Gay & Bisex
Doppio servizio - Un sapore mai provato
Kinsella46
06.07.2026 |
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Ho tirato un respiro profondo, sentendo il sapore ancora impresso nel palato, un misto di ferro e sale che ora, alla luce di quanto successo, assumeva una connotazione nuova..."
Quei due giorni di silenzio erano stati quasi più pesanti del massaggio stesso. Avevo passato il tempo a osservare la spiaggia, scrutando ogni figura che si avvicinava al chiosco, alternando momenti di sollievo a una tensione sottile, quasi un astinenza da quella sottomissione che avevo provato. La mia vacanza era ormai un doppio binario: da una parte il turista che legge, nuota e sorseggia cocktail, dall'altra l'uomo che attende in silenzio il ritorno di un padrone.Quando ho sentito quel soffio di voce proprio sopra il mio orecchio, il cuore ha fatto un balzo che ho dovuto soffocare con un respiro profondo, fingendo di essere appena uscito da un dormiveglia.
«Stasera alle 18. Massaggio a quattro mani.»
Ho aperto gli occhi lentamente, lasciando che la luce del sole mi costringesse a socchiuderli. Lui era lì, seduto sul bordo del lettino, la sagoma scura contro l'azzurro accecante del cielo, la sua mano appoggiata sul lettino tra le mie cosce. Non c'era traccia di timore nel suo sguardo, solo la certezza assoluta di chi sa di avere il controllo totale. Mi ha fatto l'occhiolino, un gesto di una confidenza oscena, prima di alzarsi con quella sua calma predatrice e allontanarsi tra i lettini, scomparendo nel flusso dei villeggianti come se fosse un fantasma.
L'ho seguito con lo sguardo finché non è sparito dietro la fila degli ombrelloni. Poi, con un gesto che mi ha richiesto uno sforzo di volontà enorme, mi sono voltato dall'altra parte, sistemando meglio l'asciugamano. Ho ripreso a fissare l'orizzonte, cercando di controllare il battito accelerato e quel calore che, contro ogni logica, era tornato a pulsare basso nel ventre.
"Quattro mani".
Il pensiero del massaggio a quattro mani ha innescato un meccanismo perverso: se con lui solo era stato così assoluto, cosa avrei dovuto aspettarmi in presenza di un altro? L'idea di essere manipolato, esplorato e posseduto da due uomini contemporaneamente non mi spaventava più; al contrario, era diventata l'unica cosa in grado di dare un senso a quelle ore infinite passate sotto il sole.
Ho chiuso gli occhi, lasciando che il rumore delle onde coprisse il caos dei miei pensieri. Il countdown era iniziato. Mancavano poche ore alle diciotto e, per la prima volta, non stavo solo aspettando il tramonto per un drink, ma per la mia prossima consegna.
Mentre camminavo lungo i vialetti del resort, il sole iniziava la sua lenta discesa verso l'orizzonte, tingendo il cielo di sfumature arancioni e viola che contrastavano con l'azzurro cupo del mare. La mia mente era stranamente lucida, libera dalle solite ansie da vacanziere. Mi colpì, in quel momento di calma, un dettaglio che avevo archiviato inconsciamente: l'igiene impeccabile di quegli uomini. Non c'era traccia di sudore stantio o di odori acri, nonostante il lavoro fisico, il deserto e il calore soffocante. Tutto in loro — dalla pelle ambrata, liscia e curata, al modo in cui maneggiavano i corpi — trasmetteva una cura quasi rituale, una pulizia che rendeva la loro dominazione ancora più raffinata, quasi asettica nella sua brutalità.
Dopo una doccia gelata in camera, che servì solo a rendere la mia pelle ancora più sensibile al tocco, mi diressi verso la spiaggia. La luce stava virando verso il crepuscolo, e il resort sembrava svuotarsi dei rumori molesti della giornata.
La tenda mi aspettava, isolata come sempre, una macchia scura sulla sabbia che ormai si era raffreddata. Il cuore mi batteva con una regolarità che non riconoscevo: non era paura, era la calma tesa di chi sa di camminare verso una punizione desiderata.
Arrivato davanti all'ingresso, feci un respiro profondo. L'aria era ferma, carica di aspettativa. Scostai il lembo di tela ed entrai.
