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Prime Esperienze

Diario di una ragazza per bene


di Membro VIP di Annunci69.it Frankinash
02.01.2026    |    4.443    |    10 9.8
"Mi sono portata una mano davanti e mi sono toccata come volevo, con un ritmo che sceglievo io, mentre lui dietro perdeva la misura e io la prendevo..."
Giovedì - 18:22

Caro Diario, sì. Lo scrivo davvero così. “Caro Diario”. Perché oggi non ho voglia di fare la brillante, ho voglia solo di essere onesta, e ho bisogno che questo resti qui, su carta, dove posso guardarlo senza sentirmi giudicata.
Ho ventidue anni e una vita abbastanza ordinata. Studio, metto insieme lavoretti per arrotondare, torno a casa con il cervello che frulla e la sensazione di essere sempre “a posto”. Quella che non fa casino. Quella che non si mette in situazioni strane. Quella che, quando qualcosa la sfiora, finge che non sia successo.
Faccio un po’ di tutto: pulizie, commissioni, turni presi all’ultimo. E la cosa strana è che, così, finisci dentro le case degli altri. Respiri la loro vita per qualche ora: gli odori, le abitudini, le foto incorniciate, i bicchieri lasciati a metà. Le stanze che dicono più di quello che mostrano.
Questa casa è grande, ordinata, fredda. “Pulita” anche quando è sporca.
Oggi ero lì da un po’. In sottofondo, solo rumori piccoli: l’aspirapolvere, l’acqua, il mio respiro. Poi, nel primo pomeriggio, ho sentito una porta aprirsi e richiudersi. Passi. Un “ciao” distratto, lontano. Ho capito che era rientrato il figlio: quello che avevo incrociato altre volte, sempre di corsa, zaino e cuffie, più grande di me di poco (ventiquattro, mi pare).
Non ci ho fatto caso finché non ho sentito…un altro tipo di suono. Una respirazione spezzata, troppo ritmata per essere solo stanchezza. Un rumore sordo, ripetuto. E l’ho capito subito, senza neanche dover vedere: si stava masturbando.
Mi si è chiusa la gola. Non per paura. Per quella sensazione animale che ti prende quando ti accorgi di qualcosa che non dovresti sapere…e invece lo sai.
Mi sono fermata con il panno in mano, immobile, come se qualcuno avesse abbassato di colpo il volume del mondo. Poi ho fatto due passi nel corridoio. Non so perché. O forse lo so benissimo e non mi piace.
Ho appoggiato le dita allo stipite e ho sbirciato. C’era lui, nella sua stanza, convinto di essere solo. Non mi ha visto. Io ho visto troppo. Ho sentito il calore salirmi in faccia come una colpa, e la cosa peggiore - o migliore - è che non era solo imbarazzo: era anche una scossa, un brivido che mi attraversava senza chiedere permesso.
Non sono entrata. Non ho fatto rumore. Mi sono ritirata lentamente, come se stessi scappando da me stessa. E sono tornata alle pulizie cercando di convincermi che fosse un incidente. Una coincidenza. Un episodio da cancellare.
Ma non si cancella così facilmente, Diario. Non quando ti resta addosso.

Giovedì, una settimana dopo - 18:41

Caro Diario, oggi ho capito che non era solo un incidente.
Stessa casa, stessi gesti, stessa normalità finta. Ma io ero diversa. E lo odio, perché significa che ci ho pensato in questi giorni. Più di quanto avrei dovuto.
Verso fine giornata, quando stavo per finire le pulizie, ho sentito di nuovo quei suoni. La stessa respirazione pesante, lo stesso ritmo. E invece di allontanarmi subito, mi sono ritrovata a rallentare. A fare silenzio. Come se il mio corpo avesse già deciso di precedermi.
Il corridoio era identico. Anche il modo in cui le mie dita si sono appoggiate allo stipite era identico. Solo che stavolta non mi sono detta “capita”. Stavolta mi sono detta “non farlo”. E l’ho fatto lo stesso.
Ho aperto la porta quel tanto che bastava. E l’ho visto: si stava masturbando nuovamente, senza fretta, come se fosse al centro del suo mondo. Ma il colpo vero non è stato quello. Il colpo vero è stato lo schermo. Sul letto, acceso, c’era il telefono. E sul telefono c’era il mio profilo Instagram. Le mie foto. Quelle che scelgo, quelle che filtro, quelle che posto per farmi vedere carina senza mai sembrare troppo. Vederle lì, in quella stanza, in quel contesto, mi ha fulminata. Come se qualcuno mi avesse tolto l’ultima scusa.
