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Prime Esperienze

Il brodo della gallina vecchia


di Membro VIP di Annunci69.it Viaggiante
17.05.2024    |    22.404    |    22 9.9
"Nel farlo feci cadere un rivolo di saliva sul buchetto posteriore, e cominciai a massaggiarlo con il pollice..."
In quel periodo, l’unico momento in cui riuscivo ad andare in palestra era la mattina all’alba.
In quella fascia oraria c’erano grossomodo sempre le solite facce: qualche impiegato di mezza età che provava a resistere alla pancetta, uno sparuto gruppetto di “mister muscolo” attentissimi al controllo allo specchio della postura del proprio esercizio, due o tre donne in carne sul tapis roulant.
Poi vi era lei: una donna matura, poco oltre la sessantina, corporatura minuta, ma ben scolpita da un lavoro quotidiano minuziosissimo, prima a corpo libero, poi con l’ausilio di qualche manubrio. Indossava le tipiche tutine attillate da palestra, che non lasciavano alcuno spazio interpretativo sulle sue caratteristiche fisiche.
Probabilmente doveva avere pochi vizi anche a tavola: l’effetto combinato con la palestra dava come risultato un fisico da ventenne.
Quando fui costretto per motivi lavorativi a queste levatacce pur di fare un po’ di attività fisica, per diverse settimane non la notai affatto, se non per la sua presenza costante (io non riuscivo ad esserlo completamente) e per la precisione che dimostrava nell’allenamento.
I miei gusti personali hanno sempre spinto le mie attenzioni verso donne con una rotondità pronunciata; se a ciò aggiungo la sua età, un po’ oltre il limite massimo del mio standard, mi risulta chiaro il motivo per cui per diverso tempo mi limitai a vederla, senza guardarla.
Una mattina, per puro caso, incrociammo gli sguardi per l’utilizzo di un attrezzo: per la prima volta potei apprezzare i suoi occhi chiari che spiccavano su una carnagione abbronzata, pur in pieno inverno. Il volto, piuttosto segnato dalle rughe, denunciava un’antica e forse eccessiva esposizione all’abbronzatura, ma un curatissimo caschetto bruno le conferiva comunque un aspetto assai gradevole. Incuriosito più che stuzzicato, cominciai a scrutarla attraverso gli specchi, convinto di poter così nascondere il mio sguardo. Guardandole il sedere piccolo e perfetto pensai che mai mi fosse capitata per le mani una tipologia di donna del genere. Stesa e divaricata proprio in prossimità dello specchio, mi offriva una timida intuizione delle sue labbra vaginali … pensai anche che mai prima di allora avevo guardato in quel modo una donna di quell’età, quasi vergognandomene un po’. Di colpo, cambiando specchio per cercare un punto di osservazione migliore, incrociai il suo sguardo riflesso: capii di essere rimasto fregato dal giochino. Pensando di guardala di nascosto, mi resi contro che in realtà si era accorta che la fissavo in maniera poco innocente. Imbarazzato, il mio sguardo scappò sull’orologio a muro: si era fatta la mia ora e me ne andai di fretta nello spogliatoio, a testa bassa. Nel fare la doccia, mentre mi insaponavo il pene, il pensiero tornò istintivamente al suo corpicino fasciato dalla sottilissima tutina. Abbassai la temperatura dell’acqua e mi risciacquai.
La mattina dopo, entrando nella sala attrezzi, la scrutai da lontano e tornò in me un senso di vergogna: avevo poco più di quarant’anni, una ventina in meno di lei! Credevo che la mia passione per le tardone fosse terminata una decina d’anni prima, quando sbavavo sulle quaranta-quarantacinquenni. Poi, gradualmente ed in maniera credo piuttosto naturale, l’età di interesse si era via via abbassata. L’episodio del giorno prima mi stava creando disagio.
“Ciao”, mi disse un po’ di sorpresa, sbucandomi da dietro con un manubrio in mano, interrompendo il flusso dei miei pensieri disorientati. “Buongiorno”, risposi senza avere la lucidità per rilanciare al primo saluto dopo mesi di indifferenza.
