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Gay & Bisex

UN BACIO ANCORA


di Membro VIP di Annunci69.it Parcifal
07.07.2026    |    1.795    |    2 8.3
"Vidi i tuoi risplendere, la luce vittoriosa aveva soppiantato l’attesa guardinga..."
Avevo paura, il cuore batteva frenetico, senza riposo. Ricordava l’estasi, i brividi di piacere e affondava nel dolore, ancora così vivo, non era più ricordo ma sofferenza vera, tangibile. Sudore freddo mi imperlava il labbro, bruciava lentamente lungo la schiena, stilettate acute mi trafiggevano il petto, il mal di cuore travestito da infarto.
Il dolore è strano, il nostro cervello non sa distinguere bene fra sofferenza fisica e mentale. È per questo che quando soffriamo impalpabilmente lo sentiamo nel corpo, nella carne, cerchiamo ferite, accusiamo mille sintomi per un cuore spezzato. Un amore svanito.

Era un agguato, lo sapevo, ci eravamo incrociati diverse volte, sempre nei mei locali preferiti. Avevo pensato fosse casuale, in realtà mi stavi dando la caccia. Avevi osservato le mie reazioni e adesso avevi deciso di agire.

Perché dopo tutto questo tempo? Eri sparito dopo esserti saziato di me, non una parola, non un messaggio. Silenzio, dolore, giorni vuoti, in attesa, speranzosi. E poi disincanto e abbandono. Sopravvivenza, il corpo che funziona per memoria, non per volontà. Quei cassetti ancora pieni, che non ero mai riuscito a liberare.
Ti avevo evitato, ero fuggito, ero sgusciato lontano dal tuo sguardo.
Dovevi averne avuto abbastanza.
Come un puma, regale e sinuoso mi avevi predato, bloccandomi ogni via di fuga, costretto fra il muro e te.
Avevo fatto l’errore di rimanere al jazz club da solo, i soliti saluti agli amici, ragazzi, no, non sono in vena di discoteca, rimango qui ancora un po', divertitevi voi, e mentre tornavo al tavolo eri emerso dalle ombre, inaspettato, odiato, atteso e mi avevi messo all’angolo.

Ero lì, ti guardavo, mentre il mio cuore e la mia mente giocavano a tennis con le mie emozioni, i miei sentimenti. Rimbalzi violenti, euforia, disperazione.
Osservavo il tuo sorriso sghembo, strafottente, così dissonante dal tuo sguardo timido e incerto.
Mi fissavi, sentivo tutta la tua attenzione su di me, eppure, nonostante la posa da duro, le gambe divaricate ben piantate a terra, il busto proteso verso di me, un braccio appoggiato al muro a ingabbiarmi, la mano che appoggiavi sul fianco e la tua voce tremavano.

Non ti stavo ascoltando, non davvero.
Ero troppo impegnato a non affogare, a prendere aria, ossigenare il cervello e non soccombere nuovamente al tuo e al mio desiderio.

Mi avevi fatto così male.
Un dolore così straziante che spesso mi domandavo come fosse possibile non portarne i segni, le cicatrici sul mio corpo. Non che una ferita tangibile avesse reso il dolore più reale.
Mi perdevo nei miei pensieri, l’unica cosa che potevo fare era assorbirti, il tuo profumo, il tuo calore, il tono profondo della tua voce. Così familiari e così nuovi, sandalo e mirra, il profumo che ti avevo regalato e che ci rubavamo, tabacco vanigliato, un vizio che ti rendeva sconosciuto.

Più ti osservavo, più ti riconoscevo, più l’agonia che avevo provato quando eri svanito, senza un motivo, si offuscava, abbagliata dal desiderio di te che non si era mai esaurito.
Non importava se e quanti ci fossero stati dopo di te, eri l’unico che volevo, che mi accendeva.
Ero come un supplice, l’arsura che mi aveva sempre accompagnato alleviata dalla tua presenza. Piccole stille, sogni, desideri, sbocciavano freschi nella mente, sulla lingua, ridandomi vita.
Ti assaporavo nuovamente. Un drogato, ebbro, dopo anni di astinenza.

Mi parlavi e non ascoltavo, non capivo, disconnesso, troppo preso nel sentire, nel ricordare, nell’osservati, nel riappropriarmi di te.
Eri uguale e nuovo di zecca.
La stessa struttura, la stessa altezza, più massiccio. I muscoli sodi, cesellati, armonici, pesanti. Non gonfi di steroidi, non straripanti, ma massicci, solidi. Il riflesso della tua forza mentale scolpito nel corpo.
La pelle ambrata, quell’abbronzatura naturale, perenne, color caramello, ne sentivo il sapore sulla lingua, un ricordo o il languore di nuovo assaggio. Il tuo sguardo era elettrico, bagliori azzurri quando la luce del palco li attraversava. Un blu profondo, freddo e caldo, un oceano che lambiva e irretiva quando le ombre tornavano a giocare sul tuo volto.
Le rughe erano nuove, rughe belle, piccole e preziose, vicino agli occhi, alla bocca. Segni di sorrisi che non erano stati per me. Sprazzi bianchi sulle tempie e un ciuffo impenitente cozzavano col ricordo di lucido giaietto e ti davano un’aria elegante, nobile. Un contrasto spiazzante rispetto alla forza, alla potenza che emanava la tua figura. Le vene in rilievo, pulsanti, sulla gola, sulle tue mani, accendevano la mia pelle. Ricordavo il loro tocco, ruvido e gentile.

