Rosanna, l'Ufficio e i Revisori Dei Conti
Mentre spulciano un mare di documenti, entrambi mi osservano molto, spesso rispettosamente, ma altre volte sfacciatamente, con desiderio, frugando con gli occhi dentro la mia scollatura, che è un mio vezzo mostrare, o sotto la minigonna se accavallo le gambe, sperando di vedere se porto o meno le mutandine, e la cosa eccita di certo il loro immaginario maschile. Spesso ci scappa anche qualche battuta allusiva, ma nella norma. In fondo sono abituata fin da ragazzina a questo mondo degli uomini, e alla loro virile volgarità.
Ieri gentilmente mi hanno invitata con loro a pranzo. Mangiando un buon piatto di spaghetti ai frutti di mare ho bevuto non so quanti bicchieri di vino bianco che gelato scendeva che era un piacere, per poi risalire quasi subito alla testa. E loro sempre a riempirmi il bicchiere, e io sempre più rossa e sudata. Parlavano tra loro di lavoro, ma poi pian piano la conversazione si è spostata su di me.
– Sei sposata? -, mi chiede Paolo, dandomi improvvisamente del tu.
E io – Sì, da sette anni e ho una bellissima bimba di 4 anni -.
– Sicuramente è bella come te -, interviene Giovanni. – Però non porti la fede -.
Imbarazzata rispondo che mi sta larga e ho paura di perderla, ma si capisce che è una bugia. In fondo a volte mi piace sentirmi libera. Poi improvvisamente la domanda che mi ha scioccato.
– Ma tuo marito ti fa godere? -, mi lancia Paolo a mo’ di sfida. Io arrossisco tutta, non so che dire, sono in un tremendo imbarazzo. Mi sforzo di rispondere, – Beh, sì, a volte…come tutti. Comunque non sono affari vostri -. – E invece sì -, replica Giovanni, – si lavora meglio con gente appagata -. E da quel momento non mi hanno più considerata la loro collega ma solo una donna insoddisfatta con cui si poteva fare qualunque cosa. Non mi hanno più rivolto la parola e hanno continuato a parlare tra di loro come se non esistessi, di sport, della squadra del cuore, di donne, di come gli piacevano e che cosa piaceva fare loro. Magnificavano il pompino, soprattutto in ginocchio sotto la scrivania mentre lavoravano. In fondo le donne in ufficio a quello servivano: a portare il caffè, a cercare documenti sugli scaffali più alti mostrando il culo, a fare fotocopie… e al bisogno pompini. Qualche volta le si scopava, giusto per dar loro il contentino.
Io ero esterrefatta e zittita, non mi sentivo partecipe, un po’ un attore non protagonista che però subisce, perché ogni parola, ogni allusione detta era chiaramente rivolta a me. Avrei dovuto sentirmi offesa, e invece stranamente quel turpiloquio mi eccitava. E le parole erano seguite da grandi accarezzamenti di cosce sotto il tavolo sollevandomi la gonna e arrivando fin quasi alle mutandine. Il tutto senza nemmeno considerarmi o rivolgermi uno sguardo. Tutta questa situazione assurda mi ha preso di sorpresa e non avendo reagito subito ormai era tardi e avrei fatto la figura della stupida che non aveva capito o della troietta che poi ha un ripensamento. Mi preoccupava che avrei dovuto lavorarci insieme ancora per parecchi giorni, ma mi sollevava il fatto che poi se ne sarebbero andati. E il turbamento che mi avevano messo dentro, quel fuoco della trasgressione che da tempo in fondo davvero mi mancava, mi ha portata ad una eccitazione maggiore proprio in base alla mia passività. Sapevo benissimo cosa sarebbe successo una volta tornati nel nostro ufficio isolato, non mi facevo illusioni, e in fondo lo desideravo. Finito il pranzo ci siamo incamminati per rientrare, loro davanti continuando a parlare di donne e di passate avventure, io qualche passo indietro a seguirli come un cagnolino. Arrivati in ufficio