Dopo poco mi affiancò per fare qualche esercizio a corpo libero. Dopo la figuraccia del giorno prima mi ripromisi di contenermi e di non farmi fregare dagli specchi: non potevo fare nuovamente la figura del bavoso! Mi girai verso l’unico punto senza specchi, un po’ isolato, fra muro e finestre, e continuai le mie cose. Dopo pochi minuti, posizionò il tappetino proprio in quel punto, di fronte a me, si stese ed iniziò le sue contorsioni.
Iniziai a ipotizzare quale potesse essere la prospettiva che avesse potuto fregarmi: l’assenza di specchi mi convinse presto di trovarmi in territorio sicuro. Oltre a ciò, notai in lei un comportamento diverso rispetto al giorno precedente: faceva i suoi esercizi ad occhi chiusi, ritmando la respirazione. Effettuava le sue divaricazioni lasciandomi dietro, in ottima prospettiva, chiudendo gli occhi e comunque senza specchi a disposizione.
Cominciai a pensare che le mie occhiate del giorno prima non l’avessero offesa più di tanto.
Dandomi le spalle, iniziò a fare stretching alla schiena: inginocchiandosi ed avvicinando il petto a terra, offriva le sue natiche alla mia vista, quasi porgendomele come su un vassoio. Cominciai ad avere la certezza che la sua fosse una vera e propria esibizione consapevole. Ne ebbi la certezza quando si mise in posizione supina, questa volta in posizione favorevole all’incrocio di sguardi: prima si raccolse le ginocchia verso il petto per diversi secondi, poi si divaricò le ginocchia posizionandole sotto i propri gomiti. Nel farlo vidi il suo sguardo che cercava il mio: la provocazione era dunque stata lanciata con eloquente decisione.
A quel punto non potevo non accettare la sfida: ci guardammo fissi negli occhi per diversi secondi, quasi a formalizzare questa singolare sfida. Continuò con gli esercizi per bacino ed anche, selezionando con cura la propria posizione in maniera da potermi offrire la migliore visuale. Quel mattino il momento della doccia si fece troppo presto: anche quel giorno il pensiero della scena appena vista accompagnò la mia mano mentre mi insaponava il sesso.
Nelle due settimane successive il copione fu grosso modo sempre lo stesso. Il gioco fra noi si era fatto ormai chiaro ed evidente, ed il nostro posizionamento in palestra non era più condizionato dagli specchi, bensì dalla presenza delle altre persone: cercavamo di metterci negli angoli meno frequentati per poterci concentrare esclusivamente su di noi. L’allenamento mi sembrava sempre troppo breve e l’orologio frustrava sistematicamente ogni mia velleità di andare oltre lo spettacolo visivo, richiamandomi all’ordine.
La soluzione era a portata di mano, ma ingenuamente io non ci avevo pensato. Fu lei a suggerirmela, quando, nel salutarmi dopo la nostra “sessione”, mi chiese se avessi l’abitudine di allenarmi di sabato.
“Il sabato è il mio giorno libero con la scuola, posso venire anche verso le nove e fare le cose con più calma…”.
Per due settimane ci eravamo solamente salutati senza scambiarci una sola parola. In quel momento, con una semplice frase, mi stava dando tutte le informazioni che mi servivano. “Buona idea! A domani, dunque!” risposi con l’entusiasmo di un bambino.
Il giorno dopo, sabato, mi presentai in palestra alle nove. Le forti aspettative sembravano inizialmente essere disattese: la palestra era piena di gente e fu chiaro dall’inizio che non vi era nessuna possibilità di replicare la nostra consueta “attività”. Facemmo entrambi un allenamento “normale”, gravitandoci attorno e scambiando qualche battuta fra un esercizio e l’altro. Eleonora, così si chiamava, insegnava educazione fisica in un liceo. Le mancavano due anni alla pensione, che aspettava per potersi dedicare alla sua passione: andarsene a zonzo per il mondo. Aveva una figlia, sposata e residente all’estero. Il marito era un professionista che passava da una piattaforma petrolifera all’altra, passando settimane e settimane in medio-oriente.
Il ghiaccio era ormai sciolto, verso la fine dell’allenamento le chiesi se potesse fermarsi per un aperitivo: poco distante dalla palestra vi era un bar. Accettò di buon grado, nient’affatto sorpresa dalla mia richiesta, proponendo una variante. “Dopo ti spiego”, mi disse andando verso lo spogliatoio, “Ci vediamo dopo, nel parcheggio”.
