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Gay & Bisex

una bocca da usare


di femboyinesperto
20.07.2026    |    4.415    |    9 9.6
"Io sono quello che viene per terra, da solo, a bocca aperta, a gustare il ricordo di un uomo vero..."
Ogni mattina mi sveglio pensando che non merito quello che ho. Non merito la fidanzata, la libertà e il lavoro che ho. Mi sveglio e penso soltanto che un uomo più maschio di me potrebbe usarmi la bocca come sborratoio personale e questo sarebbe più giusto sia per il suo cazzo, accolto fin dal mattino in una bocca calda, sia per la mia bocca che è sempre tanto più contenta quando ha sapore di cazzo. È uno spreco pensare a tutti i cazzi di uomini veri che si stanno masturbando in questo momento e che verranno su un fazzoletto... anch'io quando mi masturbo pensando a quei cazzi vengo e vengo nel fazzoletto, ma io mi merito che nessuna bocca mi accolga. Sono io la bocca da usare.

La verità è che mi sono costruito una prigione perfetta. Torno sempre dal lavoro due ore prima di lei. Non perché finisco presto, ma perché ho bisogno di quel tempo. Di quelle due ore di abuso consapevole, di umiliazione scelta. Apro il telefono e non guardo mai pornografia, non quella che si trova sui siti, almeno. Non voglio scene di scopate, non voglio tette o culi che si muovono. Potrei. Ho accesso a tutto. Ma scelgo di non volerlo. Scelgo di limitare la mia sessualità a una sola cosa: cazzi.

La mia galleria è un cimitero di desideri altrui. Uomini anonimi che mi scrivono in privato credendo di umiliarmi «Guarda che cazzo ho, frocio» e io salvo ogni loro foto. Cazzi eretti, cazzi che pendono pesanti su coscioni pelosi, mani che li stringono, glandi gonfi che premono contro l'obiettivo. Loro credono di farmi del male mandandomi queste immagini. Non sanno che è l'unico modo in cui riesco a venire. Mi chiudo in bagno, apro la galleria, e mi masturbo guardando quei cazzi, mentre nello specchio guardo unicamente la mia bocca: il mio cazzo non conta. Il mio piacere è la parte peggiore della sessione masturbatoria, godo mentre guardo i cazzi. Poi vengo e non godo più. Ma non mi arrendo, con il cazzo ancora sporco della mia sborra e nella testa il disgusto per quello che ho fatto, riprendo a masturbarmi. Lo faccio perché voglio venire? No, anzi. Voglio toccarmi il cazzo mentre guardo i cazzi. Nient'altro.

Scorro la galleria e sono lì tutti in fila: il primo è quello del tipo di Bari che me l'ha mandata alle tre di notte, flash acceso che illumina solo il glande violaceo e le palle che pendono come frutti maturi, e in fondo si intravedono le ciabatte di gomma. Poi c'è quello del quarantenne che ha le unghie gialle e il cazzo ancora mezzo flaccido ma lungo, con la pelle che copre quasi tutta la cappella, e sullo sfondo le piastrelle del bagno di un albergo economico, e il buio intorno è sgranato, sporco come le sue intenzioni. Poi il tio enorme che tiene il telefono dal basso verso l'alto: il cazzo che esce dai pantaloni della tuta già duro, con una goccia di pre-sborra che lucida il frenulo, e le palle rase che sembrano lucide e odorose. Poi quello dopo l'eiaculazione: lo sperma bianco che cola sulle dita che stringono ancora l'asta spenta, il glande rosa spento, il calzino bianco sporco visibile in basso a sinistra e il tappeto peloso di un salotto anonimo. Poi il diciottenne che non si è mai rasato: la foresta di peli pubici che escono dai boxer strappati, e il cazzo curvo verso sinistra con la vena grossa che pulsa, e la foto è mossa, sfocata, scattata in fretta forse in un bagno pubblico, forse al lavoro. Poi quello con le scarpe eleganti nere: contrastano con il cazzo rosso e gonfio, e le palle tirate su strette in una mano che sembra aver lavorato la terra o la fabbrica, e il flash brucia l'immagine rendendo tutto troppo chiaro, troppo vero, troppo medico. Poi quello al buio totale: solo il profilo del cazzo che taglia l'oscurità come una falce, e la mano che lo tiene in un'ombra che sembra avere dita troppo lunghe, e il riflesso di uno schermo che illumina appena il glande umido. E infine quello che amo di più, quello che guardo sempre per ultimo prima di venire: il cazzo di un anonimo che non ha mai risposto dopo avermelo mandato, fotografato dal basso verso l'alto così vedo tutto, la base pelosa, le palle che si aprono come ali, il cazzo dritto che punta verso l'obiettivo, come se fossi in ginocchio davanti a lui. Io scorro e scorro, e ogni foto ha il suo odore, ogni foto ha il suo suono, ogni foto è un uomo che non sa di essere entrato nella mia prigione, ogni foto è un cazzo che mi possiede senza sapere il mio nome.