All'interno, l'atmosfera era diversa. Non c'era solo l'odore dell'olio di mandorle; c'era qualcos'altro, una vibrazione nell'aria che mi avvisò immediatamente che non sarei stato solo. La tenda sembrava più piccola, più opprimente. Lui era lì, in piedi accanto al lettino, e a fianco a lui un altro uomo. Era più giovane, con la pelle leggermente più scura e uno sguardo che non cercava il mio, ma lo squadrava come se fossi un oggetto appena consegnato.
«Sei puntuale, amico,» disse il mio massaggiatore, con un sorriso che stavolta mi sembrò più un marchio di possesso. «Lui è Karim. È molto bravo con le mani, ma non ama chi parla troppo. Speriamo tu sia bravo come la scorsa volta.»
Karim mi fece un cenno secco col capo, indicandomi il lettino. Il mio massaggiatore, intanto, si tolse il kaftano, rivelando una muscolatura asciutta e definita sotto la luce fioca delle lampade a batteria che avevano acceso per l'occasione.
«Sdraiati,» ordinò Karim, la voce profonda e priva di inflessioni. «Oggi non serve che tu chieda niente. Solo che tu riceva.»
Mi avvicinai al lettino, sentendo il sangue rimbombarmi nelle orecchie. La prospettiva di quattro mani — quattro mani esperte, decise e complici — che avrebbero iniziato a esplorare ogni centimetro del mio corpo, mi fece cedere le ginocchia ancor prima di toccare il materassino.
L'esperienza ha assunto subito una dimensione quasi coreografica. Spogliarmi e rimanere col mio pallido costume fatto di abbronzatura è stato un gesto naturale, una sottomissione ormai consapevole, mentre il contatto con la superficie fredda del lettino spariva istantaneamente sotto la colata di olio tiepido.
Quando le quattro mani hanno iniziato a lavorare, la sensazione è stata di un’invasione totale ma perfettamente coordinata. Il primo contatto è stato una pressione ferma, quasi elettrica, che ha attraversato le mie gambe. All’inizio, la tensione accumulata nei polpacci rendeva ogni manovra un tormento, un dolore acuto che mi faceva contrarre la mascella. Ma loro non si sono fermati; hanno continuato a impastare, a sciogliere, a scendere in profondità con le dita e i palmi uno su piedi e polpacci, l’altro sulla schiena e spalle. Il dolore, sotto quella pressione implacabile e ritmica, ha iniziato a evaporare, lasciando spazio a un torpore diffuso, a una sensazione di benessere viscerale che mi ha fatto sprofondare nel materassino.
Il sincronismo tra i due era perfetto. Non esitavano: le loro movenze erano speculari, come se un unico cervello guidasse quattro mani.
«Girati,» ha ordinato Karim, la voce che arrivava da qualche parte vicino alla mia testa.
Ho ubbidito senza indugio. Voltandomi, mi sono ritrovato esposto, nudo in erezione e vulnerabile sotto lo sguardo dei due uomini nudi ed eretti come me. L’olio è stato versato con abbondanza sulla mia parte frontale, scivolando lungo l’addome e sulle cosce. Quando hanno ripreso a massaggiare, il tocco è diventato diverso: sempre pesante ma più intimo, più audace. Le loro mani lavoravano il mio petto, i fianchi, risalendo lungo la parte interna delle cosce, fermandosi appena sotto il bacino.
Mentre mi massaggiavano la parte anteriore, hanno iniziato a scambiarsi commenti brevi, in arabo, con toni bassi e un'intonazione che suggeriva approvazione. Non riuscivo a capire le parole, ma il tono era quello di chi sta valutando un oggetto. Sapevo che non si sarebbero limitati a quel massaggio, e la consapevolezza che le loro dita potessero scendere da un momento all’altro verso il mio centro mi teneva in uno stato di allerta febbrile.
Le loro mani hanno iniziato a premere più vicino alla zona inguinale. Karim si è posizionato all'altezza del bacino, mentre il mio primo "padrone" si è spostato verso le mie spalle, le sue mani che scendevano lungo il busto con un tocco che era metà cura e metà provocazione.
«Tu molto eccitato, amico,» ha sussurrato il primo massaggiatore, la mano che ora indugiava pericolosamente sulla radice del mio sesso. «Normale.»