Quando uscii, lei era già accanto alla propria auto. Mi disse subito che non voleva andare in un bar, troppo alto il rischio di sguardi indiscreti, ma che potevamo andare a bere qualcosa da lei. Rimasi sinceramente piuttosto sorpreso: la dinamica fra noi sembrava chiara, ma non la credevo così risoluta. Mi diede l’indirizzo di casa, un condominio signorile all’interno della ZTL. Avrei dovuto parcheggiare poco fuori, fare 200 metri a piedi, entrare, prendere l’ascensore ed andare al quarto piano. Seguii tutte le istruzioni, appena l’ascensore si aprì al quarto piano, un portone si aprì po’, vidi i suoi occhi chiari all’interno e sgattaiolai dentro.
In sala vi era già una bottiglia di prosecco in un cestello col ghiaccio, olive e salatini.
“Vedo che avevi già pianificato tutto” le dissi con un po’ malcelato imbarazzo.
“Alla mia età il tempo da perdere è sempre meno”, mi disse aprendo la bottiglia …”Ho imparato a limitare i convenevoli”.
Con mio notevole stupore, i suoi argomenti ed i suoi toni si fecero da subito molto espliciti, e ciò mi pareva stridesse con una persona così fine e curata, che viveva in un contesto così signorile.
“Abbiamo passato le ultime due settimane a flirtare in palestra … se ti ho chiesto di salire da me non è certo per parlare di letteratura”, mi disse porgendomi il calice. “Abbiamo entrambi un’età che ci permette di mettere da parte l’ipocrisia e le formalità.”
Con quella frase sembrava avesse abbattuto un muro. Passammo un quarto d’ora a raccontarci i turbamenti degli ultimi giorni, delle mie insaponate all’uccello sotto la doccia, ripensando a quanto appena visto in palestra, delle sue furiose masturbazioni serali immaginando l’esibizione dell’indomani. La bottiglia finì in un baleno.
“Mi hai fatto sentire desiderabile e desiderata, e non è scontato alla mia età. Sono abituata a contesti sociali dove tutto è filtrato da sovrastrutture di facciata, dove non si è abituati a dire ciò che si ha dentro, ma solo ciò che è opportuno dire. Hai saputo risvegliare in me degli istinti ormai anestetizzati, vorrei non rimanessero soltanto delle “madeleine” di gioventù. E poi, perdona un po’ di vanità femminile, mi piace anche pensare di aver solleticato una persona così tanto più giovane di me…”.
Nel dire ciò mi si avvicinò con il bicchiere vuoto ancora in una mano, mentre l’altra mi sfiorava in mezzo alle gambe, dove il mio migliore amico dava subito pronti segni di risveglio da sotto la tuta.
“Beh … visto che non abbiamo tempo per perderci in convenevoli …” dissi mentre abbassavo assieme pantalone e mutanda. Eleonora si mise a sedere sulla seduta del divano e cominciò a baciarmi l’uccello, lentamente, con gli occhi chiusi. Per me rimaneva una strana sensazione … ammirare dall’alto una fine e distinta sessantenne alle prese con il mio sesso rimaneva una scena inedita. Fattosi turgido lo prese tutto in bocca, cominciando a lavorarlo prima lentamente, poi aumentando il ritmo.
Per un attimo se lo tolse di bocca, aprì gli occhi e mi fissò. “Ti prego, non trattarmi da signora, mi sono stancata di esserlo!”, disse riprendendoselo poi tutto in bocca, in profondità.
Le presi la testa con due mani e le scopai con decisione la bocca, dandole solamente una minima tregua per riprendere ossigeno. Poi la feci alzare per spogliarla, in un attimo ci togliemmo i pochi e comodi indumenti post-palestra e ci ritrovammo nudi.
Eleonora aveva un corpo ancora stupendamente scolpito, abbronzato integralmente. Le buttai la mano sotto, trovandola già umida. Quindi la piegai alla pecorina sull’alto bracciolo del divano e cominciai a leccarla.
Finalmente potevo assaggiare ciò che per giorni avevo solo immaginato: con le mani le aprii bene le due piccole e sode natiche e tuffai la faccia dentro. La lingua si fece facilmente strada fra le labbra rasate, non trovando nessuna resistenza ad esplorazioni profonde. Poi passai al buchetto posteriore e notai un irrigidimento. Alzo un po’ la schiena, dalla sua reazione capii che probabilmente non se lo aspettava. La spinsi giù di nuovo, con energia, e di nuovo tornai ad aprire con le mani il frutto proibito.
