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SMDG - Inculo il dipendente per la carriera


di LuogoCaldo
29.04.2024    |    13.538    |    22 9.7
"E mentre sciorinava le sue pillole di saggezza s’avvicinò così tanto che il suo ginocchio toccò la mia coscia..."
Quando mia moglie mi chiamò per dirmi che era finita in ospedale per le fitte della cistite mi crollò il mondo addosso.
Il dott. Fiore, il Direttore Generale dell’azienda per la quale lavoravo, si era insediato proprio quella mattina e aveva calendarizzato un giro di riunioni con noi responsabili che mi avrebbe visto impegnato probabilmente fino a sera.
Non era un gran momento per la nostra vita coniugale, da tre mesi la troia evitava di darmi la fica con la scusa dei bruciori che aveva tra le cosce, ma, ciononostante, mi scapicollai al suo capezzale, certo che quella manifestazione di fedeltà familiare mi sarebbe costata la promozione.
Avevo dovuto mandare a colloquio col Dirigente quell’inetto di Flavio Orsini, il frocetto che m’era stato assegnato dopo che la precedente segretaria se ne era andata in pensione, una puttana a cui lo dovevo sbattere in bocca almeno una volta alla settimana perché mi garantisse devozione e adeguati livelli di produttività senza tirare i remi in barca nei suoi ultimi mesi di carriera.
Rimasi in tensione tutto il giorno, aspettando che il ragazzo mi telefonasse per farmi la relazione dell’incontro, e invece, quando s’erano ormai fatte le dieci di sera e avevo perso ogni speranza d’avere informazioni fino al giorno seguente, mi chiamò il dott. Fiore in persona per dirmi che, valutate le attività di ogni singola divisione, aveva deciso di sottoporre all’ attenzione prioritaria degli investitori internazionali proprio quella di cui ero capo, con promozione immediata mia e del mio sottoposto in ragione dell’aumentato carico di lavoro.
Ero un uomo di mondo e non riuscivo proprio a capacitarmi del perché un simile giro di destino fosse capitato in modo così casuale, senza interventi, compromessi, forzature o insistenze, sicchè l’indomani, seppur stressato dalla permanenza in ospedale e nervoso per l’impossibilità prolungata di svuotare i coglioni, m’infilai il vestito migliore e mi presentai alla porta del Direttore, il quale, per il filtro della segretaria, si rifiutò addirittura di ricevermi, adducendo a motivo l’ essere troppo impegnato.
“Ma che cazzo succede?”. Mi domandai. “Pezzo di merda, ti metto a novanta ti sdrumo il culo …”.
Mi pareva ancora più surreale d’aver ricevuto un avanzamento di carriera da parte di uno che si stava palesando del tutto disinteressato a lavorare con me e, frustrato, imboccai il corridoio e la rampa di scale che mi separavano dall’ufficio del mio dipendente e m’imbucai nella sua stanza, per interrogarlo sul colloquio al quale s’era presentato il giorno precedente.
Quando varcai l'uscio Flavio Orsini era impegnato in una conversazione con la madre e di lui s’intravedeva a mala pena il ciuffo dietro alle pile di fascicoli che gli avevo assegnato per divertirmi a testarne la resistenza.
Indossava una camicia bianca che metteva in evidenza il fisico esile e uno dei soliti pantaloni attillati sui fianchi. “Se vuoi essere preso sul serio, chicco, non puoi andare in giro col culo strizzato in bella vista”. Avevo pensato di ammonirlo in più di un’occasione, ma m’ero sempre trattenuto per evitare incomprensioni.
Quel giorno il ragazzo era strano, mi fece cenno di accomodarmi sulla sedia del collega assente e proseguì la sua conversazione con calma, come se non fossi neppure presente, poi, dopo che ebbe liquidato la sua interlocutrice, mantenne un riserbo alquanto sospetto sulla riunione alla quale aveva partecipato la sera prima.
Disse che avevano parlato dei progetti della divisione e che il dott. Fiore si era mostrato particolarmente soddisfatto del lavoro che stavamo svolgendo, ma ebbi la sensazione che quello stronzo mi stava nascondendo qualcosa.
E infatti in più di un’occasione provò a cambiare discorso.
“Allora come vanno le cose?” Mi chiedeva. “Che problema hai avuto? S’è risolto?”.
Provai a mantenere la conversazione sugli argomenti che m’interessavano, ma avendo capito che era fatica persa, lo assecondai, sperando che, dandogli spago, sarei riuscito a conquistarmi la sua fiducia. Così gli parlai della cistite di mia moglie, di quanto fosse persistente, e di come quel problema stesse in qualche modo gravando sulla serenità familiare.
