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Alessandro 1 - la "vicina"


di Lodaho96
04.06.2026    |    152    |    0 8.7
"La trovava una donna interessante, anche se il suo fisico appariscente e la voce roca lo colpivano..."
Alessandro scese dal furgone noleggiato con la schiena già a pezzi. Erano quasi le otto di sera e il cielo di Milano aveva quel tipico colore grigio-arancione dell’estate che non voleva finire. Il palazzo era in zona Lorenteggio, uno di quei condomini degli anni ’80 ristrutturati, con il cortile interno e le scale esterne in cemento.
Aveva ventisette anni, due valigie grandi, una ventina di scatoloni e nessuna voglia di chiamare di nuovo l’amico che gli aveva dato buca all’ultimo minuto. «Tanto faccio da solo», si era detto. Ora se ne stava pentendo amaramente.
Stava trascinando il terzo scatolone verso le scale quando sentì una voce profonda alle sue spalle.
«Serve una mano, bello?»
Si voltò. Una donna alta, molto alta, lo guardava dal marciapiede con un mezzo sorriso. Doveva avere sui trentotto-quaranta anni. Portava dei leggings neri che fasciavano gambe lunghe e tornite, una canotta grigia larga e un cardigan leggero sulle spalle. I capelli castani le arrivavano sotto le scapole, leggermente mossi. Il viso era truccato con cura: labbra rosse, eyeliner marcato. Il seno era decisamente abbondante, quasi esagerato rispetto al resto del corpo.
«Grazie, ma non vorrei disturbare…» rispose Alessandro, asciugandosi il sudore dalla fronte.
«Disturbare? Sto scendendo a buttare la spazzatura, non ho niente di meglio da fare. Dai, prendo questo.»
Senza aspettare risposta, afferrò uno scatolone pesante come se pesasse dieci chili invece di trenta. Alessandro rimase sorpreso dalla sua forza.
«Io sono Martina, abito al terzo piano, interno 8. Tu devi essere il nuovo del secondo piano, vero?»
«Alessandro. Sì, mi sono trasferito oggi da Brescia.»
Salirono le scale fianco a fianco. Nello spazio stretto dei pianerottoli i loro corpi si sfioravano inevitabilmente. Lei aveva un profumo dolce, vaniglia e qualcosa di più caldo. Parlava con voce bassa e un po’ roca, ma rideva facilmente.
«Milano mangia i giovani come te a colazione, lo sai?» disse mentre posava lo scatolone davanti alla porta di lui. «Per fortuna sei carino, altrimenti ti avrebbero già spolpato.»
Alessandro rise, un po’ imbarazzato. «Carino? Mah, diciamo normale.»
«Normale un corno. Hai un bel fisico da sportivo. Palestra?»
«Qualche volta… quando non lavoro fino a tardi.»
Portarono su altri quattro scatoloni. Ogni volta che si incrociavano sulle scale, lei trovava il modo di fare un commento gentile: sulla sua maglietta bagnata di sudore, sulle braccia, sul fatto che un ragazzo così non avrebbe dovuto fare tutto da solo. Ma niente di strano, pensò Alessandro. Era solo una vicina simpatica e un po’ espansiva.
Quando finirono, erano entrambi sudati. Martina si passò una mano tra i capelli e lo guardò.
«Senti, io ho il frigo pieno di birre fresche. Se vuoi salire da me a berne una, ti fai una doccia veloce qui da te e poi vieni. Offro io per il disturbo.»
Alessandro esitò un secondo. Era stanco morto, sporco, ma l’idea di una birra fredda in quel momento sembrava paradisiaca.
«Sicura? Non voglio invadere.»
«Invadere? Tesoro, vivo da sola e mi fa piacere avere un po’ di compagnia giovane ogni tanto. Dai, non fare il timido.»