“Persino il culo mi lecchi, sei proprio un porco. Il mio porco!” mi disse con arrendevole rassegnazione.
Poi la buttai sul divano di schiena e le afferrai le gambe all’altezza delle ginocchia, divaricandole il più possibile, quasi a replicare gli esercizi mattutini. Tenendola ben divaricata tornai a leccarla davanti: era ormai estremamente bagnata e dilatata. Capii che stava per venire quando mi prese la testa con entrambe le mani ed esercitò una forte pressione verso di sé, aggiustando la posizione della mia lingua sulla sua clitoride. Si lasciò andare ad un lungo gemito mentre la mia lingua era spalmata sulla sua vagina pulsante.
Raggiunto il primo orgasmo, decise di tornare a dedicarsi a me: fu il mio turno a stendermi sul divano, e subito prese a leccarmi le palle, poi l’asta, poi ancora le palle. Dopo poco mi venne sopra, si infilò l’uccello con un colpo di reni e cominciò a muoversi dolcemente. La sua esile costituzione dava a quel movimento una grazia unica. Mi tornò in mente la sua raccomandazione di poc’anzi e d’istinto le presi i fianchi e le diedi una lunga scarica di colpi energici. Parve apprezzare parecchio quel cambio di registro. La misi sotto di me, tornai a divaricarle con forza le gambe e la penetrai per diversi minuti. La sentii avvicinarsi nuovamente all’orgasmo. Dopo poco mi chiese di venire insieme a lei, mentre premendo le mani sulle mie natiche impostava il ritmo della goduta ai miei colpi. La assecondai in tutto, nel ritmo e nella pressione, finché la sentii godere nuovamente mentre rinnovava l’invito ad accompagnarla.
A fatica riuscii a trattenermi. Avevo altri piani. La rimisi nella posizione iniziale, a pecora sul bracciolo, e la penetrai da dietro. Guardo in basso sempre con molto gusto mentre scopo alla pecorina, e quella volta non fece eccezione. Nel farlo feci cadere un rivolo di saliva sul buchetto posteriore, e cominciai a massaggiarlo con il pollice. Eleonora sembrò apprezzare molto e diede impulso alle mie intenzioni aprendosi bene le chiappe con entrambe le mani. Mentre la scopavo, il massaggio anale si faceva sempre più profondo, coadiuvato da periodiche colate salivari.
Ormai le mie intenzioni erano chiare. “Non lo prendo dietro da tanti anni, dai tempi del mio primo fidanzato”, mi disse, “mio marito non ha mai manifestato nessun interesse”.
“Si è fatto tempo di revival”, le risposi sentendo l’orifizio che si abbandonava lentamente al mio dito, rimovendo gradualmente ogni resistenza.
Le tolsi l’uccello dalla passera, appoggiando la cappella al buchetto. Eleonora cercava di agevolare la penetrazione allargandosi il più possibile, ma la cappella faticava a sfondare. “Su, dimostra a te stessa quanto sei vacca, oggi nessuno è qui per giudicarti”, le dissi aumentando la pressione. Mentre il cazzo cominciava ad avanzare di pochi millimetri, le uscì un lungo lamento, che inizialmente sembrava essere di dolore, ma come riuscii a riempirla si trasformò in godimento puro. Con una mano cominciò a masturbarsi e nel farlo ebbi l’impressione che ciò favorisse la penetrazione anale. Finalmente le stavo stantuffando quel bel sederino che adorava espormi. “Inculami, inculami, inculami, inculami …” comincio a dirmi a raffica mentre aumentava il ritmo del movimento della mano che le stava lavorando la patata abbronzata. Arrivato al limite, aumentai la frequenza dei miei colpi, portandola in sincronia col suo movimento masturbatorio. Quando le inondai il culo col mio seme caldo, le scappò un urlo. Stava godendo ancora, mentre io ero ormai ai colpi finali del mio orgasmo.

“Grazie”, mi disse chiudendo la porta di casa alle mie spalle, dopo aver controllato che il pianerottolo fosse vuoto ed aver chiamato l’ascensore.
Continuammo a vederci con una certa costanza per un paio d’anni. Poi raggiunse la pensione e cominciò a viaggiare. Il marito, talvolta, la raggiunge.
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