Di colpo non era più un ricordo, venivo trascinato nel presente, sentivo i calli duri passare sulla mia guancia e strofinare le mie labbra. Non era un tocco indagatore, non stavi chiedendo permesso. Stavi marchiando ciò che era tuo.
Chiunque stesse osservando poteva vedere che stavi reclamando una tua proprietà. Eppure le tue dita tremavano. La lotta fra la paura di essere respinto e il desiderio ardente di possesso.

Ma io ero tuo?
Affogavo nei ricordi e nella tua presenza, presente e passato si sovrapponevano, volevo abbandonarmi a te, al tuo tocco, eppure sentivo le gambe pronte a scattare, a scappare.
La sofferenza mai dimenticata, sopita, ancora palpitante.
Se mi fossi lasciato prendere, ne ero sicuro, questa volta non sarei sopravvissuto. Non ad un altro addio.

“Mio, ancora mio”, le uniche parole che avevano raggiunto la mia coscienza. Una richiesta, una supplica, una dichiarazione.
Il tuo tono così basso, profondo, un ruggito sordo che mi trasportò lontano.
La nostra ultima volta.
Il tuo abbraccio ustionante nel freddo della notte, le tue mani che percorrevano il mio corpo. Senza sosta.
Carezze lunghe, dalle spalle alle cosce. Sfioramenti, brividi e bruciore quando una sculacciata solitaria mi prendeva alla sprovvista. Dolore, piacere, un confine labile, sfumato.
La mia pelle bruciava di te e si raffreddava dopo il tuo passaggio. La tua lingua scriveva canzoni d’amore sulla mia schiena, le tue dita lasciavano tatuaggi sui miei fianchi, sul mio culo. Marchi che avevo portato con orgoglio. Mi avevano definito come tuo.
Mi giravi, mi muovevi come un giocattolo. A tua disposizione, volontariamente abbandonato alle tue voglie.
Il tuo piacere il mio piacere.
Pastrugnavi le mie cosce, le mie chiappe, infilavi la lingua a fondo, dentro di me. Scavavi nel mio buco, preparandolo a te. Il bruciore adorato delle tue dita che mi allargavano, sondando le mie profondità più oscure.
La tua bocca che mi baciava la nuca, i tuoi denti che mordevano forte l’incavo tenero fra collo e spalla.
Il tuo cazzo spesso, pesante, che mi possedeva con forza e gentilezza, entrava in tutta la sua lunghezza, mentre la tua mano mi pompava.
Preso, pieno, mi sentivo preso ovunque. Posseduto, dalle spinte prima controllate, a ritmo con la tua mano. Poi, dopo avermi fatto venire con forza una prima volta, la maschera gentile cadeva e la bestia prendeva il sopravvento.
Spingevi forte, erratico. Alla ricerca di un fondo che non c’era.
L’estasi di venire ancora, una seconda volta. Insieme. Insieme a te. Uniti nel dolore dell’orgasmo.

Ansimavo ripensando all’ultima volta che eravamo stati così strettamente intrecciati. Io che mi dissolvevo in te, tu che ti perdevi in me.
Mi sentivo duro, febbricitante. La paura ancora mi teneva prigioniero ma, come una falena ama la luce mortifera, così io non potevo rinnegare te. Noi.

“Ancora mio?” L’arroganza e la disperazione nella tua voce mi richiamarono a me, al presente. Mi osservavi, studiavi il mio viso, le mie espressioni. Avevi colto i miei segnali, il mio corpo pronto a cedere, la mia mente pronta a fuggire. Anche tu eri alla deriva, fra accettazione e rifiuto.
Ancora tuo? Non lo sapevo.
Sapevo solo che ero affamato di te.
Mi abbandonai, lasciai che il mio viso si appoggiasse alla tua mano, che le tue braccia si richiudessero intorno a me, intrappolandomi. Mi ero volontariamente consegnato al mio carnefice.
Senza più esitazione alzai la testa, il mio sguardo non doveva essere più offuscato, perso. Vidi i tuoi risplendere, la luce vittoriosa aveva soppiantato l’attesa guardinga.
Notai ogni secondo, percepii ogni battito. Le tue mani a coppa sul mio viso mi tenevano fermo, mi marchiavano come tuo. Le tue labbra sulle mie. Un lento assaporare, la tua lingua che accarezzava chiedendo permesso. Schiusi la bocca e senza indugio te ne impossessasti, reclamandomi, duellando, succhiandomi, mordendomi. Una prova di forza, di possesso a cui rispondevo mugolando e cedendo.
Avevo sempre ceduto al tuo dominio.

Ebbi un ultimo pensiero, non ero forse folle a presentare la giugulare alla belva affamata? Ero pronto al sacrificio, alla sofferenza. Finalmente mi sentivo di nuovo integro.
Tu mi ridavi forma, mi rendevi me stesso, intero.

Ci sarebbe stato tempo per le spiegazioni, per le colpe e forse un nuovo addio. Una nuova agonia.
Ma ero sopravvissuto, sarei sopravvissuto ancora.
Adesso volevo soltanto sentire, perdermi in te, essere di nuovo noi.
Un bacio, ancora.
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