Gay & Bisex
Enosigeo - L'unione fa...
04.07.2026 |
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"Giovanni reagì con un grugnito: “Ehi, vacci piano… è praticamente nuovo!”, ma un attimo dopo Mattia prese il ritmo, cominciando a spingere dentro di lui, le chiappe scure e pelose che..."
Il sole del tardo pomeriggio sembrava tagliare a fette la cucina attraverso le tapparelle abbassate. Ero scalzo sul pavimento di ceramica fresca, affacciato al piccolo terrazzo con la camicia parzialmente sbottonata sul petto, mentre la caffettiera sul fuoco cominciava a borbottare.Andai ad aprire: li avevo visti arrivare dalla strada. Sorrisi. Zigzagavano come biglie in un flipper alla ricerca del numero civico corretto.
“È qua!” sentii Mattia gridare dal cortile.
Mentre salivano, Giovanni continuava a sistemarsi gli occhiali sul naso, cercando di non inciampare nei gradini della tromba delle scale semibuia. Mattia, intanto, sfornava una serie di idiozie con la voce che gli tremava appena.
Ed ora erano lì sul pianerottolo, con quell'aria da bravi ragazzi di città che si godevano gli ultimi giorni di vacanza. Di sicuro avevano pronta da rifilarmi la solita scusa del ringraziamento per presentarsi a casa mia: chissà come si erano procurati l’indirizzo… Un applauso all’intraprendenza! Un dettaglio mi colpi: entrambi stringevano in mano un pacchetto incartato con cura.
"Entrate," dissi, facendomi da parte.
Lo stupore con cui si guardavano in giro era quasi commovente…
“Wow! Davvero tu abiti qui? Intendo… davvero tutto questo appartamento è tuo?” chiese Mattia.
Annuii, senza capire bene se mi stessero sfottendo o se fossero davvero ammirati. La mia casa era un buco: cucina, soggiorno, una stanza e un bagno. In quei giorni di lavoro intenso aveva anche un odore strano, un misto di umido che si mischiava al fumo delle mie sigarette e al mio dopobarba.
“Quanti libri…” commentò Giovanni, affascinato dalla libreria in mogano.
Li feci accomodare sul divano. Si sedettero vicini, quasi appiccicati, con le ginocchia che si sfioravano. Posarono i due pacchetti sul tavolo di formica, uno accanto all'altro. Erano i miei regali.
“Sì, è la casa dei nonni. La uso durante la stagione per lavoro, il resto dell’anno sto in città… sapete, l’università!”
“L’università?” commentarono increduli, all’unisono.
“La cosa vi sorprende? Ebbene sì! D’estate lavoro al mare come bagnino e come guida, così posso pagarmi gli studi. Ma veniamo a voi: quale buon vento vi porta qui?” esordii.
“Ecco… – balbettò Giovanni – Noi… Noi, sì insomma, volevamo ringraziarti… Per tutto… Ma proprio per tutto!” concluse, deglutendo e guardando fisso il pavimento.
Si erano parlati, lo capivo anche da come si muovevano, quasi in sincrono. Sapevano tutto l'uno dell'altro. E sapevano cosa volevano da me, molto più di quel caffè che stava per uscire.
Mi piantai davanti a loro, guardandoli dall'alto. Inspirai profondamente, tra l’imbarazzato e il divertito.
“…E ora…” continuai, aggiustandomi la camicia e aprendo un altro bottone. Il ciuffo di peli sul mio petto si esibiva ora in tutto il suo splendore. I loro volti avvamparono. “…Berreste volentieri un caffè, immagino. È appena salito! – continuai, divertendomi a provocarli – O preferite altro?”
“Noi… Noi…” Non sapevano che pesci pigliare.
“Vediamo… Provo a leggervi nel pensiero… – sorrisi – …Credo che adesso vorreste spogliarvi. Giusto?”
Si guardarono, trasecolando. E poi annuirono.
“Prego allora!” All’invito seguì l’azione. Si svestirono rapidamente, restando nudi davanti a me.
“Ed ora penso che vi piacerebbe prendere in mano l’uccello dell’altro e menarlo mentre vi baciate, corretto?”
Anche in questo caso mi guardarono ad occhi sbarrati. Slacciai un quarto bottone mentre mi fissavano di traverso, incantati. Un istante dopo, le loro dita iniziarono ad accarezzare le rispettive erezioni già tese e le loro labbra si cercarono, slinguando avidamente.
“E finalmente… – conclusi trionfante, mentre ammiravo l’impegno e l’ardore che mettevano in quella masturbazione – …Dovrei entrare in scena io. O preferite continuare da soli?”
Tentai di slacciare l’ennesimo bottone ma non vi riuscii: alzandosi all’istante, come se si fossero dati un segnale invisibile, si piazzarono di fronte a me con le erezioni pulsanti. Giovanni si sfilò repentinamente gli occhiali, posandoli sul tavolo senza staccarmi gli occhi di dosso, e un istante dopo le loro mani ghermivano la mia camicia.
