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Prime Esperienze

Un pomeriggio in spa 2 - Io sono R-


di Veronique72
16.04.2026    |    454    |    6 9.6
"E che, nonostante questo, conosce il mio corpo in un modo così intimo da farmi reagire ancora..."
Sono eccitatissima. Nuda, a pecora, col sedere in sù ed il viso schiacciato sul pavimento. Sto succhiando un grosso membro, mentre altri due li stringo nelle mani. E da dietro vengo pompata, violentemente, senza tregua, senza ritmo, senza pietà.

È troppo, è tutto insieme, è un pieno che non si svuota. Ma non riesco a venire. Non riesco a venire, maledizione! È lì, lo sento, lo inseguo… e mi sfugge, sempre, come se qualcosa dentro di me lo trattenesse, come se non volesse lasciarmi andare davvero.

La musica proveniente da Alexa mi strappa via di colpo. Ed in un attimo sono sveglia. È come cadere. Il corpo resta caldo, la mente no. Dalle tende filtra una luce sporca, stanca: un altro giorno uggioso, freddo, d’inverno. Resto ferma qualche secondo, ancora intrappolata in quella sensazione sospesa.

Stanotte ho fatto uno di quei sogni erotici che non ti danno pace, che non ti soddisfano: ti accendono e ti lasciano lì, incompleta, con quell’onda che continua a salire senza mai rompersi.

A non c’è. Questa assenza è una presenza netta, concreta.

Allungo la mano senza pensarci, come se il mio corpo sapesse già cosa fare. Trovo il mio sexy toy. Lo accendo. Vibra subito, deciso, quasi arrogante. Lo porto tra le gambe, sulla mia fica già tesa, già pronta, già in attesa di qualcosa che non è solo fisico.

Le prime vibrazioni mi attraversano, mi scuotono, mi centrano. Non c’è più distanza tra me e quello che sento. E finalmente cedo. Un gemito spezzato, quasi rabbioso, finalmente l’orgasmo arriva: violento, liberatorio, come una resa più che una conquista.

Resto immobile, il respiro corto, il corpo ancora attraversato da piccoli spasmi. Non è solo piacere. È sollievo. È scarico.

La coperta in fake fur mi accarezza la pelle, calda, morbida, accogliente. Vorrei restare lì, sospesa, protetta da tutto. Ma il corpo chiama di nuovo, più banalmente. Un crampo leggero allo stomaco. La realtà.

Devo alzarmi. Lasciare quell’alcova e tornare a qualcosa di semplice: latte, caffè, marmellata di arance. Quelle che A fa per me.

Vado in bagno: gesti automatici, ripetitivi. Mi guardo appena. Prendo il cellulare. Tre messaggi su WeChat. La Cina è già avanti. Io no.

Poi lo vedo. Telegram. C.

Il nome mi crea una piccola contrazione interna, quasi impercettibile, ma precisa. Strano. Non ci siamo più cercati. Non dovevamo. Solo quel messaggio finale, pulito, definitivo:
«Grazie, è stato un pomeriggio indimenticabile, mi sento travolto… a mai più».

Perfetto così. Senza seguito. Senza crepe.

Era quello l’accordo. Tacito, ma necessario. Lo avevamo costruito tra i corpi, tra i respiri spezzati, tra il piacere condiviso e delimitato.

«Dimmi il tuo nome», mi aveva detto, la voce bassa, mentre mi scopava sulla cavallina. Io spingevo contro di lui, cercando di prenderlo tutto, senza pensare, senza filtrare.
«Sono R”.

Era bastato quello.

Ma poi:
«R… voglio rivederti ancora”.

Lì qualcosa si è incrinato. Non nelle parole, ma nell’intenzione. Troppo vera. Troppo fuori contesto. Più proibita di qualsiasi gesto fatto quel pomeriggio.

Mi sono fermata. Ho sentito una distanza nascere all’improvviso. Mi sono girata, l’ho guardato, ho sfilato il suo membro dalla mia vagina, ancora viva, ancora aperta, ancora pronta ad esplodere. Ma non per lui, non in quel modo.

Me ne sono andata. Ho raggiunto A.

