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Gay & Bisex

Il Novizio 7.1


di honeybear
06.07.2026    |    817    |    1 9.6
"Questa volta però non mi riuscì di abituarmi all’enormità del randello che mi stava nuovamente squarciando perché mi sollevarono repentinamente e poi giù… Una, due, infinite volte… Non..."
“Voglio giocare un po’ con te… Me lo consenti?”
Il mio sorriso suonò come un sì.
Inserì il suo cazzo barzotto tra le mie chiappe ed iniziò a sfregarlo: gli umori prodotti dalla sua cappella bagnarono la striscia di pelo all’interno.
Non mi bastava: volevo di più. Lo afferrai con entrambe le mani, lo puntai dritto verso il mio buco che non era stato minimamente lubrificato, mi dimenai un attimo fino a che non lo infilai completamente.
La potenza del tuono silenziò il grido che mi sfuggì dalla bocca per quella penetrazione così violenta.
Ma non potevo farne a meno.
Lo desideravo disperatamente con tutto me stesso. Volevo farmi fottere da quel bigolo enorme ed appagare al contempo il desiderio di potermi sentire libero di vivere la purezza e la sensualità di quel momento in maniera sincera, disinibita, assoluta, totale e dirompente come il temporale che imperversava fuori.
Non mi mossi. Lasciai che fosse lui a dare inizio all’amplesso.
Non ci mise molto.
Mentre mi lasciava abituare alla sua presenza in me, fece scivolare lentamente la lingua sui miei pettorali lambendo ogni centimetro della pelle che rivestiva i muscoli ormai irsuta per la prominente ricrescita, lasciando poi campo libero alle labbra di suggere delicatamente i capezzoli. Li succhiò a lungo, come un neonato attaccato per la poppata al seno materno. Mentre li sentivo indurirsi reclinai il capo verso di lui. Con le mani gli scompigliai la zazzera lucente. Sollevò lo sguardo. Sorrise e ricambiai il sorriso mentre le nostre fronti si sfioravano e poi a seguire i nostri nasi che, strofinandosi ci strapparono un sorriso.
“Stai bene?” chiese dolcemente
“Sì…” sussurrai.
Le bocche iniziarono a scambiarsi baci la cui delicatezza lasciò ben presto il posto alla passione. Le lingue si contorcevano rincorrendosi e insalivandosi senza soluzione di continuità.
Appoggiò le mani sui miei pettorali turgidi e appuntiti, quasi doloranti per l’ennesimo gioco di lingua.
Lo afferrai per il collo e finalmente iniziai a muovermi per cavalcarlo: su e giù, su e giù… Lo sfilai completamente per far rientrare in me solo la punta della cappella che accolsi fino alla base riprendendo quell’andirivieni che ci strappava gemiti che soffocavamo nei lunghi baci scambiati.
“Ora è il mio turno…” sussurrò.
Prese i miei glutei tra le mani e, con un colpo di bacino, mi penetrò completamente ancora una volta. L’orifizio slabbrato terninò la corsa sui suoi coglioni pelosi.
Sgranai gli occhi.
Mantenendo salda la presa sui glutei iniziò a scoparmi. Lo lascai fare, permisi a quell’asta nodosa di vellicare le mie viscere percorrendole senza sosta. Le spinte delicate e leggere dell’inizio lasciarono il posto a colpi sempre più frequenti e decisi..
“Ehi… - sorrise - …Non stringere troppo…” mi rimproverò allungandomi una pacca.
“Vorrei… Vorrei tenerti dentro di me… Per sempre…”
Si fermò di colpo.
“Perché…” mi fermai subito: la carezza sul mio viso e i suoi occhi umidi al pari dei miei erano la risposta.
Ripresi a muovermi sopra di lui e gli rubai tutti i baci che mi fu possibile finché stremati e ansimanti non ci concedemmo un attimo di tregua.
I visi grondanti, i muscoli tesi, il petto imperlato di sudore… Non mi ero mai sentito così vivo e…
“Io ti…” Le parole uscirono all’unisono… Ma quella frase non venne mai completata…
La porta si spalancò per far entrare Ettore e Sandro.