Mi è scappato un respiro. La porta ha fatto un piccolo rumore, un cigolio stupido, minimo.
Lui si è girato. Per un secondo lunghissimo ci siamo guardati. Io con la mano ancora sulla maniglia, lui fermo, gli occhi scuri e lucidi, senza alcuna intenzione di fingere. Niente panico, niente “scusa”, niente teatrini. Solo quel silenzio pieno che ti lascia due scelte: scappare o restare.
E lui, Diario, non mi ha trascinata. Non mi ha afferrata. Non ha fatto niente di violento. Ha detto una frase breve, bassa. Una domanda, più che un ordine. Una domanda che mi metteva davanti a me stessa. Io avrei potuto chiudere la porta e andare via, invece sono entrata.
Mi ricordo il suono della porta che si chiude dietro di me. Mi ricordo il cuore che batteva troppo forte. Mi ricordo la sensazione di essere ridicola e viva nello stesso istante, come se la parte “brava” di me stesse indietreggiando, lasciando spazio a un’altra che non avevo mai davvero ascoltato.
Lui mi ha guardata senza muoversi, come se mi stesse lasciando tutto il tempo per fermarmi. E io non mi sono fermata.
Non voglio scrivere ogni dettaglio, qui, ma voglio dirlo chiaramente, almeno a te: quando sono entrata non riuscivo a guardarlo in faccia. I miei occhi erano incollati più in basso, come se fissare il suo sguardo mi avrebbe resa reale, colpevole, “quella ragazza” che fino a ieri giuravo di non essere.
Mi sono avvicinata senza dire niente. Ho sentito il mio corpo tradirmi prima del cervello. Non ricordo il momento esatto in cui ho smesso di pensare. So solo che la mia mano si muoveva, lenta, ostinata, come se avesse una volontà propria. Sotto le dita sentivo il suo cazzo crescere, e con quello cresceva il suo respiro: più caldo, più rapido, più vicino.
Poi la sua mano mi ha presa al petto e mi sono sentita scoperta. I capezzoli hanno reagito in modo indecente e mi è salita una rabbia strana addosso: contro di lui, contro me, contro il fatto che mi stesse piacendo così tanto. Il mio corpo stava facendo la puttana al posto mio, e io lo lasciavo fare.
La sua mano è scesa, si è infilata sotto i miei leggings, mi ha trovata senza esitazione. Io ho inspirato, mi sono morsa la lingua, e non l’ho fermato. Le sue dita hanno iniziato a giocare con precisione crudele sul mio clitoride e una corrente mi ha attraversata, dal ventre al cervello, come una vertigine. Sentivo il calore colarmi addosso e le mutandine bagnarsi fino a diventare una prova.
E poi è stato un attimo, Diario. Un attimo in cui ho sentito il suo corpo cambiare, il suo respiro spezzarsi come se stesse soffocando un grido. Il suo cazzo è esploso: un getto caldo è schizzato sul pavimento, lasciando la mia mano grondante di un liquido appiccicoso.
La vergogna mi è salita in faccia a fiammate. Non quella “carina”, quella che ti fa arrossire e ridere. Quella vera: che ti stringe la gola e ti fa venire voglia di sparire.
Ho guardato in basso. Ho evitato i suoi occhi. Ho evitato perfino di guardare bene me stessa, perché in quel momento mi facevo schifo e mi eccitavo ancora, insieme, ed era la cosa più umiliante di tutte.
Senza dire una parola ho preso il panno. Il mio panno, quello da lavoro, quello che fino a due minuti prima stavo usando per rendere “pulita” una casa che non è mia. Ho strofinato in fretta, con movimenti nervosi, come se cancellare quella traccia potesse cancellare anche quello che avevo fatto. Come se bastasse passare un pezzo di stoffa per tornare “a posto”.
Mi tremavano le dita. E più strofinavo, più mi sembrava di sentire addosso la sua presenza, il suo respiro, il fatto che mi avesse visto davvero: non come “la ragazza delle pulizie”, non come quella educata e composta, ma come una che si inginocchia e obbedisce al proprio corpo.
Ho sistemato in fretta le cose come se fossi in ritardo. Ho evitato di incrociare il suo sguardo anche solo per sbaglio. Mi sono tirata su, ho aggiustato i leggings con un gesto automatico, ridicolo, come se fosse quello il problema.
E sono uscita.
Con lo sguardo basso. Con il cuore in gola. Con la sensazione di avere qualcosa di sporco dentro, non addosso. E con una domanda che mi martella, Diario, mentre scrivo: se mi vergognavo così tanto…perché una parte di me spera già che succeda di nuovo?
