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trans

No Names


di Membro VIP di Annunci69.it Frankinash
20.07.2025    |    2.362    |    8 9.8
"Quello con la voce sottile, i polsi morbidi, gli occhi troppo truccati anche in ufficio..."
Non è la prima volta che lo pensa, ma è la prima volta che lo fa.
Il vestito è lì, disteso sul letto come un errore irreversibile. Nero, corto, troppo corto forse. Sembra ridere di lui. Le calze a rete, il reggicalze, le mutandine di pizzo. Tacchi a spillo. Tutto pronto.
Lui li osserva in silenzio, come se non gli appartenessero. Ma sono suoi, li ha scelti lui. Ha ordinato tutto una settimana fa, sotto falso nome. Nessuna traccia.
Ha firmato un contratto da 140 milioni quella mattina. Ha parlato davanti a un consiglio d’amministrazione intero, senza sudare una goccia.
Ma ora, mentre si infila le autoreggenti con dita lente, ha paura di se stesso.
«Cos’è che sto cercando esattamente?»
La sua voce suona diversa mentre la dice, come se stesse parlando a qualcun altro. A qualcuna.
Lo specchio non mente. Il riflesso non è ridicolo. È strano, nuovo, fragile e potente. La parrucca è sistemata. Il rossetto è quasi perfetto. Ha le labbra rosse, i fianchi stretti in una guaina, le scarpe con il tacco che gli allungano la gamba. Si guarda. Si odia. Si eccita. Si ama.
Il profumo gli sale dal petto, dolce e violento. Una fragranza da donna di potere, una che cammina sui corpi. Ma lui, oggi, non comanda un cazzo.
Si è dato un nome. Lo ha scritto con l’inchiostro a mano su un biglietto nascosto nella borsetta. Nessuno deve saperlo. Nessuno deve chiamarlo per nome.
Chiude la giacca, finta pelle lucida, prende le chiavi. Un club lo aspetta. Un buco. Una bocca. La sua.
Il portone è anonimo. Nessuna insegna. Solo un ronzio elettrico e una porta che si apre senza parole. Dentro, odore di umidità e pelle. Una luce rossa che non perdona.
Lui cammina lentamente. I tacchi risuonano come colpi di pistola sul pavimento industriale. Nessuno lo guarda, ma tutti vedono. Nessuno parla, ma tutti sanno.
Supera un corridoio stretto. Pareti nere. Luci basse. Una porta con un cartello inciso nel legno: “NO NAMES. NO RULES. JUST MOUTHS.”
La stanza è piccola, buia. Quattro pareti. Una sedia nell’angolo e, di fronte, il muro con tre buchi. Lui si inginocchia. Lo fa senza pensare. Lo fa con una voglia che non conosceva. Avvicina la bocca al primo. Silenzio. Poi, dal buco, una mano: maschile, ruvida, che gli accarezza la guancia con decisione.
Poi sparisce e compare un cazzo: duro, grosso, pulsante. Il cuore gli batte in gola, ma non si ferma. Apre la bocca. La prima volta è lenta, umida. Lo prende dentro come se lo stesse assaggiando. Poi lo ingoia, profondo. Le labbra si schiudono e stringono, come se avesse fatto questo da sempre. Come se fosse nato per questo. L’altro geme. Un suono smorzato dall’altra parte del muro. Lui si sente viva. Desiderata.
Poi un altro cazzo compare dal secondo buco. Non c’è tempo per pensare. Uno in bocca. Uno nella mano. La saliva cola. Il trucco sbava. Le lacrime scorrono. E lui… non vuole che finisca.
Il primo viene in gola. Lo prende tutto. Non tossisce, ingoia. Il secondo esplode sulla guancia, calda, sporca. Gocce che colano tra le ciglia finte. Resta lì, in ginocchio con il rossetto sciolto, il mascara colato, la figa che non ha ma che sente in ogni fibra del suo corpo. Soddisfatta.
Non è più il CEO. Non più. Ora è solo lei.