Il mio corpo rispondeva al loro tocco con contrazioni involontarie, un'eccitazione che ormai non riuscivo più a celare.
Per qualche minuto, il massaggio aveva assunto un ritmo quasi ipnotico, una routine studiata per infondermi una falsa sicurezza. Le loro mani scivolavano con una regolarità quasi rassicurante su torace e addome, mentre Karim, con movimenti misurati, massaggiava le mie cosce e il basso ventre. Sembrava che avessero deciso di prolungare la fase preparatoria, una danza di sfioramenti e pressioni decise che aveva calmato il mio battito cardiaco. Mi ero quasi abbandonato a quella cadenza, lasciando che il respiro si regolarizzasse.
Ma era una calma ingannevole, il preludio perfetto per una trappola.
A mia totale insaputa, la dinamica è mutata nell'ombra. Senza che scambiassero una parola o un segnale udibile, le loro posizioni sono cambiate millimetricamente. Karim ha smesso di massaggiare le cosce per afferrarmi le caviglie con una presa ferma, quasi clinica, e le ha divaricate con una lentezza che non ammetteva opposizione, scivolandoci sotto e portandomele sulle sue cosce. Allo stesso tempo, l'altro massaggiatore, che fino a un attimo prima mi stava trattando le spalle con una delicatezza quasi distratta, ha fatto un passo avanti iniziando a massaggiarmi il basso addome, posizionandosi esattamente col suo bacino sopra di me.
Non c'è stato un avvertimento, non un cambio di tono nella conversazione. È bastato un istante di sincronia assoluta. Mentre le mani di Karim mi bloccavano in quella posizione vulnerabile, il secondo uomo si è spostato con una rapidità felina, troncando ogni mia possibilità di fuga o difesa. La transizione dal massaggio "tranquillo" alla dominazione brutale è stata così netta e studiata che, quando ho realizzato cosa stesse per accadere, ero già completamente in loro balia, intrappolato in un gioco che aveva appena cambiato le sue regole.
La situazione è precipitata in un gioco di potere brutale e, allo stesso tempo, di una perfezione erotica devastante. La disposizione dei loro corpi mi ha trasformato in un punto di snodo tra le loro volontà: Karim, imponente, mi teneva le gambe bloccate sulle sue cosce, costringendomi ad aprirmi completamente al suo tocco sul basso addome, mentre l'altro uomo — quello che aveva preso il comando della mia testa — gestiva il mio destino con una pressione che non conoscevo.
Quando lui si è seduto pesantemente sul mio volto, l'effetto è stato immediato: l'oscurità e il peso hanno cancellato ogni altro pensiero. La pelle calda del suo perineo e dei glutei, intrisa di sudore e olio, mi ha sigillato la bocca e il naso, trasformando ogni mio disperato tentativo di respirare in un gemito soffocato. Il peso morto del suo corpo, sospeso con le gambe sollevate dal terreno per moltiplicare la sua gravità in nessun modo, gravava interamente sulle mie ossa facciali, un'oppressione che mi spingeva verso il baratro del panico.
Mi sono contorto, le dita che artigliavano il bordo del lettino, le schiena che si inarcava in un arco di puro sforzo. Ogni volta che cercavo di sollevare il bacino per trovare un po' di ossigeno, Karim rispondeva con una pressione contraria, tenendomi inchiodato al centro della sua attenzione.
Poi, nel momento in cui i miei polmoni gridavano pietà, l'altro si è scostato di scatto. Un singolo respiro, un'aspirazione avida e affannosa di aria viziata dalla tenda, e subito dopo il peso è tornato a schiacciarmi, identico, implacabile.
È stato allora che il piacere e il soffocamento si sono fusi in un'unica, insopportabile scarica di adrenalina. Mentre il mio viso era di nuovo prigioniero di quel buio umido, ho sentito il membro di Karim appoggiarsi con decisione tra i miei glutei. La sua testa, calda e pulsante, ha iniziato a cercare l'ingresso, strofinando con lentezza esasperante contro lo sfintere, approfittando della mia totale impossibilità di difendermi.
