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SONO MAGGIORENNE ESCI
Prime Esperienze

A Gaia


di Membro VIP di Annunci69.it Frankinash
23.07.2025    |    1.773    |    1 9.2
"La mora si avvicinò anch’essa, e con uno strattone deciso le tirò indietro i capelli..."
Non era successo nulla, davvero.
Nessuna tragedia, nessun tradimento. Solo la lenta e dolce morte di qualcosa che un tempo era sembrato eterno. Una storia lunga, cresciuta tra vent’anni e sogni condivisi, che un giorno si era accasciata su se stessa. Senza urla. Senza pianti. Solo una porta chiusa, un letto vuoto e un’eco sottile nel petto.
Gaia aveva ripreso a respirare piano.
All’inizio con timore, come se quel silenzio fosse colpa sua. Poi, col passare dei mesi, era arrivata quella fame. Non di vendetta. Non di carne. Ma di sé stessa.
Era come se ci fosse un’altra pelle da indossare. Un’altra vita da vivere.
Fu una sera qualunque, senza promesse. Lui sedeva al bancone, due sgabelli più in là. Alto, sorriso calmo. Parlava poco ma guardava come se sapesse. Non cosa, non perché. Solo che.
Le offrì da bere senza invadenza. E mentre sorseggiavano in silenzio, Gaia sentiva già quella vibrazione sotto pelle. Quel calore tra le cosce che non era eccitazione, era riconoscimento.
Uscirono insieme, nessuno propose nulla. La città attorno taceva, ma il fiume scorreva lento, lucido come un corpo nudo sotto la luna. Camminarono. Parlarono a spizzichi.
Poi, come se fosse ovvio, si fermarono. Una panchina di legno, bagnata di luce. Si baciarono piano. Ma le mani no. Le mani parlavano un'altra lingua, una più urgente. Fu Gaia la prima a sbottonare. Lui, il secondo a prenderla.
Il legno scricchiolava sotto il peso del desiderio. Le labbra che si mordevano. I pantaloni calati. La luna piena, spettatrice impudica. Era romantico, sì. Ma erano i corpi a urlare.
Nei giorni successivi lui non sparì. Non insistette, non si impose. Ma c’era.
E ogni volta che si vedevano, Gaia si spogliava un po’ di più. Non dei vestiti, ma dei freni. Dei “non sono il tipo”. Dei “non l’ho mai fatto”. Lui ascoltava, osservava, e ogni tanto proponeva. Mai pretendeva.
Fu lui a nominarlo la prima volta. "Club." Lei rise, poi smise. E disse solo: “Voglio provare.”
Ci andarono. La stanza era nera, il letto tondo, come un occhio che non chiude mai le palpebre. Due donne al centro, pelle su pelle, bocche che si cercavano come naufraghi. Lui la teneva da dietro. Un bacio sulla nuca. Una mano sul fianco.
La spogliò lentamente, come se sfogliasse un libro segreto, lei non protestò. Solo un brivido lungo la schiena. La accompagnò, piano, tra le due donne. E lei si lasciò andare.
Da quel momento qualcosa era cambiato. Non era più solo sesso. Era trasformazione.
Ogni incontro, ogni esperienza, la portava più vicina a quella che forse era sempre stata: una donna libera, che non aveva bisogno di giustificarsi per il proprio desiderio.
Fu allora che lui glielo disse: "Ho una coppia da presentarti. Giovani. Come noi. Diversi da noi.” Gaia sorrise, complice. “Diversi come?” Lui la guardò. “Lo capirai.”
Uscirono insieme in una sera tiepida. Al tavolo del bar, la coppia era già lì.
Lei - occhi profondi, unghie nere, un sorriso che sembrava sapere cose.
Lui - silenzioso, educato, con lo sguardo sempre basso.
Si presentarono. Risero. Ordinarono da bere. Parlarono di tutto e di niente. Ma tra Gaia e la ragazza mora dagli occhi profondi si aprì presto un canale silenzioso, una corrente calda che si muoveva sotto le parole. Uno sguardo che durava un secondo in più.
