Gay & Bisex
"uno dei due deve fare la femmina"
06.07.2026 |
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""Tanto ormai hai perso la dignità che avevi, non è vero?"
Mi guardò, aspettando una risposta che non potevo dare..."
Era la seconda settimana di lockdown quando ci rendemmo conto che la tensione tra le quattro mura stava diventando insostenibile. Io e Marco, lui trentenne con le spalle larghe e quella barba incolta che gli dava un'aria da uomo vero, io ventenne con i polsi sottili e quella faccia da ragazzino che mi faceva sembrare un eterno studente. Una sera, dopo cena, con le bottiglie di birra che si accumulavano sul tavolo e sul pavimento, lui disse che qualcuno doveva pensare a pulire il casino che si accumulava. "O troviamo un modo per organizzarci tra noi," disse, con voce amichevole, quasi divertita, "o uno di noi due finirà per ammazzare l'altro."Ma c'era il problema di chi avrebbe ceduto. Io, magro, con i polsi sottili, sapevo già come sarebbe finita, ma Marco propose una gara democratica. "Facciamo flessioni," disse, sorridendo. "Chi ne fa di più, comanda. Chi perde... beh, chi perde è la femmina. Concordi?"
Annuii, sentendo già il cuore che mi batteva forte. Mi misi a terra sul parquet del soggiorno, sentendo il freddo contro i palmi delle mani. Ero nervoso, il petto che si alzava troppo in fretta. Ne feci venti, il viso che si congestionava, le braccia che tremavano. Poi toccò a lui. Marco si abbassò con una facilità insultante, i muscoli delle spalle che si delineavano sotto la maglietta. Ne fece ventuno. Una in più.
"Ventuno a venti," disse, alzandosi e guardandomi dall'alto con un sorriso quasi bonario. "Tu sei la femmina. Ma non preoccuparti," aggiunse, dandomi una pacca sulla spalla che voleva essere rassicurante, "oggi abbiamo bevuto troppo per fare i mestieri. Ci vuole un po' di svago."
Mi fece sedere sul divano, accanto a lui, e mi chiese gentilmente di aprirgli i pantaloni. Obbedii, le dita che tremavano sulla cerniera. Quando tirai fuori il suo cazzo, fu un colpo visivo: grosso, pesante, con le vene che si vedevano anche semieretto. "Inizia," disse, con voce morbida. "Fai come ti pare, non c'è fretta."
Presi quel pezzo di carne in mano. Era caldo, pulsante. Iniziai a muovere la mano, lentamente, sentendo il peso, l'odore che saliva intenso. Ma dopo qualche minuto, Marco mi guardò con un'espressione che si era fatta più fredda. "Aspetta," disse. "Devi usare l'altra mano per toccarmi le palle. Altrimenti non riesco a venire."
Obbedii, confuso. Volevo che quel momento finisse in fretta quindi con la sinistra, quella più debole, scesi a cercare il suo scroto, sentendo le due palle gonfie, pesanti. Dovevo gestire entrambe le cose contemporaneamente: la sega con la destra, il tocco alle palle con la sinistra. Era scomodo, umiliante, e lui lo sapeva. "Così è meglio, grazie" e poi disse, chiudendo gli occhi. "Continua."
Continuai per minuti, il braccio che bruciava, finché non sentii il suo respiro accelerare. Venne con un gemito basso, e la sborra mi colpì il dorso della mano, calda, densa. Ero immobile, con la mano destra sporca, quando lui aprì gli occhi e mi guardò con un'espressione che era cambiata. Non c'era più la gentilezza di prima. "Non puoi lasciarmi così," disse, con voce secca, "deve pulire."
Mi alzai, andai in bagno a prendere la carta igienica. Tornai da lui, che era rimasto seduto con il cazzo ancora fuori, luccicante. Mi inginocchiai e iniziai a pulirlo, passando la carta sulle palle, sull'asta, sulla cappella. Quando ebbi finito, lui annuì soddisfatto. "Ora," disse, "ci starebbe proprio bene una merenda per riprendermi dallo sforzo."
Mi alzai, con le mani che ancora odoravano di lui, e andai in cucina. Quando tornai con il piatto, lui mangiò in silenzio, guardandomi con quegli occhi che avevano perso ogni calore.
