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L'armadio...chiuso a chiave !
05.12.2025 |
3.435 |
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"Quando viene dentro di me mi aggrappo alle lenzuola, vengo anch’io senza toccermi, un orgasmo lungo e profondo che mi fa piangere di piacere..."
Mi chiamo Marina, anche se sul documento c’è ancora scritto un altro nome. Da quando ho memoria, ho sempre saputo di essere una ragazza intrappolata in un corpo sbagliato. A casa, di nascosto, indossavo gonne, tacchi, reggiseni imbottiti. Mi guardavo allo specchio e finalmente mi riconoscevo. Ma fuori, con il mondo, ero ancora “lui”. Fino a quella telefonata di Francesca.«Marina, ho prenotato due biglietti per Bangkok. Una settimana, solo noi due. Mare, locali, libertà. Ci stai?»
Non ci ho pensato due secondi. «Sì».
Arriviamo in Thailandia con un caldo umido che ti si appiccica alla pelle. L’hotel è un piccolo boutique sul lungomare di Pattaya, camere con balcone che dà sul golfo. Appena entrate, Francesca chiude la porta a chiave, sorride con quel ghigno complice che mi fa tremare le ginocchia.
«Fammi vedere cosa hai portato, tesoro.»
Apre la mia valigia, tira fuori solo roba femminile: vestitini attillati, body in pizzo, autoreggenti, sei paia di Pleaser nere con plateau e tacco 15 che avevo comprato online di nascosto. Le mutandine di seta, i reggiseni push-up, il beauty pieno di trucchi.
Poi prende i miei jeans, le mie magliette, le scarpe da ginnastica da maschio e li infila nell’armadio a muro, gira la chiave due volte.
«Questi restano qui. Per i prossimi sette giorni sarai solo Marina, en femme 24 ore su 24. Alla fine della vacanza, se vorrai, ti ridò tutto. Ma fino ad allora… sei mia.»
Il cuore mi batteva così forte che quasi non sentivo la sua voce. Annuii, la gola secca. «Va bene.»
Il primo giorno ci svegliamo tardi. Francesca mi trucca per prima: fondotinta leggero, eyeliner spesso, ciglia finte, rossetto rosso fuoco. Mi fa indossare un micro-abito nero elasticizzato che mi arriva a metà coscia, sotto solo un perizoma di pizzo e le autoreggenti. Ai piedi le Pleaser nere. Mi guardo allo specchio: le gambe sembrano infinite, il culo sodo sporge appena, i seni finti (le protesi in silicone che uso sempre) riempiono la scollatura alla perfezione.
Usciamo. Cammino piano, abituandomi al dondolio dei fianchi e al rumore dei tacchi sul marmo dell’hotel. Gli uomini si voltano. Sento i loro sguardi come mani sulla pelle. Francesca ride, mi stringe il braccio: «Benvenuta nel paradiso, bambola.»
La sera andiamo al Walking Street. Luci al neon, musica alta, odore di frittura e profumo dolce. Due tedeschi altissimi ci offrono da bere. Si chiamano Lukas e Max. Francesca flirta spudoratamente, io sono più timida ma sento il calore tra le gambe quando Lukas mi appoggia una mano sulla coscia sotto il tavolo. Finisce che torniamo in hotel tutti e quattro.
In camera, Francesca si spoglia per prima. Ha un corpo perfetto, seni naturali sodi, culo tondo. Si inginocchia davanti a Max, gli slaccia i jeans, lo prende in bocca lentamente mentre mi guarda. Io tremo. Lukas mi bacia il collo, mi gira, mi abbassa il vestito fino in vita. Mi slaccia il reggiseno, mi palpa le protesi come se fossero vere, poi scende con la mano sotto il perizoma. Sono già bagnata (il piccolo clitoride che ho sempre nascosto è durissimo). Mi fa piegare sul letto, accanto a Francesca che ormai geme con la bocca piena.
Lukas mi abbassa il perizoma, sputa sulla mano, mi lubrifica. Entra piano. Il primo affondo mi strappa un grido soffocato nel cuscino. Francesca si gira, mi bacia con la lingua mentre Max la prende da dietro. Siamo una cosa sola: gemiti, sudore, odore di sesso. Lukas accelera, mi tiene per i fianchi, sento il plateau delle Pleaser che sbatte contro il letto. Quando viene dentro di me mi aggrappo alle lenzuola, vengo anch’io senza toccermi, un orgasmo lungo e profondo che mi fa piangere di piacere.
I giorni successivi sono un turbine. La mattina ci facciamo le unghie in un salone thai: gel rosso brillante, forma a mandorla, lunghe e perfette. Francesca sceglie per me. Poi shopping: altri vestitini, un paio di sandali trasparenti con tacco 18, un body rosso aperto all’inguine che useremo quella sera stessa con due australiani conosciuti in spiaggia.
Una notte in un club privato finisce con me e Francesca in una stanza sul retro con tre ragazzi thailandesi. Ci mettono in ginocchio, ci passano di bocca in bocca. Io ho le lacrime per il mascara che cola ma non voglio smettere. Francesca mi tiene i capelli mentre uno di loro mi scopa la gola, poi mi fanno sdraiare su un divano di pelle, mi alzano le gambe (le Pleaser ancora ai piedi) e mi prendono in due: uno davanti, uno dietro. Urlo, vengo così forte che vedo le stelle.
L’ultimo giorno. Sono triste già da mattina. Francesca mi abbraccia sotto la doccia, mi insapona i seni finti, mi bacia il collo. «È ora di tornare normali, no?» dice con un sorrisetto.
Torniamo in camera. Apro l’armadio con la chiave che mi ha ridato. È vuoto. Solo grucce. Nessun jeans, nessuna maglietta, nemmeno le mutande da maschio.
«Fran… dove sono le mie cose?»
Lei si appoggia alla porta, in lingerie nera, sorride.
«Le ho buttate in un cassonetto due giorni fa, amore. Non ti servono più.»
Il panico mi sale in gola… poi si scioglie in qualcosa di caldo, dolce, inevitabile.
Mi guarda negli occhi. «Da oggi sei Marina per sempre. 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Niente più maschere. Solo questa.» Mi passa una mano tra le gambe, dove sono già bagnata. «Ti piace, vero?»
Annuisco, le lacrime agli occhi ma stavolta di felicità.
«Grazie,» sussurro.
Francesca mi bacia, a lungo, profondo.
«Benvenuta a casa, Marina.»
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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