Terminarono goffamente di sbottonarla in simultanea, quattro mani coordinate che scendevano lungo la fila di asole: Mattia apriva un bottone, Giovanni quello subito sotto, muovendosi con una foga affamata che mi eccitò alquanto. Quando i lembi si aprirono del tutto, allargandosi sulle mie spalle, non mi diedero nemmeno il tempo di sfilarmela: i due mandrilli avevano già deciso di dividersi il mio corpo.
Ognuno elesse un lato. Mattia affondò sul mio pettorale destro, Giovanni su quello sinistro. Reclinai il capo sentendo le loro bocche lambire la pelle abbronzata: leccavano e baciavano in sincrono, risalendo verso le clavicole e poi scendendo di nuovo lungo i fianchi, tracciando con le lingue calde la linea dei miei addominali. Sentire i loro respiri confondersi sul mio petto villoso in modo così diverso, mentre le loro mani mi stringevano la schiena sostenendomi ciascuno a suo modo, mi provocò una scossa violenta lungo la spina dorsale: in quel momento mi stavo lasciando venerare come un idolo di carne. E da divinità qual ero per loro, non potei che accarezzare le due nuche e serrarle ancora più vicino a me.
Sempre insieme, guidati dallo stesso identico istinto, s’inginocchiarono al mio cospetto. Audacia e passione avevano consentito loro di acquisire maggior coraggio e dimestichezza nell’azione. Le dita trovarono facilmente la fibbia della cintura: una mano di Giovanni e una di Mattia aprirono il gancio metallico, mentre le altre due abbassavano la zip. Con un unico movimento fluido mi calarono completamente il pantaloncino da mare, buttandolo di lato e lasciandomi completamente nudo al centro della stanza.
Davanti alla mia intimità, che già si sollevava tesa, eretta e pulsante a pochi centimetri dai loro visi, i due ragazzi si bloccarono per un solo secondo. Si guardarono tra loro, di profilo, e i loro occhi rivelavano una complicità assoluta, totale.
Sorrisi e, flettendo i muscoli del petto, allungai nuovamente le mie mani ruvide sulle loro nuche, spingendoli contemporaneamente verso di me.
"Bene – sussurrai, sventolando l’uccello davanti ai loro nasi mentre le loro labbra iniziavano a sfiorare la cappella calda e rubizza – Adesso vediamo come pensate di procedere!"
Le loro bocche non se lo fecero ripetere. Si avventarono sul mio cazzo insieme, dividendosi lo spazio millimetro per millimetro. Giovanni lo avvolse con la lingua dalla base, mentre Mattia si prese la cappella, bagnandola ed esplorandola con respiri corti e caldi che mi facevano impazzire. Le loro teste si muovevano in sincrono, su e giù, una doppia sinfonia per quel flauto di carne invaso da un calore umido che mi strinse il bacino in una morsa di puro piacere. Sentivo i loro denti sfiorarmi la pelle, le loro salive mischiarsi sulla mia carne, mentre le loro mani si cercavano dietro la mia schiena, accarezzandomi i glutei.
Li lasciai divertire per qualche minuto, godendomi lo spettacolo di quei due secchioni imbranati trasformati in due animali famelici. Ero ormai prossimo a venire, ma non era quella la mia intenzione.
"Sul tavolo. Subito!" ringhiai appoggiando i pacchetti sul divano.
Si misero in posizione in un attimo. Una coppia di favolosi culetti sventolava orgogliosa all’aria: quattro chiappe sode e piacevolmente pelose, coperte da una lanugine scura che chiedeva solo di essere profanata. Le osservai ammirato, sfiorandomi il mento con una mano.
Lentamente mi avvicinai. I miei pollici iniziarono a lambire il solco irsuto tra le natiche, arrivando presto a tormentare i loro orifizi con intenti esplorativi.
“Mentre vi allargo il buco, voi iniziate a baciarvi! E mi raccomando, non trattenetevi!”
Non feci in tempo a chiederlo che avevano già cominciato. Le loro lingue si aggrovigliavano tra mugugni e sospiri sul ripiano di formica, mentre le mie dita ruotavano decise attorno agli anelli che acquisivano sempre maggior elasticità.
“Ottimo lavoro, ragazzi! E ora Mattia, alzati – eseguì l'ordine, un po’ dispiaciuto di doversi staccare da quelle labbra umide – Voglio che tu prenda Giovanni da dietro, mentre lui continua a lavorare di bocca sul mio cazzo!”
Si guardarono meravigliati. Mai avrebbero immaginato che il gioco avrebbe preso quella piega.
Mattia si posizionò dietro l'amico, che si era proteso in avanti per accogliere il mio randello in bocca. Maldestramente, Mattia cercò la mira e riuscì a penetrarlo. Giovanni reagì con un grugnito: “Ehi, vacci piano… è praticamente nuovo!”, ma un attimo dopo Mattia prese il ritmo, cominciando a spingere dentro di lui, le chiappe scure e pelose che sbattevano a ritmo contro quelle dell'amico.
Nel frattempo, anche la fellatio di Giovanni non era niente male. La spinta dei colpi che riceveva da Mattia lo faceva ondeggiare verso il mio cazzo, e quel movimento d'inerzia, unito alla sua suzione affannata, mi stava regalando un piacere dirompente.
