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Gay & Bisex

Emanuele 3.3 - Parte I


di honeybear
03.07.2026    |    169    |    0 6.0
"“Direi che prima di andarcene a dormire potremmo berci qualcosa, che ne dici?”..."
Il disco lunare irradia la sua luce pallida tutt’intorno a noi e riflette la sua immagine sull’acqua increspata dal piacevole vento che si è alzato.
La vedo attraverso gli occhi socchiusi per la fatica immane a cui questa serata, che sembra non avere fine, mi sta sottoponendo…
L’erezione dolorosa continua a tormentarmi e la necessità di venire è impellente ma non so se e quando mi verrà concesso.
Non so nemmeno quantificare il tempo impiegato per raggiungere finalmente la piscina… So solo che sento mani e piedi lividi: solo le ginocchia e i gomiti erano protetti mentre arrancavo lungo il pendio.
Ho smesso praticamente subito di implorare un attimo di tregua provando a fermarmi: Alberto strattonava con forza la sottile catena che faceva da guinzaglio e che, terminando con le pinze per i capezzoli, li metteva in tensione, mozzandomi il fiato e provocandomi un rigurgito di saliva che il bavaglio in bocca a stento mi permetteva di liberare.
Sghignazzava divertito voltandosi a guardarmi mentre il coach, dandomi una pacca sul culo, m’incitava:
“Dai che manca poco e poi finalmente ci rilassiamo! Tutti quanti ovviamente…“
Non so a chi fossero realmente rivolte queste parole ma finalmente ci fermiamo sul ruvido bordo della vasca allestito con un paio di sedie (ovviamente non tre…) ed un’amaca.
“Ehi Alberto, la tua troia qui, credo che stia davvero per venire… - afferma il coach mentre beffardo maneggia il mio uccello - Che dici, gli concediamo l’onore?”
Mi si avvincina e con un piede si fa strada tra il dildo e le mie chiappe. Sulle cosce non ha mai smesso di colare il ghiaccio che mi si sta sciogliendo dentro. Si abbassa per ringhiarmi contro rabbioso: “Non deve nemmeno provarci… Se lo farà, la punizione sarà esemplare… Quindi è vero che resisterai? È vero!?”
Con un lamento angosciato consegno all’aria la risposta inghiottendo, insieme all’ennesimo conato, l’amaro boccone e chinando il capo affranto.
Ansimo. Il cuore palpita impazzito…
Per la fatica. O forse per il senso di impotenza e di umiliazione che costantemente sto provando. O forse ancora perché, nonostante tutto, il livello di adrenalina ed eccitamento provocato dalla situazione è alle stelle.
L’ennesimo strappo alla catena mi costringe finalmente ad alzarmi. Colano lungo le gambe gli ultimi rivoli d’acqua e si raccolgono in una piccola pozza ai miei piedi. Un colpo violento mi risbatte a terra: “Lecca troia… – è la voce del coach. Ed è suo pure il piede che mi schiaccia la faccia contro il pavimento - …Non credo che il tuo Padrone sia molto contento di avere un servo che invece di pulire, gli sporca in giro…”
“Levagli la museruola” intima Alberto mentre si passa una mano sul mento ispido, così la mia bocca sugge rapidamente quanto più liquido possibile e, zampettando, lo depone nel prato da cui proveniamo.
“Ottimo lavoro, ma ora vieni qui… - mi fa un cenno dalla doccia poco distante – Vista la serata impegnativa, credo che non ci sia nulla di meglio di una rinfrescata per togliersi la stanchezza di dosso” e nel concludere la frase ci invita a raggiungerlo.
“Spogliami!” mi intima il Padrone. Gli sfilo rapidamente la polo mentre la sua mano spinge la mia nuca contro il cavo ascellare. Il suo odore così intenso e penetrante invade le narici. Non posso fare a meno di passare la lingua tra i peli soffermandomici a lungo. Mi abbasso per sfilargli i pantaloncini riservando lo stesso trattamento ai folti peli pubici da cui svetta la ben nota erezione che massaggio prontamente.