C’è una crepa in me. E da quella crepa entra aria.

Lunedì - 19:10

Caro Diario, in quella casa non ci sono più tornata. Fine.
Non per morale. Non per dignità. Per paura. Paura di quanto ci pensavo. Paura di quanto mi veniva facile ricordare quella stanza e sentirmi ancora…accesa, anche solo a scriverlo.
Ho cambiato giro, ho preso un lavoro più “tranquillo”: pulizie da una coppia di anziani, due vecchietti gentili, educati, la casa piena di silenzi e fotografie sbiadite. Posto perfetto per rimettermi a posto. Per ripetermi che io sono quella brava, quella ordinata, quella che non finisce nelle situazioni.
E invece. Ogni volta che uscivo, sulle scale, lo incontravo.
All’inizio era solo un saluto. Un sorriso rapido, educato. Lui sempre vestito bene, sempre pulito, sempre come se tornasse da un posto dove le cose contano: giacca, camicia, scarpe lucide. Non mi guardava mai troppo. E proprio per questo mi restava addosso.
Poi gli sguardi sono cambiati. Non di colpo. A piccoli passi, come succede con le cose che ti fregano: mezzo secondo in più, una pausa prima di passare oltre, un modo di guardarmi che non era più solo “ciao”.
E il profumo, Dio. Il profumo era la cosa peggiore. Perché non è un pensiero, non è un ricordo: è un colpo. Mi entrava nel naso e mi restava in gola anche quando ormai ero fuori dal portone. A volte mi ritrovavo a sentirlo ancora addosso mentre tornavo a casa, e mi veniva da ridere per quanto ero ridicola…e poi non ridevo più.
Perché a casa, quando chiudevo la porta e restavo sola, mi capitava di pensarci. Mi capitava di immaginarlo. E non in modo carino. In modo che mi faceva vergognare e mi faceva venire voglia di farlo ancora. Insomma hai capito…
Poi una sera il rituale si è rotto.
Sono scesa e non l’ho visto. Ho fatto finta di niente, ma il mio sguardo lo cercava lo stesso, come un’abitudine. E quando sono arrivata alla fermata del bus, proprio sotto il condominio, l’ho visto davvero.
Una macchina ferma, una donna che scende sbattendo la portiera, urlando. Insulti, parole tagliate, rabbia. E al volante lui.
Lui che guardava avanti, rigido, con quella faccia che non avevo mai visto.
“Non ti voglio più vedere!” ha gridato lei.
Quella frase mi si è incollata al cervello. Non perché mi riguardasse. Ma perché io, Diario, l’ho pensato per un secondo e mi sono odiata subito dopo: allora è libero.

Mercoledì - 19:06

Caro Diario, la volta successiva l’ho incontrato sulle scale e non era lui. Cioè, era lui, ma era diverso. Gli occhi più spenti, il sorriso che non arrivava. Come se gli avessero tolto un pezzo.
Io avrei potuto fare la brava ragazza e andare oltre. E invece ho fatto la mia mossa. L’ho guardato e gli ho detto, piano, come se fosse una cosa normale:
“Ho visto quello che è successo l’altra sera. Se ti va di…bere qualcosa e sfogarti un attimo…io ci sono.”
Lui mi ha guardata come se non capisse se stavo parlando sul serio. Poi ha abbassato gli occhi, ha fatto un mezzo sorriso stanco e ha annuito. Siamo usciti insieme. Bar vicino casa. Luci calde, rumore di bicchieri, gente che non ci conosce.
Io mi sono seduta di fronte a lui sapendo una cosa sola: non ero lì per consolarlo. Ero lì perché lo volevo.
Al bar c’era quella luce calda che ti fa sembrare tutto più morbido. Troppo morbido, forse. Bicchieri che tintinnano, gente che ride senza motivo, e io seduta davanti a lui come se fosse una cosa normale.
Per un attimo ho pensato che avrei fatto la parte della ragazza per bene: due domande educate, un sorriso, “dai, passerà”. Invece no. Mi tremava qualcosa dentro, e non era paura.
Lui aveva ancora addosso quell’aria elegante, anche triste. La camicia un po’ stropicciata, il profumo che mi è arrivato addosso appena si è seduto. Quel profumo che mi era rimasto addosso per giorni come una maledizione gentile.
“Grazie,” mi ha detto. Solo quello. E già mi ha dato fastidio quanto mi è piaciuto sentirlo.
