazione di non essere venuto, di non averlo fatto venire e inizio anche a cagarmi un po' addosso. In fondo, chi è questo qui? Uomo affidabile, padre di famiglia… eppure so benissimo da tempo che l’immagine socialmente accettabile che molti uomini esprimono spesso è molto lontana dalla realtà.
“No no” – dico io, quasi un po' risentito per non essere riuscito a completare il lavoro, ma soprattutto per l’incapacità di avere il controllo della situazione - “devo andare, è tardissimo.”
Giuseppe non ha neanche messo le chiusure di sicurezza all’auto, potrei scappare quando e come voglio e capisco che in realtà per me non c’è nulla da temere (“low risk assessed”, “way out ready”).
Ci ricomponiamo, riaccende l’auto, ci rimettiamo in carreggiata e partiamo in silenzio. Mi abbandono al mio destino, sono così stanco. Vediamo che succede.
Durante il viaggio sono un po' imbarazzato e non parlo, perché non capisco bene la situazione e a cosa sto andando incontro.
Giuseppe intuisce la mia sensazione di dubbiosità e insicurezza. Mi guarda con fare strafottente e con una certa sufficienza e dice: “sì sì, non fare quella faccia, che il bello deve ancora venire”.
“Ma… dove mi stai portando? che tipo di amico è? un amico particolare?”, chiedo.
“Molto particolare. Mi ha insegnato molte cose, così come io sto facendo ora con te. Lo avviso che stiamo arrivando”, tutto in dialetto.
Lui dà per scontato che non solo io sia un first-timer ma anche che sia cosentino come lui, ma a quel tempo non capivo ancora bene tutto quello che diceva, con quell’accento poi…
Prende il suo Nokia a forma di citofono, preme a lungo il tasto 1 e parte la chiamata. Capisco che deve essere uno dei suoi amici preferiti, visto che lo ha memorizzato sul tasto 1.
In dialetto dice: “sei a casa in montagna? Vengo a trovarti con quel ragazzo”. Avevano già parlato di me. Forse quando ero dedito a ingurgitare la seconda bistecca?
“Ti fai trovare pronto?”
Non riesco a sentire la risposta. Attacca.
Castelfranco è ormai lontano, siamo in montagna a Roncigliano. Freccia a sinistra, stradina di campagna, cancello. Superiamo il cancello ed entriamo in una proprietà privata. È un casale, sembra una fattoria; riconosco un pollaio, vedo distintamente anche vari mezzi agricoli piccoli e grandi per lavorare la terra. Si vede che non è una “prima” casa; forse più una casa di campagna, circondata da ettari di orti, alberi da frutto, pioppi e castagni. Tipica casa di campagna della zona.
Giuseppe raggiunge un garage dietro il casale e parcheggia. Spegne l’auto e scendiamo. Mi accorgo che nel frattempo si avvicina un signore, avrà potuto avere tra i 55 e i 60 anni, non di più. Alto più o meno come Giuseppe, pelato con folta barba bianca, una grossa pancia tonda e soda, grossi bicipiti, con addosso una camicia bianca a righe i cui bottoni sopra la pancia bestemmiano.
Pantaloncini corti lasciano intravedere gambe grosse e poco pelose.
Pantaloncini che non nascondono la forma inequivocabile di un possente cazzo che pende a destra. Se l’erezione non è in corso, è quantomeno barzotto.
Il “mago pancione” arrapato!
Protende entrambe le mani verso di noi, una verso di me e l’altra verso Giuseppe. Decisa stretta di mano simultanea.
“Buonasera” mi dice, sorridendo, con lo stesso forte accento cosentino di Giuseppe.
“Buonasera”, rispondo.
“Molto piacere, Mimmo”, aggiunge.
“Ciao papà”, lo saluta rispettosamente Giuseppe.
“Entriamo”, dice con fare deciso Mimmo, il papà di Giuseppe.
Forse le cose qui si fanno complicate. Ma in che situazione mi sono cacciato? Ma vattene via subito, cretino che non sei altro.
Guardo l’ora che segna l’orologio appeso su una parete del garage.
Dietro di me c’è Giuseppe con una mano sulla mia spalla per rassicurarmi e davanti, a guidarci verso l’interno della casa, suo padre.
L’orologio mostra che, oltre a Mimmo, davanti a me ho ancora ben tre ore di tanto desiderata “ordinarietà”.
Continua…
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