Ero in trappola. La mia gola, compressa dal peso dell'uomo sopra di me, emetteva rantoli che lui sembrava ignorare, anzi, che sembravano nutrire il suo ritmo. Karim non cercava solo di entrare; voleva che io sentissi ogni centimetro della sua prepotenza. Le sue spinte contro la mia pelle sensibile diventavano sempre più decise, un affondo ritmico che rispondeva a ogni mio spasmo di soffocamento.
«Senti come sei pronto per noi?» ha sussurrato Karim, una voce che mi è sembrata provenire da un'altra dimensione
Ero diviso in due: la testa annientata dalla dominazione e il corpo che rispondeva con una ferocia inaspettata alla penetrazione che stava per compiersi. La mia sottomissione era totale, un'estasi di annullamento dove il dolore del soffocamento e il piacere della violenza sessuale si confondevano in un unico, perverso linguaggio.
La dinamica si è trasformata in un meccanismo di possesso totale, un incastro di carne dove non c'era più distinzione tra vittima e preda. L’uomo sopra di me ha capito il gioco: si è sollevato un istante, lasciandomi il tempo di aspirare una boccata d'aria gelida che mi ha bruciato i polmoni, solo per sedersi di nuovo con un peso ancora più intenzionale.
In quel preciso momento di sospensione, Karim ha approfittato della mia vulnerabilità. Nel mio ultimo e disperato arco dorsale, ho sollevato il bacino puntando i piedi sul lettino il suo si è allineato perfettamente al mio, e con una manovra che non ha lasciato spazio né a dubbi né a ripensamenti, ha sferrato l’affondo. Un colpo secco, potente, che ha vinto ogni mia resistenza muscolare. L'olio in abbondanza ha fatto sì che la sua penetrazione fosse viscerale, profonda, brutale nella sua facilità.
Ho sentito il suo corpo scontrarsi contro il mio, un impatto che mi ha tolto il fiato non solo per la pressione, ma per l'estasi pura di quel doppio assedio. Con il suo membro che mi allargava e mi riempiva, ho inarcato ulteriormente la schiena in un riflesso incontrollato, cercando di accoglierlo ancora meglio. L’aria mi mancava di nuovo, il buio del perineo che mi sigillava il volto mi portava sull'orlo dello svenimento, ma era un'agonia che cercavo disperatamente.
Poi, l'uomo sopra di me ha deciso di cambiare marcia. Ha fatto scivolare il suo membro rigido e pulsante contro le mie labbra, forzandomele con una spinta della mano dietro la mia nuca. Non era più solo un peso, era un'irruzione. È entrato nella mia bocca con la stessa prepotenza con cui Karim mi stava prendendo da dietro.
Ero prigioniero di una geometria perversa: la mia bocca, calda e stretta, era diventata la prigione del primo, mentre il mio sfintere, pulsante di lubrificante, era il campo di battaglia del secondo.
Karim ha iniziato a muoversi, una spinte ritmiche e violente che mi sbattevano contro il lettino, mentre l'altro, sopra di me, dettava il tempo dei miei gemiti soffocati, facendomi vibrare la lingua contro il suo glande ogni volta che spingeva più a fondo. Sentivo ogni loro contrazione, il calore dei loro due corpi che mi stavano letteralmente dividendo in due. Il rumore umido dei loro colpi sincronizzati, il suono della mia gola che lottava per non soffocare mentre venivo riempito da entrambe le parti, creava un caos sensoriale che mi mandava in cortocircuito.
Ero un oggetto, un canale di sfogo tra loro due. «Senti come ti prendiamo?» ringhiava Karim alle mie spalle, dandomi colpi di bacino sempre più secchi, ogni volta più dentro, ogni volta più violento. Sopra di me, l'altro si godeva la mia sottomissione orale, muovendosi in sincronia con Karim, facendomi da metronomo in quella sinfonia oscena. Non esisteva più niente fuori da quella tenda, solo il mio corpo che veniva reclamato, usato e riempito, mentre la mia mente si perdeva in quell'aria che mi veniva negata e poi restituita, in un gioco di morte e piacere che sembrava non dover finire mai.
La scena ha raggiunto il suo parossismo. Mentre Karim, dietro di me, martellava il mio corpo con spinte che sembravano voler toccare ogni singola fibra del mio interno, il secondo uomo ha finalmente rimosso il suo membro dalla mia bocca. Non era un gesto di pietà, ma il preludio a un'altra forma di degradazione.