Ho fatto finta di essere pratica. “Cosa vuoi?” gli ho chiesto, guardando il menù come se fossi davvero interessata. Lui ha ordinato quasi senza pensare. Io ho copiato, perché mi piaceva l’idea di fare le cose uguali, per una volta. Ridicolo, lo so.
All’inizio abbiamo parlato del nulla: lavoro, orari, “che freddo fa”, “quanto è incasinata la città”. Eppure sotto c’era un’altra conversazione, una che non stavamo dicendo ma che era lì, seduta con noi.
Poi, a un certo punto, ha guardato il bicchiere e ha fatto una risata corta, amara.
“L’hai vista, eh.”
Io ho annuito. Ho sentito la faccia scaldarsi, ma stavolta non era vergogna. Era…curiosità. Fame.
“Non volevo farmi i fatti tuoi,” ho detto. “Però sì. Ho visto.”
Lui ha stretto la mascella, come se gli desse fastidio ammettere di esistere in quel momento.
“Era la mia ragazza,” ha detto. “O meglio…era.”
Io sono rimasta zitta. Ho lasciato che fosse lui a riempire lo spazio. Non so da dove mi sia uscita, ma ero calma. Come se quella calma fosse la mia prima vera mossa.
“E perché ti ha mollato così?” ho chiesto, senza addolcirla troppo.
Lui mi ha guardata. Un secondo lungo. Poi ha abbassato gli occhi, come se dovesse scegliere se dire la verità o una versione elegante.
Ha scelto la verità. “Perché l’ho tradita,” ha detto.
Ecco. Il bravo ragazzo elegante che torna dal lavoro. Quello dei sorrisi educati sulle scale. Quello che mi ero immaginata quasi perfetto, non era perfetto. E il mio corpo, Diario, ha reagito prima di me. Ho sentito un colpo secco nello stomaco. Un calore basso. Un brivido che mi ha attraversata come una lingua.
“Con chi?” ho chiesto. La mia voce era più bassa di quanto avrei voluto.
Lui ha fatto un mezzo sorriso stanco, come se non potesse crederci nemmeno lui.
“Con una più giovane.”
L’ho guardato senza battere ciglio e nella mia testa è passato un pensiero che avrebbe fatto schifo a chiunque mi conosca: che idiota la fidanzata…
Ho provato a darmi una regolata. A ricordarmi chi dovevo essere. Ma era tardi.
Perché mentre lui parlava - parole rotte, frasi dette a metà, quella vergogna maschile che non è vergogna, è orgoglio ferito - io sentivo risalire le sensazioni dell’altra casa. La porta. Il corridoio. Il respiro. Il mio corpo che decideva.
Solo che stavolta era diverso. Stavolta non mi faceva paura. Stavolta non mi sentivo “sbagliata”. Stavolta mi sentivo…
“E ti è piaciuto?” gli ho chiesto, diretta, senza l’educazione addosso. L’ho detto come si dice una cosa che non si dovrebbe dire.
Lui ha sollevato gli occhi su di me, e lì ho capito che anche lui aveva smesso di vedermi come una ragazza qualunque. Come una che pulisce, che saluta, che passa.
Mi ha guardata e non ha risposto subito. Poi ha detto, piano: “Sì.”
Una parola sola, e mi è bastata. Mi sono appoggiata allo schienale e ho sentito che stavo sorridendo. Non un sorriso carino. Un sorriso sporco. Un sorriso che non mi riconoscevo e che, stranamente, mi stava bene addosso.
“Quindi,” ho detto, girando appena il bicchiere tra le dita, “non sei così bravo come sembri.”
Lui ha fatto un respiro più profondo. Come se gli avessi tolto una scusa. Come se la confessione non fosse più un peso, ma un invito.
E io, Diario, in quel momento ho capito una cosa che mi ha fatto tremare: non ero lì per ascoltare i suoi sensi di colpa. Ero lì perché mi stava piacendo la sua parte sbagliata e mentre lui continuava a parlare, io ho smesso di chiedermi “dovrei?”. Ho iniziato a chiedermi solo “come lo voglio”.
Non so quando ho iniziato a toccarlo con gli occhi come si tocca qualcuno con le mani. Forse da subito. O forse da quando mi ha detto quella cosa - “più giovane” - e io invece di indignarmi ho sentito il sangue scendere più giù.
La conversazione è andata avanti, ma io ormai parlavo anche con il corpo. Ho sfiorato il bordo del bicchiere, lento, come se stessi allenando la pazienza. Ho lasciato che il gin mi scaldasse la gola e poi ho appoggiato la gamba contro la sua, un contatto minimo, “casuale”, che però non era casuale per niente. Lui si è irrigidito appena. Un attimo. Come se avesse capito che non stavo più facendo la brava.