Venti minuti dopo Alessandro si presentò al terzo piano con una maglietta pulita e i jeans. Martina aprì la porta con un sorriso più ampio. Si era cambiata: ora indossava un vestitino nero leggero, morbido, che le arrivava a metà coscia. Il décolleté era notevole, ma lui cercò di non guardare.
L’appartamento era profumato di incenso e aveva luci calde. Arredamento moderno ma con qualche tocco eccessivo: un divano rosso scuro, quadri un po’ sensuali alle pareti, un tappeto peloso.
«Siediti, ti prendo la birra.»
Gli passò una Ceres fredda. Si sedettero sul divano. Martina si mise di traverso, una gamba piegata sotto di sé. Parlarono del più e del meno: il suo lavoro da Project Manager in un’azienda di consulenza, il trasferimento per un progetto importante, la difficoltà di lasciare Brescia.
Lei raccontò di sé con naturalezza. Faceva la consulente di immagine e marketing, lavorava spesso da casa. Era single da qualche anno. Viaggiava tanto.
«Sei un bel ragazzo, Alessandro. Educato, pure. Di questi tempi è raro.»
Lui arrossì leggermente. «Grazie. Tu invece sei… molto accogliente come vicina.»
Martina rise, una risata bassa e calda. «Accogliente. Mi piace come definizione.»
Parlarono per quasi un’ora. Lei era brava a far parlare lui. Ogni tanto gli sfiorava il braccio con la mano mentre rideva, o si sporgeva in avanti per prendere il bicchiere, ma niente di insistente. Alessandro si sentiva a suo agio, quasi rilassato per la prima volta da giorni. La trovava una donna interessante, anche se il suo fisico appariscente e la voce roca lo colpivano. Pensò che forse aveva fatto qualche ritocco, ma non ci diede peso.
A un certo punto Martina si alzò per prendere altre due birre. Mentre era in cucina, Alessandro notò una foto sulla libreria: lei più giovane, in costume da bagno su una spiaggia, già con quel seno importante e un fisico molto femminile. Accanto c’era una foto più recente, in abito da sera elegante.
«Sei molto fotogenica» disse quando lei tornò.
«Grazie. Ho imparato a valorizzarmi col tempo.» Gli passò la birra e stavolta si sedette un po’ più vicina. Il ginocchio di lei sfiorò il suo.
«Sai, sono contenta che sia venuto un ragazzo come te nel palazzo. Le altre vicine sono tutte vecchie o acide. Tu sembri… diverso.»
Alessandro sorrise. «Spero in senso buono.»
«Molto buono.»
Lo guardò per qualche secondo di troppo, con un’espressione difficile da decifrare. Poi cambiò discorso, chiedendogli del lavoro, delle sue abitudini, se aveva una ragazza a Brescia.
Quando Alessandro guardò l’ora erano quasi le undici.
«Cazzo, ti ho rubato tutta la serata» disse alzandosi.
«Nessun problema. Anzi, è stata una bella sorpresa. Se hai bisogno di qualunque cosa — zucchero, sale, una mano per montare mobili, o semplicemente compagnia — sai dove sono.»
Lo accompagnò alla porta. Prima di aprire, gli posò una mano sul braccio, stringendo leggermente.
«Benvenuto nel palazzo, Alessandro.»
La sua voce era ancora più bassa del solito. Lui sentì solo il calore di quella mano grande e curata.
«Grazie di tutto, Martina. Davvero.»
Chiuse la porta dietro di sé e scese le scale con una strana sensazione addosso. Era stanco, un po’ brillo per le birre, ma anche… sereno. La nuova vicina sembrava una brava persona. Un po’ appariscente, forse, ma gentile.
Non poteva immaginare che, una volta chiusa la porta, Martina si era appoggiata al muro del corridoio con un sorriso molto diverso, mordendosi il labbro inferiore mentre pensava a quel ragazzo sudato che aveva portato su per le scale.
E soprattutto, non poteva immaginare cosa sarebbe successo nei giorni seguenti.
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