Con una mano, ha iniziato a masturbarsi freneticamente sopra di me, mentre con l'altra avvolgeva il mio glande, facendola scorrere con una frizione che, unita al tormento della prostata sollecitato dai colpi profondi di Karim, mi ha portato sull'orlo di un abisso sensoriale. Ogni affondo di Karim mi faceva sussultare, sentivo il suo glande premere contro il punto esatto che controllava il mio piacere, facendomi esplodere impulsi elettrici lungo la colonna vertebrale.
Il rumore sordo del suo gemito è arrivato come un tuono, un ringhio gutturale che ha scosso le pareti della tenda. Ho sentito il suo corpo irrigidirsi contro il mio, il bacino che spingeva ancora più a fondo, irrorando tutto il mio interno con una pienezza bruciante.
Quello è stato il segnale.
Sotto l'effetto combinato della stimolazione prostatica, del tocco esperto dell'altro e della sensazione di essere riempito, ho ceduto. Il mio piacere è esploso in un urlo soffocato, un'onda di calore che ha percorso tutto il corpo. Quasi simultaneamente, ho sentito lo scatto nervoso dell'uomo davanti a me. Il suo sperma è atterrato sul mio viso, caldo e viscoso, una pioggia che ha macchiato la pelle mentre alcuni spruzzi sono finiti direttamente tra le mie labbra aperte.
Non ha perso tempo. Con la stessa abilità meccanica della volta precedente, la sua mano ha raccolto il fluido che mi sporcava volto e petto e me l'ha spinto in bocca, forzandomi a deglutire.
Mentre inghiottivo, ho notato, con una lucidità quasi distaccata, una nota diversa nel sapore — meno salata, forse più metallica, o semplicemente il mix dei due. Non importava. Ero in uno stato di svuotamento totale, steso su quel lettino, umiliato e soddisfatto, mentre il sapore forte di quel "doppio" tributo mi scivolava in gola.
Karim si è staccato lentamente, lasciandomi con un senso di vuoto improvviso e doloroso. Nella tenda è sceso un silenzio pesante, rotto solo dal nostro respiro irregolare. Non c'era bisogno di parole. Il rituale era compiuto, e io ero rimasto lì, un guscio esausto, completamente marchiato dalla loro volontà.
Il silenzio post-orgasmico era denso, rotto solo dal fruscio degli asciugamani che, con una precisione quasi clinica, cancellavano le tracce della nostra sessione. Mi sentivo come sospeso, svuotato di ogni energia, con il battito cardiaco che tornava lentamente alla normalità.
Poi, una delle voci — non capivo se fosse Karim o l'altro, ormai i loro toni si fondevano in un'unica autorità — ha infranto la quiete. «Come ti senti, amico? Soddisfatto? Noi lo siamo molto.»
Ho tirato un respiro profondo, sentendo il sapore ancora impresso nel palato, un misto di ferro e sale che ora, alla luce di quanto successo, assumeva una connotazione nuova. «Sì... sono soddisfatto,» ho risposto, cercando di mantenere il controllo, nonostante il tremito residuo. «Ma potevate evitare di venirmi proprio in faccia e in bocca. Potevate risparmiarmelo.»
Si sono scambiati uno sguardo. Non c'era cattiveria nei loro occhi, solo una sorta di divertimento superiore, quasi paterno. Hanno sorriso, un gesto che mi ha lasciato spiazzato. «Amico,» ha detto Karim, con quella sua solita calma autoritaria, «Io sono venuto dentro di te, lui sulla tua pancia. Quello che senti sulla faccia e quello che hai bevuto... non era il nostro.»
Sono rimasto immobile, le parole che mi morivano in gola. Il mio cervello ha iniziato a riavvolgere il nastro di quegli ultimi istanti, di quella confusione sensoriale in cui non ero più in grado di distinguere dove finiva il loro piacere e dove iniziava il mio.
«Hai visto la potenza del suo getto?» ha continuato l'altro, con una nota di complimento beffardo. «Ti sei inondato da solo. È stato uno spettacolo. La mano che ti ha pulito e ti ha guidato alla bocca stava solo raccogliendo quello che tu hai espulso nel tuo climax. Non avevi mai assaggiato il tuo sperma? È il segno definitivo di quanto ti abbiamo portato al limite.»
