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Da domestica a ...padrona !


di marinalatrav
21.11.2025    |    4.706    |    7 9.8
"A volte si svegliava con il cazzo già dentro, lui che la scopava nel sonno, lento e profondo, fino a riempirla di nuovo..."
Marina arrivò a Roma con una valigia piena di sogni e di paure. Venticinque anni, nata in un corpo che non le apparteneva del tutto, aveva fatto il percorso completo: ormoni, interventi, documenti nuovi.
Ora si chiamava Marina, e il suo volto dolce, i capelli castani lunghi fino alle spalle e il fisico snello la facevano sembrare una ragazza qualunque, solo un po’ più elegante del normale.
L’annuncio era stato chiaro: “Cercasi domestica tuttofare, appartamento signorile zona Piazza di Spagna. Richiesto aspetto curato e discrezione assoluta”.
Mr. Harold Smith, professore in pensione di letteratura americana, settantotto anni portati con una certa distinzione britannica nonostante il passaporto stelle e strisce, l’aveva assunta dopo dieci minuti di colloquio. “Lei ha un’aria… affidabile,” le aveva detto, squadrandola da capo a piedi con occhi grigi che sembravano leggere dentro.
L’appartamento era un sogno: quattro camere, soffitti alti, parquet antico, vista sulla Scalinata di Trinità dei Monti. Marina ci si perse dentro il primo giorno. Mr. Smith pretese subito regole ferree.«In questa casa la donna di servizio porta la gonna. Sempre. Calze velate, tacco medio, niente pantaloni. E il trucco deve essere impeccabile.
Lei è parte dell’arredamento, mia cara.»Marina sorrise. Le piaceva. Le piaceva moltissimo.
Marina si presentava ogni mattina alle otto in punto, bussava piano alla porta di quercia, entrava con il mazzo di chiavi che ormai tintinnava come un trofeo.
Mr. Smith la aspettava già in vestaglia di seta, seduto sul bordo del letto, il sesso mezzo duro che premeva contro il tessuto.«Buongiorno, signore,» sussurrava lei, lasciando cadere la borsa sul parquet. Si chinava lentamente per togliersi le décolleté, la gonna nera che saliva sulle cosce tese, le giarrettiere che spuntavano appena sotto l’orlo. Lui la guardava respirare più forte.La prima cosa che faceva era inginocchiarsi. Sempre. Apriva la vestaglia, prendeva in bocca quel cazzo vecchio ma ancora affamato, lo succhiava con lentezza oscena, la lingua che girava intorno al glande, la gola che si apriva per accoglierlo tutto.
Il rossetto lasciava anelli rossi, uno dopo l’altro, mentre lui le afferrava i capelli e le scopava la bocca con movimenti lenti, possessivi.«Brava la mia troia di casa,» le diceva in inglese, la voce roca. «Succhia più forte, sì, così…»Quando veniva, le teneva la testa ferma e le inondava la gola. Marina ingoiava tutto, leccava le ultime gocce, poi si rialzava, si sistemava il rossetto con il mignolo e ricominciava a spolverare, come se niente fosse. Solo che adesso aveva il sapore di lui in bocca tutto il giorno.Le scopate divennero quotidiane, a volte più di una.
Nel pomeriggio, mentre lei passava l’aspirapolvere in salotto, Mr. Smith la chiamava con un fischio. Lei spegneva, si avvicinava, si chinava sul bracciolo del divano. Lui le sollevava la gonna, le abbassava le mutandine di pizzo fino a metà coscia, sputava sulla mano e la penetrava senza preavviso. Marina si aggrappava al cuscino, gemeva forte, il culo che si stringeva intorno a lui mentre il vecchio la scopava con colpi secchi, profondi.«Dimmi quanto ti piace, puttana,» ringhiava.«Tanto, signore… mi piace da morire… scopami più forte…»
Una volta la prese sul tavolo della cucina mentre lei stava preparando il risotto. Le fece appoggiare i gomiti sul marmo, le aprì le natiche con le mani tremanti e la inculò senza lubrificante, solo con la saliva. Marina gridò, poi si morse il labbro e spinse indietro, accogliendolo fino in fondo. Lui venne dentro di lei con un grugnito animalesco, poi rimase lì, piantato, mentre il suo seme caldo le colava lungo le cosce, bagnando le calze velate.Ma la perversione vera arrivò dopo.
Una sera di dicembre, dopo cena, la portò in bagno. La fece spogliare lentamente, restando solo con il reggicalze nero, le calze e i tacchi. La mise in ginocchio nella vasca da bagno, le mani dietro la schiena.«Apri la bocca, tesoro.»
Il primo getto le colpì il viso, caldo, potente, salato. Le riempì gli occhi, le scivolò sul naso, dentro la bocca aperta. Marina lo bevve avidamente, la lingua fuori come una cagnolina assetata. Lui continuò, mirandole i capezzoli, il ventre, il sesso piccolo e morbido tra le sue gambe
. Quando finì, le ordinò di masturbarsi lì, nella vasca piena del suo piscio. Lei obbedì, due dita dentro il culo ancora dilatato, l’altra mano che sfregava il clitoride, venendo con un urlo soffocato mentre lui la guardava, di nuovo duro.
Da quel momento non ci furono più limiti.La scopava in ogni angolo della casa. Sul pianerottolo, contro il muro, con la gonna sollevata e le mutandine in bocca per non farsi sentire dai vicini. Sul balcone, di notte, con Roma sotto di loro, mentre lui la inculava tenendola per i capelli e lei si stringeva alla ringhiera, tremando di freddo e di piacere.La faceva dormire nel suo letto, nuda tranne le calze, pronta per essere usata in qualsiasi momento. A volte si svegliava con il cazzo già dentro, lui che la scopava nel sonno, lento e profondo, fino a riempirla di nuovo.E Marina adorava tutto.
Adorava il modo in cui lui la chiamava “my dirty little whore” mentre le veniva in bocca. Adorava quando le faceva tenere il plug anale tutto il giorno, sotto la gonna, mentre puliva la casa. Adorava quando le ordinava di pisciare in un bicchiere e poi di berlo davanti a lui, lentamente, guardandolo negli occhi.
Perché ogni umiliazione era un mattone in più nel palazzo che stava costruendo
Un pomeriggio, dopo averla scopata sul tappeto del salotto fino a farla piangere di piacere, Mr. Smith le accarezzò la guancia bagnata di lacrime e sperma.«Ho cambiato testamento, amore mio. Quando morirò, questa casa, i soldi, tutto sarà tuo. Tu sei la mia unica erede.»Marina gli baciò la mano, poi scivolò giù, tra le sue gambe, e riprese a succhiarlo con devozione.«Grazie, padrone,» sussurrò, la voce roca. «Farò in modo che tu non debba mai aspettare il paradiso.»
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