“Quindi,” gli ho detto, guardandolo da sotto in su, “hai tradito con una più giovane…e pensavi di poter restare quello elegante sulle scale.” Lui non ha risposto subito. Ha solo deglutito. E quella cosa lì - la sua esitazione - mi ha eccitata più di qualsiasi frase.
Mi sono piegata in avanti quel tanto che bastava. La mia mano è scivolata sul tavolo e per un secondo gli ha sfiorato le dita. Non una carezza. Una provocazione. Un “ci sei?”.
Poi mi sono alzata, come se avessi preso una decisione facile. “Vado in bagno,” ho detto. Mentre lo dicevo ho inclinato appena la testa, abbastanza perché fosse chiaro che non stavo parlando del bagno e basta. “Se vuoi…” ho aggiunto, con un mezzo sorriso “…puoi seguirmi.”
Non ho aspettato la risposta. Ho preso e me ne sono andata senza voltarmi. Non è da me. Ma stasera me lo sentivo. Stasera mi piaceva essere quella che non chiede permesso.
Sono entrata nel bagno e ho lasciato la porta accostata, non chiusa del tutto. Mi sono seduta, la gonna sollevata quel tanto che bastava, le mutandine abbassate. Il gesto più normale del mondo. Eppure avevo la pelle elettrica, come se stessi facendo qualcosa di proibito anche solo respirando.
Pochi secondi dopo ho sentito la porta principale aprirsi. Un passo deciso. Un passo da uomo. Ho detto solo: “Qui.”
La porta del mio bagno si è aperta. Lui è entrato, e con un movimento lento, quasi nervoso, ha chiuso girando la chiave.
Io ero ancora seduta, composta e indecente insieme. E lui si è fermato sulla soglia, come se non sapesse cosa fare. O forse lo sapeva benissimo e voleva solo godersi la scena: il mio pelo che si intravedeva sotto la gonna e il rumore dell’urina che scorreva.
L’ho guardato senza fretta.
“Sei venuto davvero,” ho detto piano. “Quindi non sei così bravo.” Lui ha inspirato. Un respiro più pesante, più basso. Aveva lo sguardo che non riusciva a stare fermo.
“Stai zitto,” ho aggiunto subito dopo, non cattiva, ma ferma. “Fammi vedere quel lato sporco che tieni nascosto.”
Ho visto la sua faccia cambiare. Quella frase - “sporco” - gli ha fatto qualcosa. Lui ha fatto un passo avanti. Uno solo. Ma in quel passo c’era già una resa. Io mi sono alzata lentamente. Ho sistemato la gonna senza fretta, come se stessi facendo teatro apposta. Poi gli ho preso la cintura e l’ho avvicinato a me. Ho iniziato a slacciargli i pantaloni. Lui non mi ha fermata. Le sue mani sono rimaste sospese un secondo, indecise, come se stesse lottando con l’idea di essere “quello educato”.
Io gli ho preso il polso e gliel’ho abbassato, come a dire: lascia perdere. Poi mi sono abbassata davanti a lui. Non ho fatto la romantica. Non ho fatto la delicata. L’ho fatto come mi veniva, con la testa piena di quella frase: non sei un bravo ragazzo. E con una consapevolezza nuova, spietata: stavolta non mi vergognavo. Stavolta stavo scegliendo veramente.
Lui ha posato una mano tra i miei capelli, prima esitante, poi più sicura. Un gesto che non era violento: era un modo di trattenermi lì, di guidarmi. E io gliel’ho lasciato fare, perché mi eccitava.
Ho sentito il suo corpo tendersi e per un attimo ho pensato che fosse incredibile quanto fosse facile, per lui, abbandonare la parte “giusta” quando qualcuno gli dava il permesso di essere sbagliato.
E quando l’ho sentito cedere - quel cambio improvviso, quel tremore che non controlli - io non mi sono scostata. Sono rimasta lì, fino alla fine, con lui mi premeva le testa e il suo cazzo in gola quasi a soffocare. Ho sentito ogni sua goccia scendere giù, era la prima volta che ingoiavo, e maledetta me, mi è piaciuto.
Poi mi sono alzata piano. Ho aperto l’acqua e mi sono lavata le mani, non per “ripulirmi”, ma per chiudere il gesto. Ho asciugato con cura, ho rimesso a posto i capelli con due dita. Mi sono guardata allo specchio: stessa faccia, occhi diversi. Più vivi.
Ho aperto la porta e sono uscita per prima, senza cercare il suo sguardo, senza chiedermi cosa pensasse.
