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Prime Esperienze

Quando fuori piove


di plin
23.10.2026    |    9    |    0 6.0
"«Dai, lo voglio, prendimi il culo» Iniziai ad infilare la cappella e mi fermai..."
Lucilla aveva un anno più di me e, a quell’età, un anno sembrava un’enormità.
Lei sapeva sempre tutto prima. Le parole nuove, le mode, le storie che circolavano a scuola.
Aveva una curiosità quasi sfacciata verso il mondo e una particolare insofferenza per tutto ciò che iniziava con «non si può» o «non si deve».
Io ero diverso. Più timido, più prudente. Ma soltanto finché restavo fermo.
Una bicicletta, un pallone o un albero sul quale arrampicarmi e diventavo improvvisamente quello coraggioso.
Forse era proprio per questo che funzionavamo così bene.
Eravamo vicini di casa e quasi ogni pomeriggio, quando uscivamo da scuola, Lucilla era già lì. A volte seduta sul muretto davanti a casa, altre volte compariva dal nulla appena sentiva il rumore della mia bicicletta.
«Finalmente.»
Era il suo modo di salutarmi.
Poi c'erano i pomeriggi di pioggia.
Quelli erano diversi.
Quando l'acqua batteva contro le finestre e ci impediva di uscire, finivamo quasi sempre nel grande soggiorno di casa sua.
Inventavamo giochi, rovistavamo tra vecchi libri e videocassette, ascoltavamo musica e parlavamo di tutte quelle cose che cominciavano a incuriosirci mentre stavamo crescendo.
Lucilla faceva domande su tutto. Io spesso fingevo di conoscere le risposte.
Una volta scoprimmo qualcosa che suo padre aveva accuratamente nascosto dietro una fila di libri. Non avremmo dovuto curiosare, naturalmente, e proprio per questo Lucilla decise immediatamente che dovevamo farlo.
Ricordo ancora il suo sorriso.
«Hai paura?»
«No.»
Mentivo.
Quello che accadde di li a poco quel pomeriggio rimase uno dei nostri piccoli segreti.
Non tanto per ciò che avevamo trovato, quanto perché per la prima volta ci rendemmo conto che esisteva un mondo degli adulti di cui parlavamo ma non capivamo ancora.
Lucilla senza dire nulla infilò la videocassetta nel videoregistratore, accese la tv, ci sedemmo sul divano dove eravamo soliti rilassarci e spinse il tasto play sul telecomando.
La scena che ci apparve ci fece arrossire di imbarazzo.
Un uomo in piedi con la sola maglietta addosso si toccava lentamente il pene eretto con la mano guadando la ragazza in reggiseno stesa sul letto masturbarsi.
Lucilla mi guardò negli occhi, non so se più imbarazzata o eccitata.
Fermò la videocassetta sull’immagine dei due attori intenti ad osservarsi e masturbarsi, si abbassò i pantaloni e fece sparire la sua mano sotto le sue mutandine.
«Cosa fai, ti vergogni?» disse guardandomi.
Ero eccitato, mi ero già masturbato prima, ma mai davanti ad una ragazza.
«No, ma» non riuscì a finire la frase, l’eccitazione prese il sopravvento.
Mi abbassai i pantaloni ed iniziai timidamente a masturbarmi davanti a Lucilla.
Ci guardavamo negli occhi carichi di eccitazione.
«Posso toccarti io?» mi disse.
Non riuscì a rispondere, annuì solamente.
Eravamo curiosi di scoprirci. Allungò la mano con cui fino a poco prima si masturbava e avvolse la mia asta turgida. Sentivo la sua mano bagnata goffamente muovere la pelle del mio pene lasciando apparire e scomparire la cappella.
«Ti piace?»
Mi feci coraggio.
«Sei bravissima, posso toccarti anche io?»
«Devi farlo!»
Allungai la mano vicino alla sua vagina, sentì la sua peluria sul palmo, ero inesperto, goffo.
«Metti un dito tra le labbra, non infilarlo dentro»
«Ora muovi quella montagnetta»
Mi sentì prendere la mano e guidarla dove voleva lei.
La sentì inumidirsi.
Il suo fiato si fece corto.
Ero tutto bagnato del suo liquido.
Perso dall’eccitazione e dalla sua mano che mi masturbava esplosi con un getto di sperma deciso.
