LE FANTASIE DI UNA MIA AMICA
Lavoro in un nuovo ufficio, mi sono separata da poco, in chat un amico mi fa domande sempre più perverse.
Due colleghi mi eccitano da morire, uno dei due lunedì si fece avanti chiedendomi se fossi uscita con lui una sera bere qualcosa.
“Forse” la mia risposta, le colleghe uscite con lui, come uomo anche la scialba e stronza caposettore cambia umore quando lo incrocia; però so che il suo uscire a bere significa un Privè molto IN.
Stessa mossa con altre amiche. Comunque voglio fargliela pagare al mio ex con gli interessi.
Il giorno dopo approfittai della pausa pranzo per andare per negozi, in centro. Entrai in un paio di boutique eleganti e osservai tutta la biancheria disponibile con attenzione. Le commesse erano veramente premurose e mi proponevano capi estremamente eleganti, di pizzo o in seta, ma non era ciò che avevo in mente.
O meglio, non era ciò che sicuramente aveva in mente il mio amante telefonico quando mi aveva praticamente ordinato di vestirmi in maniera eccitante, quasi volgare, cioè da puttana.
Comunque acquistai un perizoma di pizzo nero, immaginando che lui avrebbe molto apprezzato la descrizione di quel cordoncino di raso nero che mi avrebbe attraversato le natiche ben tornite coprendo a mala pena il buchetto posteriore. E comperai pure un reggiseno a balconcino, che comprimeva e sosteneva le tette, dando volume e facendole schizzare in alto. Ma tanto scollato che i capezzoli restavano quasi scoperti, e sarebbe bastato il minimo movimento per farli schizzare fuori. Immaginai l’eccitazione di mettermi quel capo sotto la camicetta leggera che indossavo e di conseguenza anche la reazione degli uomini che avrebbero intravisto i capezzoli turgidi contro il tessuto, ed ebbi un brivido di piacere lungo la schiena.
Improvvisamente mi venne una gran voglia di indossare quei capi di biancheria più che intima e di tornare così in ufficio sfidando l’attenzione dei colleghi e l’invidia delle colleghe, oppure andarmene a spasso ostentando ad ogni uomo, sconosciuto passante, il mio corpo e la mia sessualità risvegliata, per vedere se in realtà provocavo le stesse reazioni che provavo io. Mi sentivo tutto ad un tratto così porca, vogliosa e disponibile. Mi sono sentita per la prima volta dopo anni, una gran fica!
Chiesi quindi alle commesse di indossare subito quella biancheria e loro mi indicarono un camerino. Mi cambia in fretta, tolsi gli slip bianchi e semplici e li lasciai sul pavimento. Erano già umidi e immaginare l’emozione o lo sconcerto della commessa che li avrebbe trovati e raccolti mi fece avvampare, ma più di piacere perverso che di vergogna. Stavo diventando la troia che il mio interlocutore telefonico aveva immaginato.
Uscii dal negozio lasciando la giacca aperta. L’aria fredda mi investì e mi fece istantaneamente irrigidire i capezzoli che come avevo immaginato schizzarono subito fuori dall’esile custodia spiccando come due olive sotto la camicetta candida. Qualcuno per la strada mi notò non riuscendo a staccarmi gli occhi di dosso, ed io mi sentii un calore liquido e bruciante di desiderio tra le cosce.
Mi sentivo così trasgressiva e disinvolta che decisi di spostarmi nella zona malfamata della stazione. Attratta da un’insegna che indicava un porno-shop, entrai in un anonimo palazzo e attraversato l’atrio sbucai nel cortile interno. Un altro cartello indicava la scala che scendeva in un seminterrato, illuminato da fioche lampadine al neon. Non c’ero mai stata prima e di certo nemmeno allora se non avessi avuto in testa quella spinta a trasgredire e in corpo quella voglia di troieggiare. Ma quel giorno mi sentivo molto sicura di me. Oltre una pesante porta di metallo sbucai in un negozio con le luci soffuse e un’aria peccaminosa, con le pareti interamente rivestite di velluto rosso e scaffali e vetrinette ammiccanti. Da un lato erano allineate centinaia di videocassette pornografiche di tutti i generi, dall’altra i più disparati gadget e supporti erotici. Li ignorai imbarazzata e mi diressi verso la biancheria.
Non ebbi bisogno di cercare a lungo per trovare ciò che avevo in mente. Girai attorno a un manichino esposto ostentando un’aria seria e critica, sotto lo sguardo incuriosito del commesso, ma in realtà mi stavo eccitando. Il completo che intendevo comprare era composto da un reggiseno con le coppe forate nel centro, da cui doveva sbucare mezza tetta oltre ai capezzoli, e la mutanda era invece sgambata, a vita alta, ma aperta da un taglio nel mezzo che avrebbe permesso facilmente l’accesso di un bel cazzo turgido nella figa e nel culo in qualunque momento, senza bisogno di toglierla.
Ordinai al commesso quella stessa biancheria, scegliendo il colore rosso fuoco. E mentre lui mi incartava il pacchetto divorando con gli occhi il profilo sempre più pronunciato dei miei seni ostentati, lo sguardo mi cadde su un oggetto alle sue spalle. Non avevo mai pensato di acquistare un vibratore ma accanto a quel completo era un accessorio che ci stava bene davvero. Mi immaginai con indosso quell’intimo osceno intenta ad ascoltare le volgarità del mio pervertito amante al telefono e realizzai che quel rozzo cilindro di plastica che potevo tenere tra le cosce non stonava affatto.
Per cui, prendendo il coraggio a due mani, indicai al commesso anche un vibratore sulla mensola dietro di lui, il più grosso ed equipaggiato. L’uomo lo tolse dalla vetrina e me lo mise in mano con un’aria complice e mi osservò maneggiarlo con curiosità: sfiorarlo, soppesarlo, accarezzarlo. Ero imbarazzata e mi sentivo avvampare davanti a quell’uomo dall’aria viscida, non certo abituato ad una clientela femminile, ma nel contempo provavo un enorme piacere, tanto più che il commesso pareva bruciare di voglia quanto me, con una erezione evidente che quasi ostentava non facendo nulla per nasconderla. Era un oggetto fantastico, color carne, lungo almeno venticinque centimetri, con una notevole circonferenza di base. La punta era ben sagomata mentre il tronco imitava perfettamente le rugosità e le attrattive di un fallo autentico. Mi immaginai mentre lo introducevo nell’apertura degli slip rossi e quindi direttamente nella fica bagnata, e un gemito mi salì alle labbra. La stessa cosa doveva aver immaginato il commesso perché era rosso paonazzo da scoppiare, e con lo sguardo mi indicava un separé oltre la tenda. “Lo vuole provare, signora?”. Pagai in fretta e uscii di corsa. Dovevo subito tornare a casa oppure avrei finito per fare qualche sciocchezza, qualcosa di folle col primo uomo che mi fosse capitato vicino, addirittura con il commesso, da tanto mi sentivo fradicia e troia.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per LE FANTASIE DI UNA MIA AMICA:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