L'indomani, dopo che ebbi pulito l'intera cucina mi diede una nuova regola. "Non puoi più usare i boxer. D'ora in poi, solo slip."
"Ma io non ho slip," risposi immediatamente.
"Vorrà dire che userai i miei," mi disse con freddezza, interrompendomi. E senza nemmeno guardarmi, senza vergogna, si alzò e si abbassò i pantaloni. Li fece scivolare lungo le gambe, poi si tolse le mutande. Un paio di slip bianchi, che aveva indosso da almeno un giorno. Me li porse con due dita, tenendoli per l'elastico, come offrire un avanzo a un cane.
"Togliti i pantaloni," ordinò.
Obbedii, le mani che tremavano sulla cerniera. Mi abbassai i jeans, sentendo l'aria fredda del soggiorno colpirmi le gambe nude. Poi i boxer. Ero lì, nudo davanti a lui, con il mio cazzo che si ritraeva per la vergogna, mentre lui mi guardava con quel sorriso crudele che non raggiungeva mai gli occhi.
"Infilali," disse.
Presi quei slip bianchi, ancora caldi del suo corpo, con l'elastico consumato e una macchia leggera, giallognola, sul davanti che non volevo guardare. Li aprii, sentendo il tessuto sottile tra le dita, e li feci scivolare lungo le gambe. Mi stavano larghi, troppo larghi, e il cotone morbido aderiva al mio cazzo piccolo in modo ridicolo, lo evidenzia in modo patetico. Ero nudo sotto quello strato insufficiente, esposto.
"Gira," disse.
Obbedii, sentendo il tessuto che si muoveva sulle natiche, che non copriva nulla, lasciando le chiappe scoperte.
"Adesso," continuò, e la sua voce aveva perso ogni pretesa di richiesta, diventando un ordine secco, "devi mettere gli slip in mezzo alle chiappe. Tira su il bordo e infilalo tra le natiche."
Ci misi un secondo a capire. Guardai il bordo inferiore dello slip, che arrivava appena a coprire metà del culo, e compresi. Dovevo tirarlo su, inserire quel lembo di cotone tra le natiche, in modo che mi carezzasse l'ano.
Lo feci. Con le dita tremanti, presi il tessuto e lo tirai su, sentendolo che si insinuava tra le chiappe, che mi tagliava, che mi esponeva completamente.
"Così va bene," disse, mi fece camminare per la stanza, osservando come gli slip si fossero trasformati in una sorta di perizoma casalingo, come il mio culo ora fosse in bella vista.
Nei giorni seguenti, Marco divenne sempre più esigente. Mi fece pulire l'appartamento con solo quegli slip addosso, passare l'aspirapolvere con le chiappe al vento, gli slip in mezzo alle natiche. Alla sera arrivavo sempre eccitato e mi masturbavo sotto le coperte, tanto sarei stato io a doverle pulire!
Ma arrivò il momento in cui mi beccò a masturbarmi, condividevamo la stessa stanza e aveva sentito il rumore mentre mi toccavo nel mio letto. Appena lo scoprì, e la sua reazione fu terribile.
"Non ti ho mai dato il permesso di toccarti," disse, con voce bassa, pericolosa. "E comunque, non voglio vedere sperma che non sia mio in giro in questa casa. La carta igienica è poca, non possiamo sprecarla così, lo capisci? Se proprio devi venire, prima mi chiedi il permesso e, se te lo concedo, alla fine devi mangiare il tuo sperma."
Da quel giorno, ogni volta che mi concedeva di toccarmi, ero costretto a raccogliere tutto nella mano e portarmelo alla bocca, ingoiando il mio stesso sapore salato, umiliante, mentre lui guardava con quel sorriso crudele. Poi, dopo un po' di tempo, mi vietò completamente di venire. "Sei la femmina," disse. "Le femmine non vengono quasi mai. Comincia a recitare la tua parte".
Ogni giorno, quando Marco si alzava dal letto, si toglieva gli slip sporchi, quelli che aveva indossato per tutta la notte, che conservavano l'impronta del suo corpo, il calore del sonno, forse qualche traccia di umidità notturna, e me li lanciava sul letto, mirando al mio viso. "Tieni," diceva, con voce ancora roca dal sonno. "Mettiteli."
