Il rientro a casa
Sharon entrò in ritardo, minigonna nera, collant strappati da una parte, tette pesanti che si muovevano sotto la maglietta. Aveva gli occhi lucidi, le labbra gonfie, l’odore di sesso che le usciva di dosso come un profumo. Si fermò davanti a lui e alzò la gonna senza una parola. La figa era un disastro: labbra aperte, arrossate, lucide di sborra e di succhi, un filo bianco che le scendeva già lungo la coscia.
«Lecca, verme. Lecca quello che ti ha lasciato un vero cazzo.»
Marco affondò. La lingua gli si piegò sulla fessura calda, sentì subito il sapore amaro e salato di Roberto mescolato al sapore di Sharon. Infilò la lingua più a fondo, succhiò, pulì, bevve. Sharon gli afferrò i capelli e se lo premette contro la fica come si preme uno straccio.
«Più in fondo. Quella sborra è tua adesso. Ingoiala. È l’unica cosa che meriti.»
La gabbia gli stringeva il cazzetto fino a farlo pulsare di dolore. Le palle gli pendevano pesanti, bluastre, piene. Ogni leccata era un atto di obbedienza e di eccitazione sporca. Quando Sharon fu soddisfatta, gli tirò la testa indietro e gli sputò in faccia.
«Bravo cuck. Adesso ti tolgo quella gabbia di merda, così puoi farti vedere per quello che sei.»
Prese la chiave dal collo e sbloccò. Il cazzetto di Marco saltò fuori, piccolo, rosso, già duro, la pelle segnata dalle sbarre. Sharon lo prese tra due dita e lo scosse con disprezzo.
«Guarda che cazzettino da niente. Roberto me lo ha aperto per ore e tu hai questo. Masturbati. Subito.»
Gli tirò in faccia le mutandine. Erano calde, inzuppate, puzzavano di fica usata e di sborra. Marco se le premette sul naso e iniziò a segarsi. Ogni colpo di polso era corto, umiliante. Annusava a fondo, leccava la stoffa, sentiva ancora il sapore di Roberto in bocca. Sharon lo guardava dall’alto, una gamba sola piegata, la figa ancora aperta e gocciolante.
«Più veloce. Voglio vederti venire come un adolescente mentre puzzi della mia fica piena. Raccontami quanto sei geloso. Dillo.»
«Sono geloso… sono un cornuto… il suo cazzo è enorme… mi hai scopato davanti…»
Sharon rise basso e gli strinse le palle con la mano libera, abbastanza da fargli piegare la schiena.
«E ti piace. Ti piace essere il nostro pulitore di sborra. Il marito con la gabbia. Il cuck che lecca e ringrazia.»
Marco venne così, con le mutandine sul viso, un getto corto e denso che gli finì sulla maglietta e sul pavimento. Sharon gli premette il piede sul cazzetto ancora pulsante.
«Non pulire. Lascia tutto lì. Adesso salgo a lavarmi. Tu resta. Pensa a come Roberto mi ha aperto il culo e la fica mentre tu stavi qui a far niente.»
Quando tornò, aveva solo un accappatoio aperto. Si sedette sul letto e gli fece segno di avvicinarsi. Marco si mise in ginocchio tra le sue gambe. Sharon gli accarezzò i capelli con una tenerezza falsa, poi gli afferrò di nuovo le palle.
«Vuoi sapere com’è stato? Te lo racconto tutto, cornuto. Così ti si rialza quel cazzetto da niente mentre ti umilio.»
Gli descrisse tutto. Come Roberto l’aveva presa da dietro sul tavolo del ristorante, nel bagno, poi in macchina. Come le aveva tenuto i capelli e le aveva parlato all’orecchio chiamandola puttana sposata. Come le aveva riempito la fica e poi il culo, e come lei aveva tenuto la sborra dentro apposta per portarla a casa a Marco. Mentre parlava, gli massaggiava le palle arrossate, gli tirava il cazzetto floscio, gli sputava in bocca.
«Non sarai mai come lui. Il tuo cazzo è una barzelletta. Ma sei mio. Completamente mio. La mia cagna da gabbia. Il mio pulitore. Il mio cornuto che viene solo quando glielo concedo.»
Marco annuiva, gli occhi lucidi, il cazzetto che si rialzava di nuovo contro ogni logica. Sharon lo fece salire sul letto solo dopo che le ebbe leccato di nuovo la fica e il culo, pulendo ogni traccia rimasta. Lo tenne contro di sé, nudo, il cazzetto molle premuto sulla sua coscia, la faccia ancora sporca.
«Dormi. Domani ti rimetto la gabbia. E se Roberto vorrà, tornerà. E tu starai di nuovo in ginocchio ad aspettare la mia fica piena.»
Marco chiuse gli occhi. Odore di sborra, di fica, di umiliazione. Il cuore gli batteva lento e pesante. Non voleva un altro tipo di amore. Voleva proprio questo: essere il marito che lecca, che ringrazia, che viene con le mutandine sporche sul viso mentre sua moglie gli racconta quanto è più grosso e più uomo l’altro. Nel buio della stanza, Sharon gli accarezzò la testa come si accarezza un cane fedele.
«Buonanotte, cornuto. Sei esattamente dove devi essere.»
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