Silenzio.
Ci riguardammo negli occhi.
«Non lo diciamo a nessuno» dissi.
Ci rivestimmo, sistemammo la videocassetta nello stesso punto esatto dove l’avevamo trovata e tornammo silenziosi sul divano.
Nei mesi successivi tornammo spesso a parlarne, ma poi ognuno tornava a casa con i propri pensieri. Io mi masturbavo.
Un pomeriggio ci trovammo nuovamente soli a casa di Lucilla senza i suoi genitori.
Stavamo ridendo come eravamo soliti fare parlando del più o del meno quando mi tornò in mente la videocassetta.
«Luci ti va di guardare ancora se c’è quella cassetta nella libreria?»
«Curioso!»
I nostri visi si arrossarono ma andammo a prendere la videocassetta.
Quando spingemmo il tasto play sul telecomando, la scena era ferma dove l’avevamo interrotta. L’attore si avvicinò alla ragazza che gli prese in mano il pene e lo iniziò a leccare, succhiare.
Lucilla fermò nuovamente l’immagine.
«Voglio provare, chissà che sapore hai!»
«Togliti tutto»
Ubbidì. Ero eccitato.
Lucilla si avvicinò, si inginocchiò, prese in mano il mio cazzo e se lo infilò in bocca.
Sentì per la prima volta la sua saliva bagnarmi la cappella.
Era goffa ed inesperta, ma in quel momento mi sembrava di essere in paradiso.
Iniziò a masturbarmi mentre me lo leccava, io ero in silenzio. Mi godevo il momento.
Non riuscì a trattenermi, gli riempì la bocca di crema appiccicosa biancastra.
Lucilla mi guardò stupita. Provò a deglutirne un po' ma poi corse in cucina e lo sputò via.
«Scusami Luci»
«Non devi scusarti, ora tocca a te» rispose eccitata.
Si sedette sul divano e io mi accomodai vicino.
Come la volta precedente iniziai a toccarle la figa con la mano, ma vedevo che lei voleva di più.
«Scemo, baciamela»
Mi inginocchiai davanti a lei ed iniziai prima a baciarle la vagina poi a leccargli le labbra. Aveva un sapore acidulo, ma il sentirla eccitata mi fece tornare una erezione incredibile.
Con le mani mi teneva la testa tra la sua figa, io leccavo ed avevo iniziato a masturbarmi.
La sentì venire con un sospiro deciso, mi trovai le labbra e la lingua imbrattati del suo sapore.
Non mi trattenni e rivenni li, in ginocchio davanti a lei.
Ci sedemmo sul divano, così seminudi e sporchi di noi.
Poi arrivò l'estate. E subito dopo, senza che io avessi davvero capito quanto fosse imminente, arrivò il trasloco. Il camion comparve davanti a casa sua un sabato mattina. Lucilla partì con i suoi genitori.
Promettemmo di scriverci.
Promettemmo che ci saremmo rivisti.
Promettemmo soprattutto che niente sarebbe cambiato.
Naturalmente cambiò tutto.
Passarono gli anni. Le nostre vite presero direzioni differenti e Lucilla diventò poco più di un nome legato a una quantità sorprendente di ricordi.
Finché, molti anni dopo, in un pomeriggio di ottobre, entrai in un piccolo bar per ripararmi da un temporale.
Ordinai perso nei miei pensieri un caffè e mi sedetti vicino alla finestra.
Fu allora che sentii una voce alle mie spalle.
«Sei sempre stato pessimo a riconoscere le persone.»
Mi voltai.
Per qualche secondo vidi soltanto una donna che mi osservava divertita.
Poi riconobbi gli occhi.
Lucilla.
Era cambiato quasi tutto.
Eppure quel sorriso era esattamente lo stesso.
«Non ci credo.»
Lei si sedette davanti a me senza aspettare un invito.
«Io invece sì. Ti ho riconosciuto subito.»
Fuori la pioggia aumentò.
Restammo a guardarci per qualche secondo, entrambi con troppe domande e nessuna idea di quale fare per prima.
Poi Lucilla appoggiò i gomiti sul tavolo.
«Ti ricordi i pomeriggi di pioggia?»
Sorrisi.
«Alcuni.»
Lei inclinò appena la testa. Era tornata, per un istante, la ragazzina curiosa della casa accanto. «Bugiardo.» Ridemmo.