La differenza era crudele, evidente. Quando Marco indossava gli slip, li metteva normalmente, come fa un uomo: il tessuto che copre le natiche, che sostiene i genitali, che protegge la dignità. Ma io, quando prendevo quegli slip già usati, già caldi del suo corpo, dovevo infilarli in modo che le chiappette restassero scoperte, esposte, con l'elastico che mi carezzava l'ano rendendomi inspiegabilmente più docile. Camminavo così per tutta la giornata, con gli slip di Marco attaccati alla pelle, il suo odore che si mescolava al mio sudore, il tessuto che mi stringeva mentre pulivo, cucinavo, mi inginocchiavo per i miei compiti domestici. E il giorno dopo, quando lui mi avrebbe dato un altro paio usato, toccava a me lavare quelli che avevo indossato: strofinare il cotone con le mani, vedere l'acqua tingersi del nostro sudore misto, appendere ad asciugare i vestiti intimi dell'uomo che in quei giorni mi possedeva, in un ciclo infinito di umiliazione che si rinnovava ogni mattina, ogni sera, ogni volta che sentivo il tessuto bagnato tra le dita e ricordavo che ero ridotto a lavandaia dei suoi slip sporchi.
Passarono i giorni. Giornate intere in cui ero ridotto a un oggetto di servizio per la casa, le sue mutande, le sue palle e il suo cazzo. Non venivo da così tanto tempo che il mio cazzo era perennemente dolorante, pieno, ma lui non mi concedeva mai quel sollievo finale. Mi teneva sul filo, eccitato e frustrato, umiliato e desiderante.
Erano settimane che non venivo, settimane di tensione accumulata. Marco mi chiamò nel soggiorno, con quel tono ormai routine che indicava il momento di fare i servizi non alla casa, ma al suo cazzo. Mi sedetti accanto a lui sul divano, e lui aprì i pantaloni senza nemmeno guardarmi.
Ma quando presi il suo cazzo in mano, notai subito che qualcosa era diverso. L'odore era più forte del solito, più intenso, quella nota amara-salata di sudore maschile che di solito sentivo era amplificata, quasi pungente.
Iniziai la sega con la destra, muovendo il pugno lungo l'asta, sentendo la pelle scivolare sulla durezza sottostante. La tecnica ormai la conoscevo: movimenti regolari, pressione decisa ma non troppo forte, la mano sinistra che accarezzava i testicoli in sincronia, che tirava leggermente, ma quella sera, nonostante la mia attenzione, nonostante i minuti che passavano, Marco non dava segni di venire.
Il suo respiro rimaneva regolare, troppo regolare. I muscoli delle cosce non si tendevano come al solito. Continuai, accelerando il ritmo, stringendo di più, ma nulla.
Dopo un quarto d'ora, lui sospirò e mi fermò con una mano sul polso. "Basta," disse.
Mi fermai, confuso, con la mano ancora stretta attorno al suo cazzo, le palle ancora umide della mia saliva. "Non riesco a venire così," disse Marco, con voce pacata.
Ci restai male. Una fitta di qualcosa che somigliava all'offesa mi attraversò il petto. "Credevo che... che andasse bene come le facevo." dissi, sentendo la mia voce uscire più debole del solito, quasi lamentosa.
Lui rise, ma non era una risata crudele. Era peggio, era compassionevole, come chi spiega l'ovvio a un bambino lento. "Mi sono masturbato da solo prima," disse, "E ora non hai più carica. Non importa quanto sei bravo con le mani, se non c'è niente da scaricare."
Volevo dire qualcosa, ma l'unico pensiero che mi veniva era di delusione. Delusione perché credevo che ormai fosse compito mio e solo mio farlo venire, ma lui mi impedì di pensare ulteriormente quando mi prese la testa con entrambe le mani, le dita che si chiudevano nei miei capelli con una fermezza che non ammetteva discussioni. Mi guardò negli occhi, i suoi occhi freddi che mi trapassavano. "Ho voglia di una bocca calda," disse, e la sua voce aveva perso ogni pretesa di richiesta. "Una bocca vera, che succhi, che prenda tutto dentro."