Lui mi guardò con un sorriso malizioso. “Eh quelle sono cose lunghe!” Commentò comprensivo. “Chissà che brutta aria tira a casa tua ...”
“In che senso?” Domandai riflettendo ancora sulla anomalia di quanto era accaduto.
“Che sarete entrambi nervosi”. Aggiunse lui. “Lei per il fastidio e tu … , beh, immagino che non ci sia una grande intimità ultimamente …”
L’osservazione mi parve un po' spregiudicata per il tipo di rapporto che avevamo costruito e tuttavia non mi formalizzai più di tanto e, anzi, gli andai dietro.
“Hai colto il punto”. Risposi cordiale. “Zero sesso da tre mesi e pure di più. A volte giuro che penso che potrei farmi qualunque cosa respiri …” Dissi in tono cameratesco. “E poi, Flavio, ti confesso che questa notizia della promozione mi ha lasciato molti dubbi. Ne sono contento, eh, non fraintendere, ma sai, questo non è un posto in cui qualcuno fa qualcosa senza avere nulla in cambio e io se sono a debito preferisco sempre sapere con chi e per cosa. Non so se mi sono spiegato”.
Il ragazzo mi fissò con un sorriso sornione, squadrandomi dall’alto in basso, sbracato sulla seggiola a cosce larghe come mi ero accomodato, poi si alzò, mi venne incontro e si appoggiò alla scrivania alla quale mi ero seduto.
“Secondo me, Giovà, tu ti fai troppi problemi”. Replicò. “Ti dovresti godere di più quello che hai e pensare di meno alle dietrologie, tanto quello che passa nella testa del Direttore Generale noi non lo sapremo mai”. E mentre sciorinava le sue pillole di saggezza s’avvicinò così tanto che il suo ginocchio toccò la mia coscia.
“Pure questa storia che non scopi”. Proseguì. “Non è che ti faccia bene: stai chiuso qua dentro dalla mattina alla sera, un modo per sopravvivere lo devi trovare, anche perché non è che sei solo”. Aggiunse laconico. “Io oggi non so neppure quando uscirò, il dott. Fiore m’ha fissato una riunione per le ventuno”.
Mi sentii ribollire per l’indignazione e lo squadrai con uno sguardo inebetito.
Quel frocetto del cazzo da un lato mi stava facendo il filo e dall’altro mi stava umiliando, millantando una conoscenza dell’ufficio e una contiguità con i vertici superiore alla mia.
“O forse non sta millantando?” Pensai. “Ce l’ha!”
Del resto, il Direttore Generale mi aveva promosso, senza avermi mai neppure conosciuto, per qualcosa che Flavio Orsini gli aveva detto la sera precedente e al mattino s’era addirittura rifiutato d’incontrarmi, mentre a lui, l’ultimo arrivato, gli aveva fissato il secondo appuntamento in due giorni!
“Questi due pezzi di merda stanno tramando qualcosa”. Mi venne in mente, sicché decisi che l’unico modo per non perdere il controllo di quello che stava accadendo era spezzare quel sodalizio, di qualunque natura esso fosse.
“Lo so”. Mentii impassibile mentre ancora riflettevo sul da farsi. “Ha convocato anche me, ma sai, con la situazione familiare che mi ritrovo, non posso proprio. Devo anzi ringraziarti per aver accettato di sobbarcarti un carico di responsabilità così impegnativo”.
Mi venne un’idea e, mentre continuavo a blandirlo, gli appoggiai una mano dietro la coscia, all’altezza del muscolo femorale, e iniziai ad accarezzarlo come se fosse la cosa più naturale del mondo, sostenendo il suo sguardo interrogativo.
“A tal proposito, Flavio” Proseguii senza smettere di toccarlo. “Credo che dovremmo portare avanti questa interlocuzione indiretta che abbiamo avviato col dottor Fiore e che dovresti essere tu a rappresentargli i punti di forza della tua divisione … e del tuo capo”. Aggiunsi.
“Capisci cosa voglio dire?”
Lui mi guardò confuso ma non mi chiese di fermarmi quando la mia mano salì decisa sui suoi glutei sodi.
“Fai ginnastica eh?” Domandai per aumentare il suo imbarazzo. “Allora, posso contare su di te?”.
Sapevo che dovevo offrirgli molto di più per portarlo dalla mia parte, così, quando fu sul punto di rispondere, determinato a mantenere il controllo della situazione, mi alzai, mi piantai davanti a lui, e lo baciai, infilandogli la lingua in fondo alla gola.
Fu un bacio lungo e umido, carico di riflessioni. “Questa troia crede di poter fare il doppio gioco”. Pensai finalmente mettendo a fuoco quello che doveva essere accaduto. “Ma lui e Fiore non sanno con chi hanno a che fare”.