Quando lei torna a casa, io sono già vuoto. Scarico. Ho già dato tutto a quegli sconosciuti, a quelle foto, a quel rituale di umiliazione quotidiana. Lei mi vuole, mi tocca, cerca il mio cazzo nella mutanda e lo trova flaccido, morto, già spento. Allora mi sento in colpa. Allora scendo, le apro le gambe, la lecco per mezz'ora, un'ora, fino a farla venire tre volte sulla mia lingua. Lei pensa che sia premuroso. Lo sono: ma soprattutto le do la lingua perché non posso darle il cazzo, perché il mio cazzo ha già goduto pensando ad altri, perché lecco per ripulirmi la coscienza sporca di sborra altrui.

Oggi è diverso.

Torno a casa, entro nell'ascensore, tiro fuori il telefono. Scrollo la galleria, mi soffermo su delle palle rotonde e perfettamente levigate che mi ha mandato un anonimo ieri notte, sono così perso in meditazioni di peso, forma e colore che non sento l'ascensore fermarsi.

Il secondo piano.

Entra un uomo che non avevo mai visto nel palazzo, i suoi occhi azzurri e freddi scendono sul mio telefono prima che io possa spegnerlo. Vede. Vede quel cazzo sul mio schermo, vede le mie dita che ancora lo toccano, vede il mio viso che diventa rosso, poi bianco, poi un misto di vergogna e desiderio così crudo che non può essere scambiato per altro.

Non dice niente. Non serve.

Mi guarda. Io abbasso gli occhi, sento il cuore che mi esplode nelle tempie. Lui tira su il mento. Un cenno lento, quasi impercettibile, un riconoscimento. Come chi trova una preda che si è già arresa prima ancora di essere acciuffata.

Le mie ginocchia cedono leggermente, non cado, ma quasi. Annuisco. Un movimento minimo del capo, basso, sottomesso.

Arriviamo al mio piano. Esco, lui esce dietro di me. Cammino verso l'ingresso, sento i suoi passi dietro, diversi ora non più quelli di un estraneo, ma quelli di un proprietario che ha appena ritrovato un oggetto smarrito. Arrivo alla porta di casa, infilo la chiave, entro. Lui mi è dietro, entro io, entra lui. Chiudo la porta.

Mi gira, mi spinge contro il muro dell'ingresso. La sua mano destra mi spinge in ginocchio. Il pavimento è freddo, si abbassa la cerniera e il cazzo esce pesante, già semi-duro, puzza di cazzo, odore di uomo vero.

Me lo appoggia sulle labbra. Non spinge, non forza. Aspetta. Sento il peso del glande che preme contro il mio labbro inferiore, la pelle calda e ruvida, l'umidità del pre-sborra che mi macchia il mento. L'odore mi riempie le narici: sudore acido, pelle delle palle di un uomo che non si è lavato da ieri. È un odore che mi fa girare la testa, che mi fa sentire piccolo, insignificante, al posto giusto.

Vorrei dirgli grazie, ma preferisco non parlare: per ringraziarlo comincio dandogli dei bacini sul glande. Le sue dita mi afferrano la mascella, mi spalancano la bocca con forza. Appoggia il glande sulle mie labbra aperte, lo fa scivolare sul mio labbro inferiore, poi su quello superiore, una carezza umida e sporca che mi fa tremare le ginocchia. Mi preme contro i denti, poi indietreggia, mi guarda negli occhi mentre io ansimo, la bocca spalancata, la lingua che esce da sé cercando il calore.

No, non cercano il calore: sono io che cerco di essere chiaro su un punto, mi sto sottomettendo completamente a lui. Riconosco chi tra i due è il padrone e chi lo schiavo, la puttana, la bocca da usare.

Lui sorride e riavvicina il cazzo. Questa volta preme il frenulo contro la punta della mia lingua. Lecco. Un colpo lungo, umido, che parte dal frenulo e scende fino all'attaccatura, dove il cazzo diventa pube e puzza di più. Il sapore è salato, metallico, intenso. Non è un cazzo su uno scermo, è un cazzo vero, sporco, usato, e io lo sto pulendo con la lingua come una troia obbediente.