Un bicchiere passato con le dita che si sfioravano appena, ma non per caso. Un complimento sul rossetto sussurrato troppo vicino all’orecchio. Il piede nudo che, sotto il tavolo, iniziò a esplorare la pelle della coscia, lento e curioso. Gaia non si ritrasse. Anzi, lasciò che il ginocchio si aprisse un poco, come per fare spazio.
Sapeva che lui la stava guardando e non diceva nulla. Ma nei suoi occhi c’era quella luce, quella che aveva imparato a riconoscere: complicità e desiderio intrecciati come dita sotto le lenzuola.
Un oggetto - forse un accendino - cadde vicino alla sedia della mora. Lei si chinò appena, lo guardò, poi sollevò lo sguardo su Gaia. Niente parole. Solo un invito negli occhi. Gaia comprese subito e si abbassò.
Sotto il tavolo, la luce era fioca. Ma abbastanza per vedere. Le gambe dell’altra erano leggermente aperte, con il vestito tirato su quanto bastava. In mezzo a quelle cosce sicure, un piccolo gioiello incastonato nel buio.
Un plug, elegante, con un diamante viola che catturava la luce come una promessa.
La vista le tagliò il respiro. Un fremito. Calore tra le gambe. E un sorriso che si trattenne solo fino a quando tornò su.
Si rimise a sedere con calma, prese il bicchiere e, con un tono morbido, sussurrò: ”Noto che ti piace il viola, corretto?”
La donna sorrise. Un sorriso pieno, consapevole, che sembrava dire “tocca a te”. E Gaia capì e lasciò cadere apposta il proprio fazzoletto sul pavimento. Poi si voltò con un sorriso appena più spavaldo: ”Potresti raccoglierlo tu?”
L’altra la fissò un istante, come a pesare il gesto. Poi annuì e si chinò. Il suo sguardo arrivò sotto la stoffa del vestito di Gaia. Niente era lasciato al caso. Le gambe leggermente aperte. Il plug perfettamente al suo posto. La pietra, un’arancione intenso come il desiderio che stava crescendo tra loro. Quando si rialzò, aveva lo sguardo un po’ più velato. E le guance appena più rosse. Sollevò il fazzoletto, lo porse, e sorrise: “E tu...l’arancione, vero?”
Un attimo di silenzio. Poi una risata, morbida e breve, come un sigillo. Non servivano più parole. Solo un luogo, un tempo, e la libertà di essere.
L'appartamento era silenzioso, raccolto. Un corridoio lungo, pareti scure, tappeto morbido sotto i passi. Appena entrarono, fu chiaro che i ruoli erano già assegnati, ma non ancora dichiarati. Lui, il compagno della mora, si mosse per primo. Andò in cucina in silenzio, prese quattro bicchieri, versò lo champagne con una lentezza quasi cerimoniale.
Li posò con delicatezza sul tavolo basso, senza dire una parola. Poi rimase in piedi dietro la poltrona, le mani giunte davanti al bacino, lo sguardo basso. Fermo, troppo fermo.
Gaia lo notò. All'inizio pensò fosse solo timidezza. Ma c’era qualcosa di diverso. Un silenzio più profondo. Uno sguardo vuoto, cancellato. Una presenza...servile.
La mora lo guardò. “Inginocchiati.” Lui lo fece senza fiatare, senza esitazione. Non uno sguardo, non un gesto. Solo obbedienza. “Adesso vai in camera. Sulle ginocchia. E fai quello che sai.”
E fu in quel momento che Gaia comprese. Non servivano definizioni, bastava vedere.
Il ragazzo strisciò via, letteralmente, come se il mondo non gli appartenesse più. La mora si sedette con eleganza. Accavallò le gambe, sorseggiò lo champagne. Poi si voltò verso Gaia. “Ti piace guardare, vero?” Gaia non rispose, ma non distolse lo sguardo.
