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Un giocattolo in casa


di cuckoldAG
09.09.2026    |    1.685    |    6 9.7
"Quello era il suo posto: servire, pulire, aspettare il proprio turno che non era mai un turno di cazzo, solo di lingua e di obbedienza..."
Sharon era davanti allo specchio del bagno da almeno venti minuti. Capelli raccolti in modo che si vedesse il collo, rossetto scuro, ciglia lunghe. Nuda dalla vita in giù, solo il reggiseno nero che le spingeva su le tette. Le mutandine le teneva ancora in mano, un perizoma di pizzo che avrebbe messo all’ultimo, o forse non messo affatto. Marco stava dietro di lei, nudo, gabbia lucida tra le cosce, piedi freddi sul pavimento di ceramica. La guardava come si guarda un altare e un peccato insieme.

«Passami la crema. Quella per il corpo. Sulle gambe. Piano. Voglio arrivare liscia.»

Marco si inginocchiò. Le mani gli tremavano mentre le spalmava la crema dalle caviglie in su, polpacci, ginocchia, l’interno delle cosce. Ogni centimetro che toccava era un centimetro che tra poco avrebbe toccato Roberto. Sentiva il calore della pelle di lei, l’odore del sapone della doccia, e sotto la gabbia il cazzetto che premeva inutile, già umido.

«Anche il culo. Non fare il timido, cornuto. Stasera me lo prende anche lì, se gli gira.»

Marco obbedì. Dita lente, rispettose e sporche. Sharon si guardava allo specchio sopra la sua testa, si sistemava una ciocca, come se lui fosse solo un accessorio. Poi gli afferrò i capelli e se lo tirò contro la figa.

«Lecca. Solo un po’. Devo arrivare già aperta. Ma le mani restano giù. Se ti tocchi, la gabbia resta chiusa fino a lunedì e ti faccio sentire tutto dalla porta.»

Marco affondò. Sapore pulito, suo, appena umido. Lingua larga sul clitoride, poi sulle labbra, poi un po’ più dentro. Sharon gemette basso, si premette di più, si guardò negli occhi allo specchio mentre il marito le puliva la figa per prepararla a un altro uomo. Dopo un minuto lo spinse via col piede.

«Basta. Alzati. Vai ad apparecchiare. Tovaglia bella. Bicchieri giusti. Lui sta per arrivare e voglio che veda che in questa casa si serve bene.»

Il campanello suonò alle otto e dodici. Roberto entrò senza aspettare che Marco finisse di dire buonasera. Giacca sulle spalle, sorriso calmo, odore di dopobarba caro. Gli passò una mano sulla faccia, quasi affettuosa, quasi di possesso.

«Ciao cornuto. Vai in cucina. Io e tua moglie abbiamo da fare sul divano. Non interrompere.»

Non persero tempo. Sharon gli aprì i pantaloni ancora in piedi, gli prese il cazzo in bocca con un gesto abituato, saliva già. Poi si piegò sul bracciolo del divano, gonna alzata, perizoma tirato da una parte. Roberto la penetrò in un colpo solo, profondo, e iniziò a scoparla con una violenza tranquilla, da uomo che sa di avere tempo. Il legno scricchiolava. Sharon gemette col viso schiacciato sul cuscino.

«Così… proprio così… più in fondo… Marco è in cucina… sentilo…»

Marco sentiva tutto. Tagliava il pane, scaldava il sugo, mescolava con la mano che gli tremava. Ogni botta sul divano gli arrivava nello stomaco. La gabbia gli pulsava, le palle gli pendevano pesanti. A un certo punto sentì Roberto dire:

«Tienila aperta. Voglio venire dentro e lasciargliela piena per cena.»

Sharon rise, rotta.

«Sì. Lasciamogliela piena. Così sotto il tavolo ha da lavorare.»

Quando uscirono dal salotto, Sharon aveva le guance rosse e un filo lucido che le scendeva già lungo la coscia. Roberto si sistemava la cintura. Marco servì il vino senza alzare gli occhi.

A tavola si parlavano addosso. Lavoro, vino, una battuta sul letto che scricchiola. A metà secondo Sharon posò la forchetta, si accarezzò la pancia bassa con un sorriso lento.

«Mi sento un po’ troppo piena. Cola ancora. Il maritino sa cosa deve fare, vero?»

Roberto le mise una mano sulla coscia, alta, sotto la tovaglia.

«Vai, cuck. Sotto. E non fare rumore. Stiamo mangiando.»

Marco si infilò sotto il tavolo. Tovaglia sulle spalle, ginocchia sul pavimento, odore di sugo e di sesso. Aprì le gambe di Sharon. La figa era un disastro caldo: labbra gonfie, aperte, un fiotto di sborra bianca che le usciva a ondate piccole ogni volta che lei si spostava sulla sedia. Marco affondò. Lingua larga, succhiò, pulì, bevve. Sapore forte, amaro, di cazzo e di lei mescolati. Sopra di lui le forchette tintinnavano, Roberto raccontava una barzelletta, Sharon rideva e gli premeva la testa più a fondo con una mano, senza smettere di masticare.