Riservo analogo trattamento al nostro ospite che sorride appagato quando mi obbliga ad infilarmi il suo bastone in gola per insalivarglielo a dovere.
“Adesso è il tuo turno!” E così mi chiudono tra loro iniziando ad accarezzarmi ovunque. Le rispettive erezioni premono contro la mia e sulle natiche. Due mani forti scendono decise lungo il mio petto, tirano dolcemente la catena attaccata al prendi capezzoli che li stringe graffia l’areola intorno. Le altre due soppesano i miei glutei disegnandone il profilo. Un pollice s’infila deciso nel mio buco mentre cinque dita iniziano a menarmi il cazzo d’acciaio.
“Aaahhh – il gemito mi sfugge mentre reclino il capo sulla spalla di non so chi - …Devo… Ho bisogno di venireeehhh… Per favore…” una lacrima mi solca il viso mentre qualcuno sfila dolcemente il dildo dal mio ano. Sento una lingua penetrarvi all’interno ed ispezionare bavosa tutto l’orifizio.
Riapro gli occhi e li vedo sorridere divertiti mentre mi invitano dolcemente ad abbassarmi.
La catena del guinzaglio si avvolge stretta intorno ad uno dei miei polsi per incatenarlo al miscelatore fissato al palo.
“Favore concesso! E se lo spettacolo sarà di nostro gradimento ci sarà un premio per te!”
Ovviamente quella legata è la mano con cui non mi sego abitualmente… Dovrò cercare di fare del mio meglio per soddisfare i miei spettatori.
Mi sistemo nella posizione più comoda che mi riesce di assumere avendo cura di esibire sia il forellino peloso che il mio uccello. Infilo un paio di dita in bocca e comincio a farle ruotare intorno alle pieghe dell’ano accarezzando dapprima il pelo ornamentale. Lentamente ne spingo uno all’interno subito seguito dall’altro e dalle rimanenti. Le ruoto nei due sensi con movimenti leggeri e continui fistandomi con delicatezza.
Fischi di approvazione dal pubblico.
Le estraggo ancora leggermente umide degli umori pescati e, afferrando il mio arnese, inizio a farle scivolare su è giù.
Altri fischi di approvazione.
Mugugnando seguito a masturbarmi con dolcezza, fissando alternativamente ora l’uno ora l’altro che si avvicinano fino ad affiancarmi.
“Bravo! Ottima performance!” è con queste parole che la calda pioggia dorata mi sorprende mentre la mia sborra calda schizza dalla mia cappella con fiotti copiosi.
Il mio petto ed il mio addome sono il letto in cui scorre lento il fiume di piscio e seme che mi ha imbrattato e lavato ogni singolo pelo di petto e addome e che ora s’insinua nel mio cespuglio pubico.
“Wow!” sento il coach esclamare.
“Già… Davvero un lavoro coi fiocchi…”
La mano incatenata viene liberata in modo da permetterle di prendere una delle erezioni bagnate. In ginocchio pulisco con cura i due uccelloni che a tratti si alternano nella mia bocca oppure la forzano insieme.
“Alberto, cosa ne dici se adesso gli togliamo anche il guinzaglio?”
“Direi che è ora! Anche perché la conclusione della serata prevede un bel bagno in piscina!”
“Tutti insieme?”
“Ma certo! Tutti insieme!”
Vengo fatto accovacciare tra le gambe del coach che prende a massaggiarmi dapprima il petto e poi i capezzoli e la zona intorno. Lo fa quasi coccolandomi , guardandomi e accarezzandomi con una dolcezza a tratti paterna. Mi sorride amabilmente… Ma è un attimo, subito la sua bocca si atteggia in un ghigno quasi beffardo…
“Ora puoi gridare!” sono le parole di Alberto che tira con forza la catena che si porta dietro le fameliche pinze.
