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Mia moglie in Stanza con lui


di cuckoldAG
09.09.2026    |    2.238    |    3 9.3
"Sharon gli accelerò la mano, gli premette il pollice sulla punta, gli parlò all’orecchio..."
Si erano conosciuti su Annunci69. Foto, messaggi, poi una chiamata. Maurizio, 48 anni, proprietario di un piccolo albergo fuori città, voce bassa, cazzo grosso nelle foto, tono da uomo abituato a prendere. Aveva scritto: «Portala. Il cornuto resta in gabbia. Io me la scopo di brutto e lei dorme da me.»

Sharon aveva detto sì. Marco anche. Soprattutto Marco.

Arrivarono nel tardo pomeriggio. Reception pulita, odore di legno e detersivo. Maurizio li accolse in giacca, sorriso calmo, lo sguardo che andò subito a Sharon, poi a Marco, come si valuta un oggetto già comprato. Cena in una saletta laterale. Vino, carne, parole poche. Maurizio le teneva una mano sulla coscia sotto il tavolo. Sharon rideva bassa. Marco mangiava quasi niente, la gabbia già umida sotto i pantaloni.

A un certo punto Maurizio si alzò, le mise la giacca sulle spalle.

«Tu sali con me. Lui resta. Camera 12. Non si tocca. Non si sblocca. Domani mattina, se è stato bravo, gli porti il regalino.»

Sharon si voltò verso Marco, gli accarezzò la faccia un secondo.

«Fai il bravo, cuck. Resta chiuso. Io vado a farmi scopare come si deve.»

Salirono. Marco rimase nella loro camera, nudo sul letto come gli era stato detto, gabbia lucida tra le cosce, le chiavi da qualche parte con Sharon. Sentì i passi nel corridoio, poi il silenzio. Poi, più tardi, lontano, un letto che batteva. Gemiti. La voce di Sharon che non usava con lui. La voce di Maurizio, bassa, sporca: «Apri. Tutta. Sei la puttana del cornuto e stasera sei mia.»

Marco si mise una mano sulla gabbia senza potersi fare niente. Il cazzetto premeva, inutile. Si addormentò così, nudo, palle piene, faccia nel cuscino, il rumore lontano che gli entrava nei sogni.

All’alba la porta si aprì. Sharon rientrò a piedi nudi, accappatoio dell’albergo aperto, capelli spettinati, labbra gonfie, un segno rosso sul collo. Odore di sesso vecchio di ore, di sborra, di sudore maschile. Marco si svegliò di scatto, ancora nudo, gabbia al suo posto. Aveva fatto il bravo. Non si era toccato. Non aveva chiamato. Aveva solo aspettato.

Sharon non disse niente all’inizio. Si arrampicò sul letto, gli scavalcò il petto e si sedette in faccia. La gonna dell’accappatoio si aprì. La figa era un disastro bello: gonfia, aperta, lucida, piena. Un filo denso le scese subito sulla bocca di Marco.

«Il regalino. Tutto quello che Maurizio mi ha lasciato stanotte. Lecca. Non perdere niente.»

Marco affondò. Sapore forte, acido, caldo, di cazzo e di fica usata per ore. Lingua larga, succhiò, pulì le labbra, infilò più a fondo, bevve. Sharon si mosse sul suo viso, lenta, come se si stesse asciugando. Gli premeva il culo sul naso, gli teneva i capelli.

«Bravo cagnolino. Stanotte mi ha scopato il culo e la fica. Due volte. Tre. Mi ha tenuto aperta e piena. E tu dormivi qui, chiuso, ad aspettare questo. Dillo mentre lecchi.»

«Lo voglio… il regalino… sono il vostro cornuto… pulisco…»

Quando fu soddisfatta, Sharon si spostò, gli lasciò la faccia lucida e gli prese la chiave dal collo. Sbloccò la gabbia. Il cazzetto di Marco saltò fuori, piccolo, rosso, già duro, gocciolante. Sharon lo prese in mano, lo strinse, iniziò a segarlo lento, sporco, con la stessa mano che poche ore prima aveva tenuto il cazzo di Maurizio.

«Guarda. Questo è tutto quello che hai. E ti viene lo stesso. Ti viene perché ti ho portato in faccia la sborra di un altro. Perché ho dormito nel letto del bull e tu sei rimasto qui come un bravo cuck.»

Marco gemette, le anche che si alzavano. Sharon gli accelerò la mano, gli premette il pollice sulla punta, gli parlò all’orecchio.

«Vieni. Vieni da cornuto. Vieni mentre puzzi ancora di Maurizio.»

Marco sparò. Getti corti, densi, sul ventre, sulla mano di lei. Un orgasmo umiliante e enorme allo stesso tempo. Sharon gli pulì le dita sulla bocca, poi si sdraiò accanto a lui, ancora aperta, ancora calda.

Dal corridoio arrivò un colpo leggero alla porta. Maurizio, già vestito, caffè in mano, sorriso tranquillo.

«Tutto a posto?»

Sharon rise, stanca e felice.

«Tutto a posto. Ha leccato. Ha fatto il bravo. L’ho sbloccato.»

Maurizio li guardò un secondo, annuì, come un padrone soddisfatto del lavoro.

«Allora colazione tra mezz’ora. Poi, se vuole, il cornuto può anche ringraziarmi in faccia. Altrimenti restiamo così. Contentini tutti.»

Marco chiuse gli occhi. Faccia sporca, cazzetto molle, palle vuote, odore di albergo e di sborra. Sharon gli accarezzò i capelli. Maurizio se ne andò verso le scale.

Erano tutti felici. Ognuno al proprio posto. Esattamente così.
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