E lì ho capito il cambiamento, Diario: la prima volta mi ero sentita trascinata, sporca, in fuga.
Stasera no. Stasera ero presente. Lucida.
Non mi era “capitato” niente .L’avevo scelto io, e questa sensazione mi sembrava pericolosamente giusta.

Mercoledì - 23:26

Caro Diario, il ragazzo delle scale ha perso il suo potere su di me. Non in modo drammatico. Non con un taglio netto. Semplicemente, a un certo punto, non mi è più venuta voglia.
Non me lo so spiegare bene, e forse non voglio nemmeno farlo: mi basta sapere che è così.
Nel frattempo ho iniziato un nuovo giro di lavoro. Una casa diversa, una routine diversa. Una famiglia con due bambine piccole: io faccio da babysitter. Turni, cena, cartoni in sottofondo, giocattoli ovunque. Quando torno a casa sono stanca in un modo pulito, normale.
E poi c’è lui. Il padre.
All’inizio era solo gentilezza pratica: “Ti accompagno, è tardi.” Una frase da adulto responsabile, e basta. Io ringraziavo, salivo in macchina, guardavo fuori dal finestrino e facevo la ragazza educata.
Poi, settimana dopo settimana, le conversazioni hanno iniziato a cambiare. Non perché lui dicesse chissà cosa. Più per come lo diceva. Per le pause. Per il modo in cui mi guardava nello specchietto mentre parlava. Per come la sua voce, certe sere, sembrava più bassa.
O forse ero io che sentivo cose dove prima non le avrei sentite.
La prima volta che me ne sono accorta è stata una stupidaggine: mi ha chiesto com’era andata la giornata e io ho risposto troppo in fretta, come se volessi impressionarlo. Poi ho riso da sola, imbarazzata, e lui non ha sorriso. Mi ha guardata un secondo di troppo, e ha rimesso gli occhi sulla strada. Fine.
Da lì, però, non era più la stessa cosa.
Io lo guardavo con occhi diversi. E lui…lui sembrava essersene accorto. Non mi ha mai sfiorata, non ha mai oltrepassato niente. Anzi: più cresceva quella tensione, più lui diventava impeccabile. Troppo impeccabile.
E quella distanza, Diario, mi faceva impazzire. Perché era una distanza scelta, controllata. Non la timidezza di un ragazzo. Il freno di un uomo che sa esattamente cosa sta facendo.
Poi è arrivata quella sera.
Io lo sapevo già dal pomeriggio che la moglie non ci sarebbe stata. Cena di lavoro, mi aveva detto lui con quel tono neutro da “informazione logistica”. E io ho fatto sì con la testa, come sempre. Solo che dentro non era un’informazione. Era una possibilità.
Mi sono vestita più provocante del solito, e non per caso. Gonnellina di pelle nera. Magliettina bianca aderente, di quelle che non perdonano niente. Prima di uscire ho chiesto, con la voce più normale che avevo: “Posso andare un attimo in bagno?”
Sono entrata e ho chiuso la porta. Ho tirato fuori dalla borsa quella cosa che mi era comparsa su Instagram come una pubblicità stupida, di quelle che ti fanno ridere…finché non smetti di ridere e inizi a pensarci. L’avevo comprata senza sapermi spiegare bene perché. Forse perché volevo provare un brivido che non dipendesse da nessuno. Forse perché mi piaceva l’idea di avere un segreto addosso.
Ho sfilato le mutandine e le ho infilate nella borsa. Poi ho preso il plug e il telecomandino. Mi sono fermata un secondo con la mano sospesa, come se stessi per fare qualcosa di troppo.
E invece no. L’ho messo. Ho infilato il telecomando in tasca e mi sono riguardata allo specchio. La faccia era la stessa. Gli occhi no.
Sono uscita dal bagno composta, come se niente fosse. Ho preso la borsa. Ho salutato. E quando lui mi ha detto “ti porto io”, io ho annuito.
In macchina, all’inizio, tutto era uguale alle altre volte: i fari, la strada, il rumore della radio. Io seduta composta, le gambe accavallate, la borsa sulle ginocchia. Una babysitter che torna a casa. Una scena pulita.
Solo che sotto quella scena ce n’era un’altra.
Ho lasciato scorrere qualche minuto. Ho parlato del niente. Ho fatto due domande piccole, leggere. Ho ascoltato la sua voce come si ascolta qualcosa che vuoi capire non con la testa, ma con la pelle.
