Lui & Lei
FrankieLand | La Danza del Fuoco
Frankinash
27.08.2025 |
879 |
2
"Lei è un mix di saliva, gemiti, e quella parola che continua a ripetere: “Yine…yine…”
Mi fermo all’improvviso..."
La terrazza domina il Bosforo. Un palazzo antico, elegante. Io e Riccardo seduti, bottiglia di vino sul tavolo, aria calda addosso. La città brilla sotto, un mosaico infinito di luci.Durante la cena le artiste si alternano una dopo l’altra: una violinista con il volto serio, una danzatrice del ventre che fa tintinnare i fianchi tra i tavoli, e poi lei. La danzatrice col fuoco.
Le altre passano per farsi riprendere, sorrisi di circostanza, routine. Lei no. Quando arriva non è una comparsa. Si avvicina, gli occhi nascosti dietro il velo di scena, ma basta lo sguardo. Uno scambio di pochi secondi, intenso, carico. Un attimo e mi brucia più delle fiamme che roteano in aria.
Bevo un sorso di vino, fingendo calma. Ma dentro so che la notte sta cambiando.
Dopo cena ci spostiamo nella parte della terrazza dedicata al club. Luci stroboscopiche, consolle già calda.
Ordiniamo subito una bottiglia: non siamo lì per guardare. Il cameriere, già nostro amico, ci piazza davanti al DJ.
La tequila scende come acqua. Io e Riccardo balliamo fuori tempo, improvvisando mosse arabeggianti. Diversi da tutti, e proprio per quello ci guardano.
Poi la vedo. Dall’altra parte della pista. Ferma. Occhi puntati addosso a me.
Non la riconosco subito. Ma quando i nostri sguardi si incrociano, sì. È lei.
“It’s you.” Lei sorride.
“Did you enjoy the fire?”
“I didn’t care about the fire. I cared about your eyes.”
Balliamo stretti. Pelle contro pelle, odore di sudore e profumo speziato.
“It’s my birthday tonight” mi sussurra nell’orecchio.
“Then let’s fucking celebrate” rispondo, stringendola più forte.
La terrazza chiude, ma non è certo la fine della serata. Faccio cenno al cameriere, ormai complice.
“Where’s the next place? We need more fire.”
“Don’t worry, I got you!” risponde lui, già al telefono per sistemarci un tavolo in un club lì vicino.
In ascensore siamo io, lei e Riccardo. Uno spazio stretto, caldo. Non resisto: la bacio. Lei non si tira indietro. Le mie mani la spingono piano verso il mio amico. Lei non dice niente. Le prendo il mento e le giro la testa verso di lui.
Si baciano. Lì, davanti a me.
“Oh fuck yes…tonight’s gonna be wild” sussurro.
Nuovo club. Tavolo pronto. Bottiglia, lime, ghiaccio.
Entriamo ridendo, limonando, come se fosse già tutto scritto.
Lei balla addosso a me. Mani ovunque. Io alterno tequila e baci sporchi.
Ero pronto per un gioco a tre.
“You like him too, right?” le chiedo, indicando Riccardo.
Lei mi guarda fisso negli occhi: “I like the way you make me obey.”
Riccardo non regge il passo. Troppo alcol, forse non il suo gioco. Ad un certo punto si stacca.
“Frankie, io me ne vado…non fa per me stasera.” Lo dice in italiano, serio, e si allontana.
Peccato. Ma non ho intenzione di fermarmi.
Prendo un altro bicchiere, lo butto giù. Lei mi fissa come un animale in gabbia pronto a scattare. Non c’è bisogno di parlare. Le afferro i polsi e glieli spingo dietro la schiena. Sorride. Resta in quella posizione.
Riprendo a ballare, lasciandola così. Ogni volta che prova a cambiare atteggiamento, le do uno sguardo fisso, duro. E lei torna a incrociare le mani dietro la schiena, ansimando.
Decido di alzare il livello.
Prova a svincolarsi. Le stringo la bocca, la costringo ad aprirla. Limonata dura, poi sputo in faccia. Lei geme, quasi ringhia.
Due schiaffi leggeri sulle guance.
“You love this, don’t you?”
“More…” mormora, mordendosi il labbro.
La pista è piena, ma per noi non c’è più nessuno. La gente balla, noi stiamo già giocando un’altra partita.