Sono rimasto basito, paralizzato. Avevo vissuto l'intero atto convinto di essere il ricettacolo della loro supremazia, di aver ingerito il loro marchio, ed era invece stato il mio corpo, portato oltre ogni soglia, a reclamare quel tributo. Il gusto diverso, quella punta di amarognolo che non conoscevo, si è improvvisamente giustificata.
La vergogna si è mescolata a un'eccitazione ancora più profonda. Mi avevano spinto a una tale estasi di sottomissione da farmi perdere il controllo delle mie stesse reazioni, trasformandomi, senza che me ne accorgessi, nel protagonista attivo di quella danza oscena. Ero diventato, ai loro occhi, non solo il loro giocattolo, ma una fonte inesauribile di piacere per me stesso.
«È un dono del tuo corpo,» ha concluso Karim, pulendomi un ultimo residuo d'olio dal petto. «Ora sai di cosa sei capace quando sei veramente eccitato.»
Sono rimasto a fissare il soffitto della tenda, il sapore di me stesso che ancora mi riempiva la bocca, mentre la consapevolezza di essere diventato una creatura completamente diversa in soli pochi giorni si faceva strada tra le pieghe della mia coscienza.
Restai immobile, con la schiena ancora appoggiata al materassino, il respiro che si faceva lento e regolare. La sensazione di umiliazione era reale, un calore che mi risaliva dal petto alle guance, ma era innegabilmente intrecciata a un'eccitazione che mi faceva ancora fremere le dita delle mani. Avevo bevuto me stesso, convinto di bere loro. Ero stato vittima e carnefice della mia stessa estasi, il tutto sotto la guida esperta di due sconosciuti che avevano trasformato una banale vacanza in un'esperienza che nessun film o libro avrebbe potuto replicare con tale crudezza.
Spesso si pensa che certe dinamiche esistano solo nella narrativa più estrema, confinate tra le pagine di un romanzo o nel buio di una sala cinematografica. Eppure, lì, sotto il telo di quella tenda, con la sabbia che filtrava ancora tra le giunture della struttura e il rumore del mare in sottofondo, capii che la realtà possiede una capacità di superare l'immaginazione che è, al tempo stesso, spaventosa e meravigliosa.
Non esisteva un confine morale definito, non in quel momento. C’eravamo solo noi, la carne, il desiderio e la consapevolezza che, quando si accetta di spogliarsi di ogni difesa, il sesso smette di essere un semplice atto e diventa un viaggio in territori che la mente razionale non osa nemmeno mappare.
Guardai Karim e l'altro uomo. Non erano mostri, né santoni; erano solo due persone che avevano capito, meglio di chiunque altro, quanto la perversione sia, in fondo, una delle forme più oneste di libertà.
«La fantasia è per chi ha paura di vivere davvero,» disse Karim, come se avesse letto nel mio sguardo quel vortice di pensieri. «Ciò che abbiamo fatto qui, la tua resa, il modo in cui ti sei perso... è tutto vero. E la verità, per quanto cruda o sporca possa sembrare a chi sta fuori, è l'unica cosa che ti permette di sentirti davvero vivo.»
Aveva ragione. L'umiliazione di essere stato "usato" così a fondo, di aver scoperto che il mio corpo aveva reagito con tanta veemenza da prendersi gioco della mia consapevolezza, non mi faceva sentire meno uomo. Mi faceva sentire, per la prima volta, un uomo che aveva varcato la soglia del lecito, approdando in un luogo dove non c'erano più giudizi, ma solo sensazioni pure, per quanto oscene potessero apparire.
Se il sesso è un gioco, allora noi avevamo appena riscritto le regole. E mentre mi rivestivo, con le membra ancora pesanti e la mente in fiamme, capii che non sarei mai più tornato indietro. La normalità, dopo quella dose di perversa intensità, mi sembrava ormai un concetto pallido, quasi sbiadito. Sapevo che, qualunque cosa avessi incontrato in futuro, avrei cercato sempre quel brivido, quel confine sottile dove il piacere diventa oscenità e l'umiliazione la forma più alta di piacere.
Perché in fondo, se la realtà può essere così oscenamente perfetta, perché accontentarsi della fantasia?
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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