Pochi minuti dopo, il compagno tornò. Nudo. Il corpo rasato, il petto liscio. Al collo un collare nero, in mano un guinzaglio. In bocca un plug verde, stretto tra i denti come un trofeo. Tra le gambe, una piccola gabbia chiusa sul sesso. Camminava a quattro zampe, la schiena leggermente inarcata. Gaia sorrise appena, e con tono leggero chiese: ”A lui piace il verde?” La mora incrociò il suo sguardo e annuì, sorridendo anche lei.
Lo schiavo restava immobile, a testa bassa. Muto. La padrona gli prese il guinzaglio, poi si mise in piedi davanti a lui. ”Apri la bocca.” Lui obbedì. Lei prese il plug, lo inumidì con la lingua, poi glielo spinse dentro con un gesto violento e deciso. “Ora leccami i piedi.” Lui si sdraiò e cominciò. Lingua e labbra. Devoto. Piccolo. Scomparso.
Gaia era incollata alla scena. Le dita le tremavano, la gola secca. Poi la mora le porse un bicchiere. “Brindiamo.” Cristallo contro cristallo. Gaia bevve un sorso. Il vino le frizzava sulla lingua e più giù.
Il compagno di Gaia si avvicinò, in silenzio, e le si posizionò dietro. Le sfiorò il collo con le labbra. La mora si avvicinò anch’essa, e con uno strattone deciso le tirò indietro i capelli. ”Lasciati andare. È tutto per te.” La baciò dietro l’orecchio, la leccò, la morse. Gaia si sentì tirare in avanti, le mani sul tavolo. Il suo compagno la stava accarezzando da dietro, mentre l’altra la baciava davanti.
“Schiavo. All’angolo. In silenzio.” Il ragazzo obbedì. Ginocchia a terra, mani dietro la schiena. Il plug ancora dentro. Era un oggetto, un arredo.
Poi le due donne si inginocchiarono. Il compagno di Gaia si era spogliato. Il suo cazzo era duro e umido. Gaia lo prese in bocca, poi lo passò alla mora. Si guardavano mentre lo succhiavano. Ogni leccata era un dialogo muto. Ogni bacio tra loro, un patto.
Poi lui le fece sdraiare sul divano. Gaia si abbassò tra le cosce della mora, affamata. Le labbra bagnate, la lingua che cercava. Gemiti. Capelli tirati. Sapore di donna e di potere. Poi lo scambio. Ora era la mora a leccare Gaia. Il suo lui la scopava da dietro. Gaia si tendeva tutta, con la lingua dell’altra tra le gambe. Un triangolo che pulsava.
Lui le fece inginocchiare, una accanto all’altra, il culo in alto, i plug ben visibili.
“Schiavo. Vieni qui.” Lui obbedì. “Toglili. E mettili in bocca.” Lo schiavo si avvicinò, umile. Sfilò i plug con lentezza. Il verde era già in lui. Ora aveva anche il viola e l’arancione. Li mise entrambi in bocca. Gaia guardava. Era fradicia, ma sentiva qualcosa cambiare: aveva ancora voglia di essere presa…ma una parte di lei voleva prendere.
Il compagno di Gaia si inginocchiò dietro di loro. “Guarda che spettacolo mi state offrendo.”
Gli scopava il culo alternandole, prima una poi l’altra. Le bocche unite, i gemiti mischiati. Pelle su pelle, odore di umido e sudore, respiri che si sovrapponevano. Era sesso, ma era anche altro.
Poi la mora si alzò. Andò in camera. Tornò con uno strap-on. Si fermò davanti allo schiavo, e senza dir nulla gli sbatté il cazzo finto in faccia. Più volte. Lento, poi più forte. Lui non osava muoversi.
Poi si voltò verso Gaia e glielo porse. ”È tuo, usalo.” Gaia lo prese. Lo indossò. La plastica fredda le aderì al pube come un’impronta nuova. Le cinghie si strinsero sui fianchi, trattenendo il respiro e liberando altro. Era strano, sì. Ma non sbagliato.