Poi, senza cambiare espressione, ho premuto il telecomando. All’inizio è stata una vibrazione piccola, quasi timida. Poi più piena. Più insistente. Io non mi sono mossa. Ho solo inspirato un filo più lento, come se stessi assaggiando qualcosa.
Lui ha inclinato la testa appena. Un gesto minimo, ma l’ho visto. Ha abbassato il volume della radio. Non l’ha spenta. L’ha abbassata, come per capire da dove arrivasse quel ronzio leggero, quella vibrazione che non aveva senso in una macchina.
Io ho tenuto lo sguardo fuori dal finestrino. Ho fatto finta di niente. E mentre facevo finta, ho aperto appena le gambe. Il minimo necessario. Non una scena. Un dettaglio.
Nello specchietto retrovisore ho visto i suoi occhi cercarmi. Non diretti su di me. Un po’ più in basso. Un controllo veloce, istintivo, come se volesse negare a se stesso di stare guardando. La gonnellina di pelle si era sollevata quel tanto che bastava. Non per mostrare tutto. Solo per far capire.
E lui l’ha capito. L’ho visto dal modo in cui ha stretto le mani sul volante. Dal modo in cui ha deglutito, una sola volta. Dal modo in cui è rimasto zitto più del solito, come se improvvisamente avesse paura di dire la frase sbagliata.
Io ho continuato a parlare piano, con un tono diverso, non più “educato”.
“Va tutto bene?” gli ho chiesto, guardando avanti.
Lui ha fatto un mezzo verso. Un “sì” che non era un sì. Ha abbassato ancora un filo la radio.
Io ho sorriso appena. Non per lui. Per me. Ho premuto di nuovo il telecomando, senza guardarlo e ho aspettato la sua reazione, come si aspetta una crepa su qualcosa che si finge impeccabile.
Il ronzio si è fatto più intenso. Non era più una sensazione “mia”: era quasi un suono, un tremore che si appoggiava al sedile e risaliva.
Lui ha abbassato ancora la radio, come se fosse infastidito da qualcosa di invisibile. Poi ha detto, con la voce più neutra che poteva: “Lo senti anche tu?”
Io ho fatto finta di pensarci. Ho guardato fuori dal finestrino, come se fosse una cosa qualunque.
“Sì,” ho risposto piano. “Scusa. Devo aver schiacciato per sbaglio il telecomando del mio…nuovo gioco.”
Silenzio.
“Nuovo gioco?” ha ripetuto lui, e l’ho sentito nella gola: non era curiosità pulita. Era un colpo.
Io ho fatto spallucce, come se stessi parlando di un’app stupida. Ma la mano, sotto la borsa, teneva ancora il telecomando.
“Sì,” ho detto. “Vuoi vederlo?”
Lui non ha risposto. Ha solo fatto un respiro più lento, più pesante. Le mani sul volante non si sono mosse, ma si sono irrigidite. Come se stesse scegliendo di non scegliere.
Io ho sorriso appena, senza girarmi.
“Allora niente,” ho aggiunto, finta leggera. “Non importa.”
E proprio mentre dicevo “non importa”, ho aperto un po’ di più le gambe. Il minimo necessario perché la gonnellina salisse e potesse vedere la mia figa liscia, appena depilata per l’occasione, e il plug colorato infilato nel culo. Non gli ho messo lo spettacolo in faccia. Gli ho messo un dettaglio davanti agli occhi. Uno di quelli che ti restano attaccati.
Nello specchietto ho visto lo sguardo che scendeva. Un secondo. Due. Poi di nuovo sulla strada, come se avesse paura di essere beccato.
Io ho premuto ancora il telecomando. La vibrazione mi ha attraversata e mi sono concessa un micro-sospiro, involontario. Piccolo, ma vero. E ho visto la sua mascella stringersi ancor di più.
“Stai…bene?” ha chiesto.
Io ho girato la testa appena verso di lui, senza sorridere. “Benissimo.”
Ho lasciato che il silenzio si allungasse. Che fosse lui a riempirlo con quello che non diceva. E quando ho capito che stava ancora provando a restare “il padre”, “l’uomo corretto”, “quello che accompagna e basta”, ho deciso di smettere di giocare in modo gentile.
Mi sono inclinata verso di lui, piano. Non addosso, non invadente. Abbastanza vicino da cambiare l’aria.
“Puoi non dire niente,” ho sussurrato. “Ma il tuo corpo cosa ne pensa?”
E senza aspettare risposta ho allungato la mano e l’ho posata sopra i suoi pantaloni, lì dove si capisce subito se uno sta facendo finta o no.