Sta per alzarsi. Le ginocchia ancora deboli, la bocca secca di piacere e sperma. Forse è troppo. Forse è abbastanza. Ma sente dei passi. Un suono diverso. Qualcuno che cammina con sicurezza, come se appartenesse a quel posto da sempre.
Appena entra nella stanza, lo vede. O meglio: la vede. E si ferma, anche lei. Occhi sgranati, fiato sospeso. Sotto la parrucca bionda, il trucco marcato e la minigonna inguinale…c’è lui: il ragazzino del marketing, lo stagista. Quello che porta i caffè ogni mattina al suo team. Quello con la voce sottile, i polsi morbidi, gli occhi troppo truccati anche in ufficio.
Si fissano. Un secondo. Due. Eterni. E poi un mezzo sorriso. Amaro. Intenso. Nessuno dice nulla. Perché lì, i nomi non servono.
Non c’è tempo per l’imbarazzo. Dal muro compare un altro cazzo. Grosso. Gonfio.
La nuova arrivata si avvicina e lo prende in bocca senza pensarci. Ma non smette mai di guardare lui. Occhi negli occhi, bocca piena. Poi si sposta un poco e gli fa cenno. «Vieni.»
Il cuore del CEO esplode in gola. Ogni fibra di autorità dentro di lui si sbriciola. Si inginocchia di fianco a lei, piano. La guarda. Poi guarda il cazzo. Lo prendono, insieme.
Le loro lingue si sfiorano mentre lo leccano. Le labbra si incontrano sul glande. Quando l’uomo viene, loro sono lì con le bocche aperte. Lo sperma schizza sulle loro lingue, sui nasi, sugli zigomi. Si ripuliscono a vicenda. Con la lingua, avidamente.
Poi accade: un nuovo cazzo compare dal muro. Ma non è un cazzo, è un mostro. Nero. Vene spesse. Ventiquattro centimetri, minimo. Mai visto niente del genere.
La nuova gli lancia un’occhiata e sorride come una bambina a Natale. «Lo voglio.»
Si avvicina e lo prende in bocca con una fame feroce. Il CEO la guarda. Rapito. Spaventato, ma eccitato da morire.
Lei si gira verso di lui. «Vieni. È tuo anche questo.» Si inginocchia accanto. Iniziano insieme. Le lingue che scorrono sulle vene. La punta che sbatte sulle labbra.
Ma non basta. Lei lo ferma. «Aspetta.»
Tira fuori un preservativo dalla calza. Lo sfila come fosse un trucco di magia. Lo infila con lentezza. Poi si piega sul bordo della stanza. «Fottimi.» Il mostro entra. Lei urla, ma è piacere.
Lui resta lì, a guardare. Gli occhi spalancati. Il cazzo duro che preme contro le mutandine. Poi lei si volta. «Anche tu. Voglio vedere se riesci a prenderlo.»
Lui si avvicina e si piega lentamente. Il cazzo entra ed è come rompersi dentro. Un brivido. Un dolore dolce. Una resa.
Il ritmo aumenta. Un corpo che lo prende. Un corpo che lo domina. Il CEO geme senza voce. E poi lo sente. Il calore. Il liquido. Lo sperma esplode nel preservativo, ma si sente lo stesso. Dentro. Profondo. Caldo.
Il CEO si scioglie, appagato completamente.
Il giorno dopo, è in ufficio alle 7:45, come sempre. Camicia bianca. Cravatta sobria. Il viso rasato. L’agenda è piena: alle 9:10 ha una call con Singapore.
Lo stagista entra, come ogni mattina, per raccogliere le ordinazioni dei caffè. Silenzioso. Composto. Nessun trucco, oggi.
«Un espresso.» dice il CEO senza alzare lo sguardo. Poi aggiunge, mentre il ragazzo è già alla porta: «Anzi… oggi lo preferisco macchiato.» Fa una pausa. «Macchiamelo tu… proprio come ieri sera.»
Si fa scappare un sorriso malizioso e risponde subito al telefono, in linea con gli investitori da Singapore: «Sì, buongiorno, Singapore in linea? Procediamo.»
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