Lui era dentro L, la scopava con una naturalezza brutale. Lei completamente abbandonata, sudata, aperta. E lì ho ritrovato il centro.

C era rimasto indietro, sospeso, confuso. Ma non abbastanza da fermarsi. Quando è tornato, lo ha fatto con un’altra energia: più dura, più sporca, più possessiva. Mi ha ripresa da dietro, forte, come se volesse cancellare qualcosa. Le sue dita sul mio capezzolo non cercavano più risposta, ma controllo.

E io l’ho lasciato fare, ma ero già distante. Dovevo!

Il giorno dopo, il suo messaggio aveva chiuso tutto. Aveva capito. Aveva rispettato. E questo mi aveva rassicurata. Perché quello era stato solo un gioco. E al centro, per me, c’era A. Sempre.

Eppure ora quel messaggio riapre qualcosa.

Perché adesso? Perché rompere quella linea proprio adesso?

Lo apro.

«Ciao R, volevo invitare te ed A ad una festa molto particolare. Sono certo che vi piacerebbe. Si tratta di una festa a tema “Eyes Wide Shut”. Io verrò lì con una mia amica, che sono sicuro A apprezzerà… ed anche tu», conclude con l’emoticon della faccina che fa l’occhiolino.

Resto a fissare lo schermo.

“Una mia amica…”.

La frase si incastra subito in un punto preciso della mia mente. «Ma come? L non era sua moglie?» Il pensiero è rapido, quasi automatico, ma lascia una traccia. Una crepa sottile.

Eppure, invece di allontanarmi, mi avvicina ancora di più a quella situazione. Perché rende tutto più libero, più ambiguo, più pericoloso.

Mi rendo conto che C è, in fondo, uno sconosciuto. E che, nonostante questo, conosce il mio corpo in un modo così intimo da farmi reagire ancora. Questo contrasto mi eccita. Mi bagna. Subito.

Eyes Wide Shut.

L’immaginazione prende forma senza chiedere permesso. Una maschera. Piuma viola. Un mantello nero. Sotto, pelle. Solo pelle. I miei capelli ramati a sfiorare i capezzoli, duri, esposti. Il perizoma di pizzo aperto, la fica nuda, liscia, pronta. Rossetto rosso. Tacchi.

Non è solo un’immagine. È una posizione mentale. È il modo in cui potrei essere guardata, desiderata, presa senza nome.

Ne parlo con A. Accetta subito. Lo vedo: gli piace. Gli piace troppo.

Quella sera A è più attento, più acceso, come se stesse già vivendo quella festa nella testa. Nota il vibratore.
«Hai fatto ancora uno di quei sogni?».
«Sì… mi sono svegliata fradicia. Avevo voglia del tuo cazzo… ma tu non c’eri. Ho dovuto fare da sola”.

Lo guardo mentre lo dico. Non è solo una constatazione. È un invito.

«Brava…».

La sua voce si abbassa. Mi vuole nuda. Sempre. Non è una richiesta. È una condizione.

Mi prende da dietro. Non aspetta. Infilza il suo cazzo dentro, a freddo. Il corpo si irrigidisce un attimo, poi si bagna e cede. Si apre.

«Ora ti scopo io… poi ti scopi tu”.

Le sue parole sono semplici, ma entrano quanto lui. Le sue mani sulle mie tette, il capezzolo tirato, girato, quasi punito. Il respiro sul collo. I denti.

E io mi sposto. Dentro. Altrove. Alla festa. Ai corpi coperti e scoperti, agli sguardi che non chiedono permesso.

Lui continua a muoversi dentro di me, ma una parte di me è già lì, esposta, osservata, desiderata da altri.

Bastano poche vibrazioni del mio giochino. È troppo. È tutto insieme.

E vengo. Forte. Aperta. Senza più controllo.

Lui si ferma. Mi guarda. Non guarda me. Guarda quello che sono in quel momento: aperta, lucida, bagnata, selvaggia.

Il suo sguardo si fa più scuro, più concentrato. Si tocca. Veloce. Deciso. Come se non potesse più trattenersi.

Un ultimo scatto.

E poi arriva.

La pioggia calda del suo sperma sulla mia pelle.

Come un segno. Come una conferma.
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