È il momento di cambiare scenario.
Usciamo dal club ridendo. Il cameriere mi stringe la mano e mi dà una collanina: “For the crazy night, my friend.”
Taxi, due minuti, ci fermiamo davanti a un portone. Non chiedo nulla, mi lascio guidare da lei. Lo apre ed entriamo in un atrio enorme, scale di marmo e odore di umidità.
Non c’è tempo di salire. La spingo contro il muro, la bacio come per divorarla. Le dita già tra le gambe. Fradicia.
Un passo indietro. “Come here.”
Si mette a quattro zampe, gattona verso di me con gli occhi fissi nei miei. Arrivata, mi slaccia i pantaloni e inizia a succhiarmi il cazzo senza aspettare inviti.
La afferro per i capelli e la stacco di colpo.
“Open your mouth.”
Obbedisce subito. Faccio colare tutta la mia saliva dentro la sua bocca. Lei ingoia, riapre la bocca con la lingua fuori, chiedendone ancora.
“Good girl.”
È il momento di scoparla.
La tiro su per i capelli, la giro verso il portone e glielo infilo da dietro. Colpo secco, profondo. Lei gode in turco, parole che non capisco. Mi eccitano.
Poi urla qualcosa che suona come “Yine!” - ancora.
Quella parola mi accende. Le infilo tre dita in gola, spingendo fin quasi a soffocarla, mentre le tiro indietro la testa per aprirle meglio la bocca. Quando le tolgo le dita, ha gli occhi lucidi, ma subito se le riprende da sola, infilandosele ancora più in gola.
La scopo più forte. Lei è un mix di saliva, gemiti, e quella parola che continua a ripetere: “Yine…yine…”
Mi fermo all’improvviso. Voglia di fumare.
Mi riallaccio i pantaloni, ancora duro.
“Let’s get a smoke.”
Lei annuisce, col trucco sciolto e la saliva che le cola dal mento.
Usciamo dall’atrio come se niente fosse, e mi guida fino a un tabacchino ancora aperto. Compro le sigarette, ne accendo una lì fuori. Il fumo mi graffia la gola.
Poi un’altra porta, a pochi metri dalla prima. Un altro palazzo. Un’altra casa.
Ancora oggi non so dove cazzo siamo entrati all’inizio. Forse ha scelto un portone a caso, vedendolo aperto. Rimarrà un mistero. Un bel mistero.
Saliamo e appena dentro la spingo sul letto. Stavolta non c’è nessuno intorno, nessuna pista, nessun portone. Solo noi.
Ricominciamo a scopare. Forte. Senza tregua. Il tempo corre, fuori inizia a farsi giorno. Lei mi guarda negli occhi, ansimando: “Cum on my pussy.”
Le vengo addosso, guardandola mentre si masturba con le dita. Non si ferma finché non viene, gemendo come se stesse implodendo.
Poi blackout.
Mi sveglio qualche ora dopo. Sole che filtra. Testa pesante. Bocca secca.
Bagno. Flashback come scariche elettriche: la terrazza, il fuoco, la tequila, il portone, lei a quattro zampe, le sue parole in turco. Sorrido da solo allo specchio.
La trovo sul divano. Nuda, sotto un lenzuolo leggero. Forse ho occupato tutto il letto. Forse russavo. Chissà.
La prendo tra le braccia e la riporto nel suo letto. Le tiro le tende per non farle arrivare la luce in faccia, poi la copro meglio. Mi chino, le do un bacio leggero sulle labbra.
“Ciao, è stata una notte di fuoco.”
Lei, con un filo di voce nel dormiveglia: “Ciao…”
Il sesso è stato sporco, brutale, cattivo. Ma quello che mi porto dietro è il modo in cui mi sorride nel sonno, quando non recita più.
Mi rivesto. Sul comodino lascio il braccialetto comprato al Grand Bazar. Un segno, un ricordo di quella notte, un ricordo di me.
Fuori, il sole di Istanbul mi brucia la faccia. Walk of shame verso il taxi, sorriso stampato. Direzione Sultanahmet.
Alla reception mi fulminano per il ritardo. Io allargo le braccia e rido.
In camera Riccardo dorme ancora come un sasso. Lo scuoto forte.
“Oh, fratello… alzati. Un volo per Bodrum ci aspetta.”
Questo è Frankie Land. Yine!
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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