Tentai di tirarmi indietro, una reticenza istintiva che mi sollevava le spalle, ma lui mi tenne fermo, le mani salde come morse. "Non fare quella faccia," disse, pacato. "Tanto ormai hai perso la dignità che avevi, non è vero?"
Mi guardò, aspettando una risposta che non potevo dare. Aveva ragione. Da settimane ero lì, in slip in mezzo alle chiappe, a preparare merende, a pulire, a toccarmi solo per poi mangiare il mio sperma davanti a lui, a chiamarlo signore, a non incrociare mai il suo sguardo. Quale dignità mi rimaneva?
"Capisci," continuò, con quel tono ragionevole che mi faceva sentire ancora più piccolo, "tutto quello che hai fatto durante queste settimane è stato un continuo atto di sottomissione. Ogni sega che mi hai fatto, ogni volta che hai indossato i miei slip sporchi e ogni volta che li hai lavati, ogni volta che hai ingoiato il tuo sperma per nascondere le prove... è stato tutto sottomissione. E la sottomissione," disse, avvicinando la mia faccia al suo inguine rosso e odoroso, facendomi sentire il calore della sua carne contro le mie guance, "ha una naturale conseguenza. Prenderlo in bocca è la naturale conseguenza. È logico, no?"
Non risposi. Non potevo. Le sue mani mi guidavano, la mia bocca si apriva quasi da sola, e quando lui entrò, lento, pesante, riempiendo la mia gola con la sua durezza, compresi che aveva ragione. Non c'era più nulla da negoziare, solo la mia bocca piena e la sua voglia.
Mi inginocchiai tra le sue gambe. Presi quel cazzo in bocca, sentendo il sapore salato-amaro di cui fino a quel momento conoscevo soltanto l'odore. Succhiai, leccai, con le mani che gli toccavano le palle come mi aveva insegnato, mentre lui mi teneva fermo per i capelli, guidando il ritmo, spingendo in gola. Gorgogliavo, gli occhi che si riempivano di lacrime.
Ogni tanto, per prendere il respiro, mi toglievo il cazzo dalla bocca e andavo a prendergli le palle in bocca, lui mi dava un po' di tregua ma in poco tempo mi faceva tornare a succhiare.
Quando sentii che stava per venire, accelerai. Lui esplose nella mia bocca, un'esplosione calda, densa, che riempì la mia lingua, il palato, che scese in gola. Ma quando feci per ingoiare, lui mi fermò. "No," disse, con voce roca, autoritaria. "Non ingoiare. Tienila in bocca."
Restai immobile, con la bocca piena del suo seme, il gusto che mi invadeva ogni papilla gustativa. Lui mi guardò con quegli occhi freddi, e disse: "Ti concedo di masturbarti. Puoi venire. E puoi ingoiare solo dopo che vieni."
Non ci credevo. Presi il mio cazzo eretto, dolorante, e iniziai a muovere la mano con frenesia. Erano settimane, ero così eccitato che ci vollero solo pochi secondi. Ebbi un orgasmo violento che riuscii a direzionare tutto sulla mia mano, mentre la bocca era ancora piena della sborra di lui.
Ma quando finii di venire, sentii il vuoto. L'eccitazione svanì immediatamente, lasciando solo stanchezza, vergogna, e la bocca ancora piena di quella massa gelatinosa. Non ero più eccitato. La sborra di Marco non era più un desiderio, ma solo un gusto tiepido, acre, schifoso, che mi bruciava la lingua. Guardai il mio sperma sulle mie dita, e la sua sborra che attendeva nella mia bocca.
"Ora ingoia," ordinò lui.
Obbedii. La deglutii, lentamente, sentendo quella massa fredda, ormai, scendere in gola. Il sapore era schiacciante, amaro, salmastro, terroso, senza alcun piacere a mitigarlo. Era solo sottomissione, solo umiliazione, solo il segno definitivo di chi ero diventato. Lui si rimise a posto le mutande, soddisfatto, e mi guardò con quel sorriso che aveva visto all'inizio, ma che ora era diventato il mio incubo quotidiano.
"Sai cosa fare," mi disse.
Annuii, ancora in ginocchio, leccando e ingoiando lo sperma dalle mie mani, con il sapore acre che mi bruciava la gola, consapevole che il lockdown sarebbe finito ma che io, ormai, ero per sempre la sua femmina.
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