Sotto il tessuto il suo cazzo era già duro e pulsante. Io ho tenuto la mano ferma un istante, come a registrare la prova. Poi ho fatto un movimento minimo, appena un accenno, e ho visto la sua reazione prima ancora di sentirla: il respiro che si spezza, il volante stretto più forte.
Lui non ha detto no. Ha solo fatto quel mezzo suono in gola, come se stesse tentando di restare la persona giusta mentre il corpo lo tradiva.
Io ho abbassato lo sguardo e ho fatto quello che avevo già deciso di fare. Gli ho slacciato la zip come se stessi aprendo un segreto. Quando la mia mano è entrata, ho sentito subito quanto fosse eccitato. E poi che gran cazzo, Diario, non ne avevo mai visto uno così.
Lui ha provato a dire qualcosa. Non una frase vera. Un “ferma” detto più per abitudine che per convinzione. Io mi sono fermata un istante, giusto il tempo di guardarlo di lato. Poi ho premuto il telecomando e ho spento la vibrazione di colpo.
Ho preso il plug tra le dita e gliel’ho mostrato un secondo, poi gliel’ho infilato in bocca.
“Non parlare,” ho detto piano. Non era un ordine urlato. Era una regola.
E mentre la mia mano tornava a muoversi, io gli ho sussurrato all’orecchio la frase che mi eri già scritta in testa da prima: “Adesso che io ti ho dato il mio gioco…tu mi dai il tuo?”
Ho sentito il suo corpo reagire, il tentativo di restare composto che si sbriciolava. Io non ho accelerato subito. Ho tenuto il ritmo dove volevo io, finché non ho sentito che stava per perdere il controllo. Solo allora ho detto, ancora più piano: “Accosta.”
Lui ha fermato l’auto in un parcheggio isolato. Solo un movimento secco del volante e poi il silenzio, rotto dal motore che restava acceso. Lui è sceso e mi ha aperto la portiera.
Io non sono uscita subito. L’ho guardato dal basso, un attimo. Non per chiedere. Per misurare se c’era ancora quel freno addosso. Non c’era più. Allora sono scesa con calma, e ho fatto due passi appoggiandomi alla macchina con le mani, il corpo inclinato in avanti.
Mi sono messa nella posizione che volevo io. Con le mani mi sono allargate le chiappe, e gli ho fatto capire dove lo volevo. Ho sentito il suo respiro cambiare dietro di me, più basso, più pesante. Quando mi ha raggiunto e mi ha preso, non è stato dolce. Non è stato romantico. È stata un’urgenza.
All’inizio è stata una sensazione nuova, piena, quasi troppo. Un impatto che mi ha fatto stringere i denti e poi, subito dopo, mi ha fatto venire ancor più voglia. Come se il corpo, invece di spaventarsi, si aprisse. Come se avesse aspettato proprio quel tipo di pressione.
Mi sono portata una mano davanti e mi sono toccata come volevo, con un ritmo che sceglievo io, mentre lui dietro perdeva la misura e io la prendevo..
Sentivo i colpi del suo corpo contro il mio, sempre più duro, sempre più vicino. Il fiato caldo che mi arrivava sulla schiena. Sentivo la pelle tirare, il sangue correre, la testa svuotarsi.
E poi è arrivata quella cosa che non avevo mai provato così: un’ondata che mi ha preso di sorpresa e non mi ha lasciato scampo. Mi sono piegata di più, mi aggrappavo al metallo, e per un attimo mi sembrava di non avere ossa. Solo nervi.
Quando sono tornata a respirare, ero umida ovunque e non mi interessava. Non mi interessava niente, se non farlo venire come dicevo io.
Mi sono girata appena con la testa, quel tanto che basta per fargli sentire la mia voce.
“Dentro,” gli ho detto. ”Vienimi dentro,” solo quello.
E lui ha obbedito. Il suo corpo si è irrigidito, quasi a spezzarsi e io sono restata ferma a sentirlo fino in fondo. Tutto il calore che mi riempiva.
Poi il silenzio. Il parcheggio sembrava più grande, come se avesse ingoiato tutto.
Mi sono sistemata la gonna con calma, senza fretta, come se stessi rimettendo ordine non in quello che ho fatto…ma in me. Sono risalita in macchina, chiudendo la portiera e restando un secondo ferma a sentire il cuore che rallentava.
Non ho pensato a lui. Ho pensato a quella versione di me che puliva con lo sguardo basso e si inventava scuse per non guardarsi in faccia.
Ho acceso il telefono e aperto questo diario. Avrei voluto scrivere una riga sola, perché il resto in realtà non serve: “Sono una ragazza per bene. Solo che adesso lo decido io cosa vuol dire.”
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