“Cazzo Giovanni”. Sussurrò il ragazzo mentre gli appoggiavo le labbra sul collo e gli infilavo le mani sotto la camicia, sulla schiena e giù, oltre l’elastico dei pantaloni.
“Ho bisogno di qualcuno di cui fidarmi, Flavio”. Ripetei. “Dimmi che posso contare su di te. Per tutto intendo”. E mentre riprendevo a baciarlo gli afferrai la mano e me la misi sul pacco, gonfio da tre mesi di astinenza.
Il frocetto mi fissò con gli occhi imbambolati e con le gambe molli, mi abbassò la zip dei pantaloni senza smettere di cercare le mie labbra, e ne estrasse un pisellone ormai durissimo.
“Ho bisogno che mi svuoti” Sussurrai senza perdere di vista l’obiettivo. “E ho bisogno di sapere che posso contare su di te”. Ripetei, abbassandogli i calzoni, spingendolo sulla scrivania e, sfilati tutti gli indumenti, afferrandogli le caviglie per aprirgli le cosce.
“Allora Flavio?” Insistetti, appoggiandogli il cazzo sul buco senza entrare.
Quello, eccitato come un maiale, si mise a mugolare così forte che temetti che qualcuno avrebbe potuto sentirci.
“Sono tuo Giovanni, puoi fidarti di me”. Ripeteva. “Scopami, però, ti prego … Scopami”.
Gli scivolai dentro lentamente, piantandogli il palmo della mano sulla bocca, e quando il retto prese la forma del mio pene e i suoi occhi, prima rivolti all’indietro, tornarono rilassati, iniziai a sbattergli l'uccellone su per il culo, facendolo ragliare ad ogni colpo di bacino.
La troia aveva perso il senno e, mentre gli facevo sobbalzare le palle sulla, rosetta mi afferrò le spalle, mi graffiò la schiena e scese a toccare i grossi glutei contratti, chiedendomi di trombarlo ancora e ancora più forte, fino a scoppiargli nelle viscere.
“È mio”. Pensai.
“Ti fotto tutti i giorni”. Gli sussurrai nell’orecchio perché fosse chiaro quello che gli stavo proponendo. “Tu però mi devi garantire completa devozione, va bene”.
“Va bene” Gemeva lui. “Ah… Ahhhh …Faccio quello che vuoi”.
“Stasera dici a Fiore che del progetto tu non sai niente … Che è opportuno che ne parli solo con me e che deleghi me a tenere i rapporti con gli investitori, hai capito”.
“Ahhh, si, cazzo, si …. Sei durissimo … Stai esplodendo, cazzo”.
“Ci facciamo organizzare le trasferte, passiamo le notti insieme”. Lo blandii.
“Si, che bello, si … Ahhh … Ahhh … Non sai da quanto tempo ti desideravo. Faccio tutto quello che mi chiedi, baciami ti prego, baciami …”
Era così stravolto che capii che l’avevo conquistato, che stava dicendo la verità e che avrebbe veicolato qualsiasi richiesta, sicché lo tirai verso di me, lo cinsi con forza tra le braccia muscolose e cominciai a galoppare come un indemoniato, riversandogli dentro la rabbia, la frustrazione, la delusione familiare e l’insoddisfazione lavorativa.
“È fantastico”. Mi diceva lui. “Sto godendo … Vengo senza neppure toccarmi … Ahhh cazzo, Ahhhh”.
E mentre sborrava contrasse il buco così tanto che mi sentii la minchia come risucchiata da una ventosa e, a seguito di pochi altri colpi di reni, gli spruzzai in fondo al retto tutta la tensione che avevo accumulato nelle ultime settimane.

Fino a sera il ragazzo non fece che camminare su e giù per il corridoio col solo intento di passare dinanzi alla mia stanza.
Mi mandava sguardi di fuoco e, una volta che mi trovò solo alla scrivania, entrò per sussurrarmi che gli avevo rotto il culo e che gli avrebbe fatto male per giorni.
Intorno alle nove, vidi che s'avviava verso la rampa che avrebbe dovuto scendere prima d'immettersi nel corridoio in fondo al quale si trovava l'ufficio di Fiore.
“Ehi”. Gli dissi mellifluo affacciandomi sull’uscio.
“Ehi”. Rispose lui dolcemente.
“Allora mi fai sapere? Posso davvero contare su di te?”.
Lui mi lanciò un'occhiata stanca. Sembrava quasi impaurito.
“Puoi contare su di me, Giovanni”. Si limitò a dire e s'allontanò verso l'appartamento del Direttore.
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