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QUEL CHE NON POSSO DIRTI


di Membro VIP di Annunci69.it Parcifal
12.10.2026    |    827    |    6 9.0
"Usciamo dalla stanza senza guardarci negli occhi, senza toccarci, senza birretta, senza parole, senza abbracci, senza noi..."
Vorrei urlare, battere i piedi, trattenerti. Vorrei stringerti, stritolarti, possederti. Vorrei, vorrei, vorrei. Quello che ho è silenzio, parole abortite prima di avere suono.

Allungo la mano, il lenzuolo è tiepido, il cuscino porta ancora la tua impronta. Profumo di sale, sudore, colonia e fragola aleggia nella nostra camera d’albergo. La nostra camera, già.

Io sono single, anche tu dici di esserlo. Eppure, eppure. Il nostro contratto è chiarissimo: scopamici, nulla di più. Alle volte una cena in camera se siamo carichi, una birretta post coito ma poi ognuno diritto per la sua strada. Strade parallele, che non si incrociano. Mai. Unica intersezione, questa camera d’albero, un punto fra una parallela e l’altra. Un punto, l’unico punto di contatto.

Entrambi abbiamo deciso le regole. In camera tutto è lecito, tutto è giusto. Baci, carezze, morsi, punizioni. Il godere lento, l’orgasmo irruento, le scopate insaziabili e il dolce far l’amore.
Eccolo il tasto dolente, il dolce far l’amore. L’amore. L’amore.

Ma cos’è l’amore? Ero convinto di esserne immune. Non mi sono mai innamorato nei mei 45 anni d’età. Mai.
Mai, questa parola la pronuncio troppo spesso ultimamente. Ero sicuro che a me non sarebbe mai capitato eppure eccomi qui. Ad attendere l’arrivo del giovedì, ogni singola settimana. La vita sospesa, il cuore che batte il giovedì e si iberna fino al prossimo incontro. Il ritmo della mia esistenza scandito da un singolo giorno. L’unico giorno in cui sono vivo.
Sono impreparato, mi lascio possedere da questo sentimento. In balia di questo amore che non posso esplicitare.

I patti sono chiari, nessun coinvolgimento sentimentale. Mi prendo a schiaffi. Il bruciore delle guance mi distrare dal cuore dolente. Un dolore fisico, non immaginario. Ogni volta che ci ripenso mi flagello. Perché? Perché? Perché!
La mia tracotanza è la mia rovina. Ho sempre avuto delle relazioni, ma erano relazioni su base utilitaria, ho convissuto. Ho scopato uomini, donne, sono stato scopato. Ma non ho mai amato. Non ho mai desirato avere qualcuno accanto. Alcune volte ho desiderato dormire addosso a qualcuno, ma il mattino dopo, l’insofferenza del legame mi spingeva ad allontanare chiunque.
Deve essere il karma, una qualche sorta di punizione cosmica. Io che ho giocato, spesso inconsapevolmente ma anche narcisisticamente, coi cuori altrui, ora vedo andare a pezzi il mio. Per colpa mia. Perché ho proposto io di non avere zavorre e bandire qualsiasi romanticismo o tenerezza che non fossero legati al sesso.
Stolto. Arrogante. Come si dice, chi è causa del suo mal …

Così ora sono qui, a spiare le pieghe delle lenzuola sperando di trovarvi risposte. Ti sento armeggiare in bagno, la doccia non scroscia più. Ho qualche istante per fingermi ancora addormentato.
La tua mano mi accarezza dolcemente i capelli, “svegliati, dai dormiglione. Non posso averti scaricato le batterie, anche se…” ti ascolto, mi godo il tocco leggero e mi illudo che la tua non sia solo gentilezza.

Non so come sono arrivato a questo punto. All’inizio era tutto perfetto, ci incontravamo. Scopavamo. Ci ne andavamo, leggeri, liberi, pronti ad affrontare la quotidianità senza strascichi e con la promessa di un prossimo giovedì ma forse anche no.
Non so quando ho iniziato ad amarti. È stato un inevitabile. È stato quando il primo bacio focoso è diventato gentile, lenitivo? È stato quando ho iniziato a sentire le tue mani su di me anche fuori dalla stanza d’albergo? O quando il tuo viso mi appariva in qualsiasi momento della giornata e non potevo fare a meno di sorridere pensandoti.
La distanza fra noi pian piano si è accorciata. Si è creata intimità. Non ci siamo raccontati nulla di noi, eppure abbiamo scritto la nostra storia.

Conosco il tuo corpo, quel piccolo neo scuro sul tuo culo che mordo sempre, il segno dei miei denti che gli fanno da cornice.
Conosco il tuo respiro, quando sei eccitato, quando stai per venire, quando vuoi rallentare e prendere il controllo. I respiri pesanti, concentrati, di quando decidi di durare a lungo, cadenzati con le tue spinte profonde. I respiri veloci, affannati, di quando ti succhio senza remore, senza darti tregua, fino a farti venire anche quando resisti, anche quando fa male.