L’urlo straziante viene soffocato dalla mano che il coach mi para davanti alla bocca. Mi sento bruciare dentro e fuori. Dal dolore certamente, ma anche dal brivido di piacere che il dolore stesso mi provoca. La vista è offuscata dalle lacrime che copiosamente mi velano gli occhi mentre le mani e la bocca di Alberto lambiscono quella zona del mio corpo così brutalmente infiammata instillandole il piacevole conforto di cui ha bisogno.
Le lacrime continuano a scendere incessanti accompagnate dai miei singhiozzi e sussulti, mentre i miei aguzzini seguitano a riversare sul mio petto baci, carezze e saliva che lentamente leniscono la pena.
Mi ci vuole più di qualche istante per riprendermi. Li guardo grato e imbarazzato al contempo: abbassando gli occhi vedo l’uccello che sta nuovamente andando in tiro.
Ancora una volta non ho il tempo di realizzare quanto mi sta accadendo: accompagnato da grasse ristae vengo sollevato di peso, dondolato e tuffato in piscina.
Un altro splash segna l’arrivo in acqua di Alberto che inizia a baciarmi furiosamente. La mia lingua ricambia languida il favore mentre mi avvinghio a lui accarezzandolo.
“Non vorrete mica lasciarmi qui in eterno!” grida il coach dal bordo.
Lo guardiamo mentre si sdraia allargando le gambe come ho fatto io prima ed esibendo il suo buco pulsante.
“Avanti troia, c’è del lavoro che ti aspetta!”
La mia lingua prende a vellicare le pieghe morbide di quel puntino di carne Le pennellate di saliva bagnano prima la cornice di pelo che lo circonda per poi insinuarsi lenta al suo interno.
Il coach mugugna di piacere inarcando la schiena.
“Infilagli un un dito nel culo adesso e divertiti…” suggerisce Alberto che sta facendo praticamente la stessa cosa a me. Il suo dito è però presto sostituito dall’enorme cazzo che, dapprima sbatacchia nel solco tra le chiappe, e poi infila con decisione nell’ano ben predisposto.
Inizia a muoversi dapprima lentamente aumentando piano piano il ritmo con cui sento il suo bacino appoggiarsi al mio.
Non mi sta scopando con la stessa crudeltà con cui l’ha fatto a cena. Ora è diverso… I baci sulla nuca e sul collo rendono l’amplesso più simile a quello di un amante che vuole ricompensare il proprio partner con il piacere che merita e non come un Padrone che deve sottomettere il suo schiavo.
La cavalcata prosegue ininterrotta: le dita di Alberto seguono il profilo del mio corpo soffermandosi a pizzicare i capezzoli turgidi e al tatto ancora doloranti, per perdersi nel folto del mio triangolo di pelo ed afferrare la mia nuova erezione. Le spinte nel mio culo hanno l’effetto di sincronizzare quelle del mio dito in quello del coach.
“Rallenta… Rallentaaahhh… - non capisco se la richiesta è rivolta a me o a chi mi sta alle spalle – così m fai venireeehhh…” La mano del coach inizia a muoversi lentamente sull’asta grondante di liquido prespermatico.
È a quel punto che Alberto si ferma e si sfila. Lo guardo deluso mentre si posiziona accanto a lui invitandolo a mettersi a quattro zampe.
Mi aspettavo un’iniezione anale bollente e invece mi ritrovo a servire due buchi. I miei medi e la mia lingua si alternano ora in un orifizio ora nell’altro mentre vedo le loro lingue avvilupparsi una all’altra. Quando sorridenti si alzano per avvicinarsi alle poltrone capisco che il gioco è finito.
Anch’io esco dall’acqua.
“Direi che prima di andarcene a dormire potremmo berci qualcosa, che ne dici?”
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