“Sto… Sto per venire…” gridò Mattia con la voce rotta dal piacere.
“Sfilati immediatamente! Non è ancora il momento!” ordinai.
A fatica eseguì l’ordine, tirandosi indietro con un gemito di frustrazione.
“Adesso invertitevi!”
“Ma come?” balbettò Giovanni, disorientato dal cambio di ritmo.
Sdraiai Mattia sul pavimento a pancia in su e gli rovesciai le gambe verso il petto, costringendolo a esporre l’ano in primo piano. Giovanni si mise in piedi tra le sue cosce e, stavolta con molta più sicurezza, lo penetrò in un colpo solo.
Mentre trovavano il loro ritmo a terra, io mi mossi sopra di loro. Mi piazzai a cavalcioni sul viso di Mattia, soffocandolo quasi con il mio culo peloso e pesante: “Trombami questo buco con la lingua,” latrai, sentendo subito la sua bocca affamata spalancarsi contro la mia pelle ruvida per eseguire l'ordine, mentre Giovanni continuava a pompare dentro di lui.
Era incredibile: due bravi ragazzi stavano esibendo le loro grazie senza un briciolo di timidezza o vergogna. Erano nudi, snelli, con le loro erezioni pronte a esplodere al pari della mia.
Eh già, perché la corsa era in dirittura d’arrivo… Lo capii quando Giovanni mi guardò, mordendosi il labbro inferiore.
Mi sollevai velocemente, ordinando ai ragazzi di ritornare sul tavolo. Li penetrai alternativamente con colpi rapidi e profondi, fino a portarli e portarmi al limite assoluto. Poi mi sfilai, girai intorno al piano di formica e mi piazzai ritto davanti a loro, con l'asta gonfia che pulsava: “Fuori le lingue!”
Obbedirono all'istante, e sulle loro bocche spalancate riversai la generosa quantità di sperma che eruttava dall’orifizio a fiotti abbondanti.
Ingoiarono tutto con avidità e, con meticolosa perizia, si dedicarono alla pulizia del glande, mentre io, con il capo reclinato all'indietro, riprendevo gradualmente fiato.
“In piedi adesso! – ordinai, e fui io stavolta a inginocchiarmi tra loro, guardandoli dal basso – La vostra la voglio qui, sul petto. Tutta!”
Si masturbarono velocemente regalandosi anche qualche carezza reciproca tra i folti peli dei loro giovani pubi. Mi inondarono letteralmente con il loro latte caldo. Alcuni schizzi m’imbrattarono il viso lasciando ancora a loro il compito di succhiare il resto.
A cose fatte ci abbracciammo con le fronti incollate, sfranti ma appagati, i corpi bagnati di sudore. Una serie di baci delicati accompagnò lo smorzarsi delle rispettive erezioni e i respiri pian piano tornarono normali nel silenzio del tardo pomeriggio.
Dopo che si furono rivestiti, mi salutarono sulla porta con un ultimo sguardo complice. Richiusi e la casa tornò improvvisamente silenziosa. Rimasi solo, a torso nudo, a guardare il tavolo di formica ancora bagnato della nostra estate e il divano.
I due pacchetti erano ancora lì, intatti.
Strappai prima la carta del regalo di Mattia, quello più pesante: era un romanzo, Il profumo di Patrick Süskind. Sorrisi, ripensando alla sua faccia incredula quando aveva scoperto che frequentavo l'università. Mattia che voleva nutrire la mia mente.
Poi presi il pacchetto più piccolo, incartato con precisione geometrica da Giovanni. Lo aprii: dentro c’era un paio di occhiali da sole a goccia, con le lenti scure e specchiate. Scoppiai a ridere da solo, un riso caldo e pieno d'affetto. Giovanni, che dietro le sue lenti da vista mi aveva certamente radiografato, studiato per giorni con invidia e desiderio, mi donava l'accessorio perfetto per la mia torretta. Il feticcio del mio potere sulla spiaggia.
Inforcando gli occhiali e godendomi ancora l’odore dell’amplesso appena consumato, aprii la prima pagina e cominciai la lettura del libro.
Un alito di vento, il cielo che si rannuvolava… La stagione stava volgendo al termine.
Dal diario di Mattia
Dopo quell’estate Io e Giovanni prendemmo strade diverse. Non scegliemmo di fidanzarci, e forse non lo avevamo mai davvero desiderato. Quel pomeriggio a casa di Andrea non era stato l'inizio di una storia d'amore tra noi, ma il rito di passaggio che ci fece comprendere chi saremmo stati nella vita...
Dal diario di Giovanni
Rimanemmo amici. Ognuno fece la propria strada, ognuno costruì la propria vita, ma scegliemmo di mantenere intatta quella complicità profonda e carnale che avevamo raggiunto in quell'agosto degli anni Ottanta. Per anni, incrociandoci nei vari punti delle nostre vite, avremmo continuato a raccontarci tutto quello che ci accadeva, custodendo quel segreto condiviso: l'estate in cui comprendemmo chi saremmo stati nella vita...
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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