La mora le prese la mano, la accompagnò dallo schiavo. ”In piedi. Davanti a lei. Mostrale il tuo ringraziamento.”
Gaia lo fissò. Lui obbedì. La lingua sulla plastica, la bocca aperta. Gaia tremava. Non per incertezza. Per potere. Sentiva l’eccitazione salire come un’onda sporca. Era lei al centro. Lei la chiave. Lei la padrona.
Poi parlò. La voce le uscì ruvida, sconosciuta. “Togliti il plug e mettilo in bocca.” Le parole rimbalzarono nella stanza come qualcosa di più grande di lei. Come se non fosse stata Gaia a dirle. O forse sì. Forse era solo la nuova Gaia, che finalmente prendeva spazio. Lui annuì. Si piegò. Lo sfilò. Lo succhiò.
Gaia lo fissava. “Che sapore ha?” Lui non rispose subito. Devozione e vergogna lo facevano tremare. Poi, con un filo di voce: ”Diverso… dal vostro”. Lei sorrise appena, inclinando la testa. “Giusto. Noi sappiamo di pelle, di sangue, di desiderio. Tu...di gabbia, di pavimento, di vergogna.”
Poi lo girò con un gesto secco. Gli fece appoggiare il petto sul divano, le ginocchia sul bordo. Lo lasciò lì, con il culo in alto, aperto, esposto. Lo prese con colpo violento e profondo.
Alle sue spalle, il suo compagno si avvicinò. Le mani le sfiorarono i fianchi, salirono lungo il busto, le strinsero il seno con forza. Poi la spinse in avanti, e la penetrò di nuovo. Un movimento pieno, netto, carnale.
Gaia ansimò. Ogni spinta la faceva affondare più in profondità nel corpo del servo. Ogni colpo era un’onda doppia: riceveva e dava. Veniva presa, e prendeva. Era un ritmo concatenato, duro e osceno.
La mora si toccava piano, un dito sulle labbra, poi sul seno, la figa in faccia allo schiavo. “Non puoi toccarmi. Ma guarda cosa ti perdi.” Si accarezzava lenta, bagnata, senza pudore. I fianchi che si muovevano a ritmo. Il respiro spezzato. Il corpo si tendeva, le gambe che tremavano. Poi il gemito, profondo. Venne.
Gaia la guardava e il suo compagno le guardava entrambe e non resse più. Le mani sui fianchi di Gaia, un colpo, poi un altro e venne anche lui. Dentro di lei, dentro il suo culo.
La mora, ancora ansimante, indicò un cucchiaino sul tavolo passato inosservato. “Sai cosa farci.” Gaia capì. Anche lo schiavo capì e impallidì.
Gaia si abbassò, prese il cucchiaino e raccolse ciò che colava tra le cosce. “ Apri. Lo prendi tutto.” Lui esitò. “Adesso. In ginocchio.” Lo imboccò lentamente, senza pietà. L’umiliazione era un sapore che gli colava giù per la gola. Gaia ora non era più solo spettatrice del desiderio: adesso lo guidava.
Il suo compagno, ancora dietro, le infilò due dita nella figa. Lei guardava la mora. “Tu sei venuta.” Fece un passo avanti. “Io…” Un colpo. Un brivido.
Un getto violento, caldo, diretto sul petto dello schiavo inginocchiato.” Ora lecchi tutto. Come un bravo cane.” Lui obbedì. Lingua a terra sul pavimento.
La mora la fissò. Orgoglio ferito, ego sfidato. “Ma questo… tu non hai il coraggio di farlo.” Si avvicinò. Si accovacciò sopra lo schiavo e gli pisciò in testa, senza staccare gli occhi da Gaia.
Era il battesimo. Era il passaggio. Era l’incoronazione.
La mattina dopo, lui ricevette un messaggio. Una foto. Un collare con un guinzaglio arrotolato. Sotto, solo una frase: “Trovami uno slave.”
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