Conosco la grana della tua pelle, ruvida e spessa sul collo, sulle braccia. Morbida, tenera nell’interno coscia, delicata nell’incavo fra spalla e collo, dove lascio sempre traccia del mio passaggio. Muschiata, saporita, là dove il solco della colonna inizia incontra il solco del tuo culo.

Conosco il tuo sguardo, annebbiato quando hai goduto e sei soddisfatto, le palpebre basse, una belva compiaciuta. Luminoso e guizzante quando lottiamo fra noi per decidere chi comanda, chi sarà il primo a far godere l’altro. Intenso e fisso quando mi scopi, dolce e totalizzante quando mi ami.

Mi hai catturato senza chiedermi nulla, donandomi tutto te stesso e abbandonandomi senza ripensamenti ogni volta che usciamo da questa camera d’albergo.

A volte spero, mi voglio illudere che anche io non ti sia indifferente.
Il tuo tocco sul mio corpo è cambiato. È generoso, mi regali piacere, spesso a discapito del tuo. Mi percorri tutto, indulgi in abbracci lunghi, mi tieni stretto a te. Mi culli fino quando i sussulti dell’orgasmo non si placano. Mi ami.
Mi ami solo per il tempo in cui siamo in questa camera d’albergo. E mi stai distruggendo.
Non mi bastano più i giovedì pomeriggio. Non mi basta più la camera d’albergo.

Ti voglio tutto. Tutto quanto, nella tua interezza. Coi tuoi scazzi, i tuoi malumori e quel sorriso che ogni volta mi riconcilia alla vita.
Voglio strapparti l’orgasmo sulla porta di casa, farti uscire per andare al lavoro ancora scompigliato, sconvolto dal piacere.
Voglio avere il tuo sapore sulle labbra tutto il giorno. Voglio che mi scopi sulla lavatrice, come nei peggio porno.
Voglio dormire una notte intera con te. Non voglio dormirti addosso. Voglio la tua presenza.
E invece vegeto nella tua assenza.

Vorrei dirti che ti Amo. Vorrei dirti che non so perché, che non so come fare, come è successo. Ma sei nel mio cuore. Sei la spinta di ogni battito.
Vorrei chiederti di essere mio, vorrei essere tuo.
Ma sono un codardo, ho paura di perdere anche questi giovedì pomeriggio di piacere e agonia. Così vivo un giovedì pomeriggio alla volta.
È tutto quello che ho di te.

Apro gli occhi, ti guardo e piango. Anche se me lo chiedi non posso dirtelo. Eppure.
Eppure anche i tuoi occhi si scuriscono. L’ombra del dolore passa veloce. Mi abbracci stretto. Forte. Cuore contro cuore.
Mi baci, mi togli il fiato, mi prendi e mi bevi. Mi respiri.
Sono inerte fra le tue braccia. Posso solo lasciarmi essere. Lasciarmi sentire. Mi abbandono a te.
Il gel alla fragola che ci piace tanto è ancora dentro di me. Il mio buco è morbido, tenero. Non oppone resistenza.
Mi penetri lento. Millimetro dopo millimetro.
Mi possiedi.
Ti sento in profondità. Ho l’illusione di sentire il tuo calore. Il mio canale che a guaina del tuo cazzo, ne prende la forma.
Nessun’altro potrà mai più avermi, sono modellato su di te.
Ti prendi il tuo tempo e mi guardi fisso negli occhi. Le tue lacrime che cadono si confondono con le mie che scorrono senza freni. Un colpo, fermo. Una spinta, fermo. Un colpo, fermo. Andiamo avanti così a lungo. Spinte ritmiche, profonde, lente.
Il desiderio che brucia, l’orgasmo che sale ma non scoppia, si accumula. Brivido dopo brivido. Il tocco che ormai è dolore.
La pelle elettrica, sensibile. Vorrei solo urlare e poi, all’improvviso, un’ultima spinta profonda. Veniamo all’unisono.
Dolore, lacrime, gioia, sperma. Amore.

Rimaniamo abbracciati, sfiniti, per un tempo immemore.
Poi quasi timidi, pudici, ci rivestiamo. I nostri umori, i nostri odori mescolati, segni di possesso.

Non te lo posso dire e allora alla tua schiena mimo “TI AMO”.

Usciamo dalla stanza senza guardarci negli occhi, senza toccarci, senza birretta, senza parole, senza abbracci, senza noi.

Il tempo passa e il giovedì dopo non ci sei. Né quello dopo, né quello dopo ancora.

E poi un solo messaggio, “Allo specchio, ti ho visto. Anch’io. Questo giovedì?”

Non so cosa voglio, cosa sperare ma vorrei urlarti quello che non posso dirti. A giovedì, Amore.
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