Ma subito dopo il suo sguardo cambiò.
«C'è una cosa che non ti ho mai raccontato.»
Lucilla lasciò la frase sospesa tra noi, accompagnandola con quel sorriso che ricordavo bene.
Aspettai che continuasse, ma si alzò e tornò dietro il bancone. «Non adesso.»
Prima che potessi protestare, guardò l'orologio.
«Stasera chiudo alle nove. Se vuoi, torna.»
Disse quelle parole con leggerezza, ma subito dopo abbassò lo sguardo, quasi pentita di essersi esposta troppo.
Pagai il caffè e uscii.
Da quel momento la giornata diventò interminabile.
Provai a occuparmi d'altro, ma continuavo a pensare a lei. Al nostro incontro assurdo, al suo sorriso, soprattutto a quell'invito.
Alle nove.
Più cercavo di non pensarci, più guardavo l'orologio.
Alla fine arrivai davanti al bar con qualche minuto d'anticipo.
Attraverso la vetrina vidi Lucilla intenta a pulire il bancone.
Entrai.
Lei sollevò gli occhi, poi guardò l'orologio.
«Sei in anticipo.»
Sorrisi.
«Di poco.»
Scosse la testa divertita e riprese a pulire.
Mi avvicinai al bancone.
La sicurezza che aveva mostrato nel pomeriggio sembrava essersi leggermente incrinata. Continuava a sistemare bicchieri già perfettamente allineati, evitando per qualche secondo di guardarmi.
Quando finalmente lo fece, nei suoi occhi ritrovai quella malizia che ricordavo.
«Avevi proprio fretta di tornare.»
Non risposi.
Feci il giro del bancone.
Lucilla rimase ferma.
Il sorriso le scomparve lentamente dalle labbra.
Adesso eravamo abbastanza vicini da sentire entrambi che qualcosa era cambiato.
«Che fai?»
La sua voce era più bassa.
Mi avvicinai ancora e la baciai.
Fu un bacio breve, prudente.
Quando mi allontanai, Lucilla rimase a guardarmi.
Poi sorrise.
«Questo non me lo ricordavo.»
Stavolta fu lei ad avvicinarsi.
Il secondo bacio non ebbe la stessa prudenza.
Quando ci separammo, Lucilla guardò istintivamente verso la vetrina.
«Non qui.»
Andò alla porta, girò la chiave e abbassò la serranda.
Poi spense le luci.
Una dopo l'altra.
Il bar scomparve nella penombra.
Rimase accesa soltanto una piccola luce nel retro.
Lucilla tornò verso di me. Sembrava divertita da quello che stava succedendo, ma anche emozionata, quasi incredula.
Mi prese la mano.
«Vieni.»
Dietro il bancone una porta conduceva al magazzino.
Scatoloni. Scaffali. Casse di bottiglie. Il ronzio di un frigorifero.
Lucilla chiuse la porta alle nostre spalle.
Per qualche secondo restammo semplicemente lì.
Lei appoggiata allo scaffale.
Io davanti a lei.
Adesso che eravamo soli sembrava aver perso parte della sua audacia.
Abbassò gli occhi e sorrise.
«Non guardarmi così.»
Mi avvicinai.
Quella volta non ci fu bisogno di dire altro.
Ci baciammo di nuovo con una passione travolgente accumulata durante tutta la giornata.
La girai, Lucilla si appoggiò al muro.
Le abbassai veloce e deciso gonna e mutande in un sol colpo vedendo apparire davanti a me un sedere sodo, liscio stupendo.
«Sembra il sedere di una ragazza» dissi.
«Ti piac...»
Non riuscì a finire la frase che la mia lingua tra le labbra della figa la fece sussultare.
La leccai da dietro, sentii nuovamente quel sapore acidulo sulla lingua che avevo dimenticato.
Iniziai a scoparle la figa con la lingua, lei respirava forte.
«Sei molto migliorato» cercò di dire.
Non mi fermai, volevo prepararla.
«Ti prego scopami, fammi godere, ne ho bisogno»
Mi tolsi i pantaloni. Senza indugiare troppo, appoggiai il cazzo alle sue labbra e lo spinsi dentro, lentamente. Volevo gustarmela, sentirne la forma.
Iniziai a prenderla da dietro, sempre più profondo sentendola ansimare.