chiusero a chiave la porta, affiancarono le poltrone, si accomodarono, si tolsero la giacca allentando il nodo della cravatta e sbottonando il colletto della camicia. E poi finalmente rivolti a me, che in piedi come un’adolescente aspettavo istruzioni, – Vieni qui, vediamo cosa hai imparato nella tua vita matrimoniale, e se sai ancora fare un pompino -. Avrei dovuto scandalizzarmi e scappare, ma complice l’atmosfera e tutto il vino bevuto (avevo sempre il bicchiere pieno appena lo vuotavo), e anche il fatto che erano due gran bei ragazzi, mi sono messa in ginocchio e mi sono trascinata davanti a loro. – Su, da brava, facci vedere se sai ancora far godere un cazzo -, dice Paolo sbottonandosi i pantaloni. Lo estraggo tutto, lo faccio scivolare nella mia mano, poi inizio a leccarlo, e infine a prenderlo in bocca. – Anche sotto, tutto lo devi leccare, da brava cagna -. E io eseguo gli ordini, come un automa, lo tengo ritto e lo lecco tutto dalla cappella ai coglioni. – Anche più sotto -, mi ordina. E io vado più giù, a cercare il buchetto tra le natiche. Giovani intanto ha estratto il suo cazzo e se lo sta menando apertamente godendosi la scena. – Com’è? E’ brava? -, chiede a Paolo. – All’inizio un po’ esitante, ma ora ci da dentro che è un piacere, sembra una professionista. L’ho capito subito che era una gran troia. E come mi sta leccando il buco del culo. Una vera Bocca di Rosa. Sono sicuro che le mancava e che ci gode anche lei -. Quelle parole, sentendomi trattata da puttana, sentendo parlare di me come se non fossi presente, mi fanno arrossire e arrabbiare insieme, ma in fondo sono sempre stata trattata talmente con rispetto e guanti di velluto dagli uomini che mi amavano, che quasi mi mancava l’essere trattata con voglia e arroganza solo perché sono femmina, bella e desiderabile. E poi davvero mi stavo comportando da puttana. Quando Paolo senza avvisarmi mi sborra in bocca, mi tiene ferma la testa afferrandomi per i capelli per evitare che al primo schizzo io possa scattare indietro, mentre invece devo berlo tutto, come si conviene a una vera troia. Dopo essersi accertato che ho ingoiato, facendomi aprire la bocca ed esaminando l’interno, Paolo mi passa a Giovanni li accanto. E la storia si ripete, ma Giovanni vuole un abbocco più profondo, da farmi mancare il respiro e farmi colare tutto il trucco dagli occhi da tanto mi lacrimano. Quando finisco anche con lui, aggiungendolo al pasto, si riprendono come se niente fosse, si rassettano pantaloni, camicia e cravatta e si accingono a lavorare. Io vado in bagno a riprendermi, e anche a masturbarmi, in piedi, le gambe ai lati del water, perché sono comunque eccitata e ho bisogno di sfogo. Ho le mutandine talmente bagnate che le tolgo e le butto nella cesta. Quando mi ripresento Paolo mi dice, – Scusa, come ti chiami? Non ricordo. -. E io, – Rosanna -. – Allora Rosanna, ora ci porti due bei caffè. E siccome abbiamo perso un sacco di tempo con te, dobbiamo recuperare. Ci fermeremo fino a tardi stasera. Anzi, avvisa tuo marito che farai tardi anche tu. Abbiamo ancora tante cose da fare -. E sorride sornione, mentre a Giovanni scoppia di gusto una sonora risata. So cosa mi aspetta, e non vedo l’ora che arrivi sera. Telefono a mio marito, – Amore, non aspettarmi per cena, abbiamo molto da fare quest’oggi, e hanno bisogno di me per prendere possesso della situazione qui in ditta. Dicono che sono indispensabile, senza di me non trovano sbocchi -. E intanto Paolo mi guarda sotto la gonna dove sto ancora senza mutandine, e mi passa una mano tra le cosce…
CONFIDENZE DI UNA CLIENTE MOLTO TROIA
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