Non proferirono verbo. Si scambiarono uno sguardo d’intesa e con un sorriso si limitarono ad incoraggiarci a continuare ciò in cui eravamo impegnati mentre lentamente si toglievano i vestiti fradici di pioggia.
Si avvicinarono uno per parte e, con una sculacciata, mi obbligarono a sfilarmi.
“Tu resta seduto!” gli intimò Sandro.
Mi fecero voltare e, afferrandomi per gomiti e ginocchia, mi sollevarono di peso. Socchiusi gli occhi intuendo cosa mi stesse aspettando. Con forza mi calarono nuovamente sull’asta umida di Bruno. Provai lo stesso dolore della penetrazione che mi ero autoinferto poco prima quando mi schiantarono sullo scroto. Questa volta però non mi riuscì di abituarmi all’enormità del randello che mi stava nuovamente squarciando perché mi sollevarono repentinamente e poi giù…
Una, due, infinite volte… Non so se gridavo più dal dolore o dal piacere… Non ebbi tempo di trovare una risposta alla domanda: il mio piscio di sborra si riversò copioso sul pavimento. Lasciarono la presa e caddi carponi; subito un piede iniziò a premermi la testa.
“Pulisci… Pulisci tutto! - ordinò Ettore - Intanto noi per non sporcare troveremo un posto dove venire!”
Era chiaro che quel posto ero io.
Fu così che si avvicendarono a scoparmi il culo mentre leccavo il mio sperma dal pavimento.
Non durò molto: ognuno di loro, quand’era prossimo all’eiaculazione, si sfilò dallo sfintere continuando a masturbarsi nell’attesa che il cerchio si chiudesse.
Quando anche Ettore terminò di spanarmi avevo completato la pulizia del pavimento. Mi circondarono e, pressoché all’unisono, mi investirono il viso con i potenti getti che sgorgavano dalle uretre paonazze.
“Forza Bruno, ora tocca a te pulire!” le lappate levarono avide la crema che mi imbrattava il viso.
“Scusami…” riuscì a bisbigliarmi mentre mi regalava un ultimo bacio che mi consegnava un po’ di quella sborra densa e ancora calda.
Le mani callose di Sandro sulla mia nuca mi fecero capire che anche i cazzi ancora eretti dei due uomini erano da sistemare. Adempimmo al compito con dedizione.
A cose fatte, Bruno mi aiutò ad alzarmi per sparire con Sandro nella doccia come del resto toccò a me con Ettore e dove, immagino, si consumò anche per lui l’ennesimo rapporto.
La sera, a cena, non parlammo molto. Eravamo entrambi assorti, intenti a commentare mentalmente le parole che Bruno stava leggendo dal Libro di Daniele:
“Svela cose profonde e occulte,
sa quel che è celato nelle tenebre
e presso di lui è la luce.”
Ci coricammo presto: l’indomani ci attendeva il rientro in monastero. Partimmo all’alba di un giorno rinfrescato dalla devastazione del temporale del pomeriggio precedente.
“Avrete un bel daffare oggi!” commentò Ettore, stringendo la mano a Bruno.
“Lavorare non ci spaventa… — fece lui di rimando — E in giornata arriveranno i rinforzi.”
“E voi due? Non avete nulla da dirvi?” ci incalzò Ettore, guardandoci.
No, noi non avevamo nulla da dirci. La nostra verità era già scritta in quel versetto letto a cena: era una realtà oggettiva profonda e occulta, destinata a restare celata nelle tenebre dei chiostri.
Più volte mi voltai lungo il sentiero fangoso che ci avrebbe ricondotti a quella che, con mia stessa sorpresa, iniziavo a chiamare casa.
E ogni volta il suo sguardo era lì, fermo su di me, carico di un sentimento muto che forse non avremmo più avuto modo di confessarci a voce.
Era un legame destinato a consumarsi nel segreto dell'eremo e a nascondersi tra i corridoi del monastero, là dove la luce, quella vera, fa troppa paura per essere guardata?
Varcando il cancello, sentii il peso del silenzio accoglierci di nuovo. Ma mentre camminavo nell'ombra del chiostro, ripensai alle sue parole.
Il silenzio tra noi non era una rinuncia, era la nostra penitenza.
E in quel momento capii che Bruno aveva ragione: quella penitenza era infinitamente meglio del peccato.
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