Le tolsi la maglia, le slacciai il reggiseno e le strinsi con le mani il seno.
Sotto le mie spinte lo sentivo muoversi, ancora non lo avevo visto, ma al tatto sembrava liscio, morbido ma comunque sostenuto.
«Voglio risentire il tuo sapore»
«Ora?»
«Si ora, esci» mi disse.
Tolsi il pene dalla sua figa, la vidi girarsi, inginocchiarsi e prenderlo in bocca.
Sembrava decisamente molto più esperta della prima volta. Lo succhiava decisa, mi leccava la cappella e poi nuovamente lo pompava.
Stavo per esplodere.
«Lucilla fermati, non voglio venire così»
Si alzò e si sedette sull’unico angolo del tavolino che non aveva appoggiate bottiglie vuote.
Mi avvicinai puntai il cazzo sulla sua fessura e la penetrai.
Iniziammo a limonarci mentre il godimento dei nostri sessi si faceva strada in un piacere intensissimo.
La pompavo deciso, era bagnatissima e apertissima.
Lucilla godeva libera soffiando il suo piacere.
Improvvisamente mi disse: «non ho mai provato, ma voglio farlo»
Mi fermai, non capivo cosa volesse.
«Voglio che me lo metti dietro, nel sedere»
«Non ho mai provato, ma voglio farlo, il tuo cazzo deve essere il primo»
Rimasi fermo per un attimo ma mi eccitò tantissimo l’idea di incularla.
Si mise in piedi, gomiti appoggiati al tavolino offrendomi il suo culo.
Feci passare la mia lingua da dietro sulle sue labbra bagnatissime della figa. Sembrava tesa ma eccitatissima. Iniziai a lubrificarle il buco inviolato, sputai, iniziai ad infilarle un dito facendomi spazio in quel foro rigido.
Poi due dita.
Sembrava iniziasse a rilassarsi, ma non diceva nulla, non emetteva suoni.
«Proviamo?»
«Proviamo! Fai con calma!»
Feci passare il mio glande tra le sue labbra per bagnarlo, lo infilai in figa per qualche colpo e poi lo puntai sul suo buco nuovo.
«Dai, lo voglio, prendimi il culo»
Iniziai ad infilare la cappella e mi fermai.
Lucilla non parlava, non emetteva suoni, ma fece segno di fermarmi.
«Ora continua»
Lento mi infilai interamente.
Mi fermai dentro. Era strettissimo e teso.
Senti Lucilla iniziare a tirare e lasciare la sua muscolatura.
Stava prendendo la forma.
Iniziai piano a muovermi.
«Si, continua, inizia a piacermi, continua, non smettere»
«Scopami il culo»
«E’ tuo!»
Queste parole furono il mio lasciapassare. Iniziai a scoparla sempre più forte.
Lucilla ansimava.
Con la mano iniziai a masturbarle il clitoride mentre la inculavo.
Iniziò a contorcersi ed a mugugnare forte.
Mi allagò la mano. Venne.
Mi fermai un attimo, e poi ripresi a scoparla lentamente.
«Continua! Voglio che mi vieni dentro il culo, continua!»
Non me lo feci ripetere. Continuai a pomparla assecondando il mio piacere.
Esplosi.
Uscendo dal sedere, mi tirai dietro anche la sborra.
«Sei una porcella Lucilla»
«E tu non sei da meno, moccioso!»
Scoppiammo a ridere!
C'era qualcosa di assurdo e allo stesso tempo incredibilmente naturale in quella serata.
Si alzò, aprì il frigorifero e prese due birre.
Lasciò lo sportello aperto.
La sua luce bianca diventò l'unica illuminazione della stanza.
Tornò accanto a me e mi porse una bottiglia.
Facemmo un brindisi senza nemmeno decidere a cosa.
Fuori aveva ricominciato a piovere.
Per qualche minuto bevemmo in silenzio.
Poi lei appoggiò la testa sulla mia spalla.
Quel gesto mi colpì più di tutto il resto.
Era familiare.
Sollevò appena il viso.
«Comunque...» disse.
La guardai.
«Il segreto non te l'ho ancora raccontato.»
Sorrisi.
Lucilla bevve un sorso di birra e tornò ad appoggiarsi alla mia spalla.
«Così hai una scusa per tornare.»




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