«Bravo. Tutto. Anche se cola di nuovo. Resta lì finché non abbiamo finito.»

Marco restò. Leccò, aspettò, leccò di nuovo quando un altro filo scese. Le ginocchia gli facevano male. La gabbia gli faceva più male. Quando si alzarono, gli disse solo:

«Sparecchia. Lava. Poi aspetta in salotto. Il letto stavolta è nostro.»

Marco lavò i piatti uno per uno, pulì il piano, il fornello, il pavimento dove era caduta una goccia di sugo. Da solo, nudo, gabbia chiusa. Dalla camera arrivavano i rumori nuovi, più lenti e più profondi del divano. Il letto matrimoniale. Le molle. La testiera che batteva sul muro. La voce di Roberto, bassa:

«Questa è la figa di tuo marito. Stasera è mia. Dille che è mia.»

Sharon lo ripeté, rotta, quasi piangendo di piacere. Marco restò in salotto, seduto sul bordo del divano ancora caldo di loro, in attesa. Quello era il suo posto: servire, pulire, aspettare il proprio turno che non era mai un turno di cazzo, solo di lingua e di obbedienza.

All’alba sentì la porta. Roberto uscì già vestito, capelli umidi, faccia riposata. Gli passò accanto, gli posò una mano pesante sulla spalla, sorriso malizioso.

«Bravo il maritino cornuto. Vai a fare il tuo dovere. Ma non toccarla con quel cazzetto ridicolo. Quello resta in gabbia. La figa di tua moglie ormai è mia.»

Poi se ne andò. L’odore di dopobarba e di sesso rimasto nell’aria del corridoio.

Marco entrò nella loro camera. Sharon era distesa sul letto sfatto, accappatoio aperto, una gamba piegata, l’altra abbandonata. Dormiva ancora un po’, o faceva finta. La figa era il centro di tutto: labbra gonfie, arrossate, aperte come un frutto troppo maturo. Sborra rappresa sui bordi, più densa e bianca in fondo, un filo che le scendeva verso il buco del culo ancora leggermente aperto. L’odore era pesante, intimo, di ore. Di letto usato. Di un altro uomo nella loro casa.

Marco si mise in ginocchio sul materasso. Prima leccò le cosce, dove era colato e si era asciugato. Poi il pube, i peli umidi. Poi le labbra esterne, gonfie, calde sotto la lingua. Aprì piano con le dita e infilò la lingua dentro, lenta, a raccogliere. Sborra densa, un po’ fredda in superficie, ancora tiepida in profondità. Succhiò. Pulì ogni piega. Passò la lingua sul clitoride gonfio, lo sentì pulsare. Poi più giù, perineo, fino al culo. Lo leccò con la stessa cura, perché anche lì Roberto era stato. Sharon gemette nel mezzo sonno, gli mise una mano nei capelli, lo tenne premuto.

«Tutto, amore. Non lasciare niente di lui. Poi sei mio di nuovo.»

Marco obbedì fino in fondo. Leccò finché il sapore non fu solo lei, saliva e pelle, finché le labbra non furono lucide e pulite. Solo allora Sharon aprì gli occhi, si sfilò la catenina con la chiave e gli sbloccò la gabbia. Il cazzetto saltò fuori, piccolo, rosso, segnato, già duro e gocciolante. Lei non lo prese in mano. Gli mise accanto un fazzoletto piegato.

«Segati. Da solo. Guardami. Vieni lì. Poi andiamo sotto l’acqua.»

Marco si segò in ginocchio, gli occhi su di lei, sul letto sfatto, sulla figa che aveva appena pulito. L’orgasmo arrivò corto, umiliante, necessario, il seme nel fazzoletto. Lo piegò, lo gettò nel cestino.

In bagno l’acqua era calda. Si lavarono in silenzio. Sharon gli insaponò i capelli, la schiena, le spalle. Lui le passò le mani sui fianchi, sul culo, senza fretta, senza gabbia. Niente parole sporche. Solo respiro e sapone e pelle contro pelle. Quando uscirono, si avvolsero nello stesso accappatoio per un attimo, poi si abbracciarono ancora umidi, fronte contro fronte, nel corridoio che odorava ancora un po’ di Roberto.

«Lui è un giocattolo,» sussurrò Sharon. «Un cazzo grosso, una voce, una scusa per fare le cose sporche. Tu sei mio. Io sono tua. Il resto lo usiamo e lo buttiamo, quando ci gira.»

Marco la strinse. Il cuore gli batteva diverso, più lento. In cucina i piatti erano già puliti. Nel letto c’era ancora l’impronta di un altro. Ma tra le braccia di lei, nudi e lavati, erano di nuovo solo loro due. Come al solito. Come sempre, dopo che il gioco finisce e resta l’amore.
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