Poi si scappella. Tira indietro la pelle con tre dita, lasciando il glande esposto, rosso, gonfio. Me lo spinge in faccia, lo strofina sulle mie guance, sul mio naso, mi sporca la faccia del suo odore. Nella mia testa rimbombano parole che di solito vedo scritte sullo schermo «Guarda che cazzo hai davanti» e io guardo quella cappella grossa, le traccie della mia saliva, le palle che pendono pesanti e pelose. Apro la bocca più larga, quel cazzo ha bisogno di me, sarò io a farlo sborrare.

Lui entra. Ma non in un colpo solo. Prima infilza la punta, quel glande che mi riempie la bocca da solo, che mi spalanca le mascelle già doloranti. Poi una spinta lenta, costante, che mi fa sentire ogni centimetro di asta che scorre sulla mia lingua, che preme contro il palato, che scivola in gola: gli occhi mi si riempiono di lacrime che colano sulle guance, ma non cerco di fermarlo. Le sue mani mi afferrano la testa, le dita intrecciate nei miei capelli, e solo allora inizia a muovere i fianchi.

Non è un pompino: lui scopa, io ricevo. Il cazzo riempie la mia bocca, la punta batte contro il palato, le palle pesanti mi colpiscono il mento ad ogni spinta. L'odore è insopportabile e perfetto: il cazzo di un uomo che sa che questa bocca è un oggetto per lui, che ha capito tutto in un secondo e non ha chiesto conferme su quello che sapeva già.

Chiudo gli occhi. Sento il suo respiro accelerare. Io mugugno attorno al suo cazzo, la vibrazione lo fa godere. Spinge più forte, più profondo, trattenendo la mia testa schiacciata contro il suo pube.

Nella mia testa, la vocina si fa nuovamente sentire: «Sei proprio uno sborratoio...» mormora.

Poi lui spinge il cazzo un'ultima volta nella mia bocca e sento l'asta pulsare. La prima scarica mi colpisce la gola, calda, densa. Ingoio senza poter fare altrimenti, lui è troppo in fondo. Viene ancora, ancora, riempiendo la mia bocca di sperma che trabocca sul mio mento. L'odore del suo sperma si mescola al suo sudore, al mio sudore e alla pelle del suo cazzo.

Rimane dentro fino a che non ha finito. Poi esce, mi sbatte il cazzo semi-duro sulla faccia un paio di volte, pulendosi con la mia guancia. Si rimette in ordine, si chiude la cerniera. Mi guarda dall'alto, in ginocchio, con il suo sperma che mi cola sul mento.

«Tienila aperta così.»

Esce. La porta si chiude. Io resto lì, sul pavimento, in ginocchio a bocca a aperta a gustare quel che resta del sapore che mi ha riempito la bocca. La gola mi brucia, le mascelle sono indolenzite ma non mi muovo. Respiro a bocca aperta, sento l'aria che entra e porta con sé l'odore residuo: cazzo, sborra e sudore. La mia lingua gira pigra nel palato, raccoglie ogni goccia, ogni residuo.

La mia mano si dirige verso il mio cazzo, rimasto prigioniero dei miei pantaloni fino adesso. Non mi sono toccato una sola volta mentre lui mi usava. Ero lì per servire, non per godere. Ma adesso, da solo, con la bocca ancora spalancata come uno sborratoio vuoto che aspetta, abbasso la cerniera e il mio cazzo esce duro, violento, gonfio di un desiderio che non meriterebbe soddisfazione. Ma so che lo soddisferò comunque.

Mi masturbo. Piano, poi più forte. Il suono della mano che batte sulla carne umida riempie l'ingresso silenzioso. Con l'altra mano mi tocco le labbra, ancora gonfie, ancora sporche di lui. Le porto alla punta del naso, annuso, poi lecco le dita. L'indescrivibile sapore della sborra: amaro, salato, maschio, sbagliato. Sono ancora in ginocchio, la schiena curva, la testa china, la bocca aperta verso l'alto come se ancora aspettassi, come se quel cazzo potesse tornare, come se meritassi un'altra scarica.

Vengo, con la gola che emette un suono strozzato tra il pianto e il gemito. Lo sperma finisce sul pavimento, accanto alle mie ginocchia, una macchia chiara e insignificante. Non c'è nessuno a raccoglierlo. Cade per terra, sprecato, come deve essere. Io non sono quello che viene nella bocca degli altri. Io sono quello che viene per terra, da solo, a bocca aperta, a gustare il ricordo di un uomo vero.

Per la prima volta in mesi, la mia bocca è contenta. Ma non è abbastanza. Mai abbastanza.
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