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trio

Entra pure


di Membro VIP di Annunci69.it Santiago6752
08.11.2025    |    4.911    |    4 8.0
"Scendendo le scale, mi accorsi che avevo trattenuto il respiro per tutto il tempo..."
L’invito arrivò con un messaggio breve, quasi distratto.
“Se ti va, passa da noi stasera. Niente pretese. Solo un buon bicchiere.”

A quanto pare, in questo mondo tutti fingono di voler solo parlare, come se Milano non vivesse già di sottintesi più rumorosi di un tram sferragliante. Ogni volta che scrivo ‘niente pretese’, in genere c’è almeno una pretesa nascosta da qualche parte. Io comunque accettai.
Questione di curiosità, o forse di noia. Diciamo metà e metà, giusto per non sembrare disperato.

Il palazzo era uno di quelli d’epoca, portone in legno massiccio e un cortile silenzioso che sapeva di foglie bagnate e di persone che non guardano mai il saldo in banca prima di comprare qualcosa. Salì con l’ascensore minuscolo, quello che sembra aver visto più confessioni amorose che collaudi.

La porta si aprì prima che potessi bussare.
Lei era lì. Sorriso tranquillo, come se mi aspettasse da secoli, vestita con un’eleganza talmente semplice da risultare quasi crudele. La luce alle sue spalle le sfumava i contorni, trasformandola in un invito a sedersi, restare, capire.

“Entra pure.”

Lui era più discreto, appoggiato allo stipite della cucina. Occhi scuri, attenti. Nessuna gelosia. O forse solo bravissimo a nasconderla. Aveva quell’aria da professionista che ha imparato a non fare domande se non servono.

“Ti va del vino?”
Mi chiese lei, già avviandosi verso il tavolo come se la risposta fosse ovvia.

Il soggiorno era un salotto da rivista: parquet vissuto, quadri astratti che sembravano dipinti da qualcuno che non amava spiegarsi, luci basse. Il vino aveva un profumo intenso, morbido, più caldo degli sguardi che si scambiavano i due davanti a me.

Parlammo, perché è quello che fanno gli adulti prima di avvicinarsi troppo: fingono che le parole contino più dei gesti. Milano fuori continuava a muoversi, rumorosa e indifferente, mentre dentro quell’appartamento il tempo si piegava su se stesso.

Non ricordo chi toccò chi per primo. Forse fu una combinazione di ginocchia che si sfiorano sotto il tavolo, mani che si avvicinano con la scusa di passarsi il bicchiere, risate complici che scivolano oltre il consentito.

Lei si avvicinò, lenta. Nessuna fretta, come se sapesse già che non sarei scappato. La sua mano sfiorò il mio polso, un gesto piccolo, ma sufficiente a far tacere il mondo.
Lui osservava, non come chi misura, ma come chi custodisce. Sapevo che sarebbe rimasto così ancora un po’, silenzioso, presente.

Ci spostammo sul letto, senza il teatrino dei permessi e delle negazioni. Non servivano. C’era una naturalezza strana, quasi rara. Nessuna competizione tra noi due uomini. Nessuna recita. Lui rimase qualche istante ai piedi del letto, appoggiato alla cornice, mentre lei si sdraiava accanto a me.

La stanza era illuminata da una sola lampada.
Non c’era niente di ostentato.
Solo pelle contro pelle e il calore di respiri che si intrecciavano.

Lei aveva un modo di muoversi che sembrava musica. Non servivano dettagli espliciti per capire cosa stesse accadendo: bastavano l’arco della schiena, i capelli che si allargavano sul cuscino, la maniera in cui mi cercava con le dita lungo le braccia.

A un certo punto, lui si avvicinò. Si sdraiò dall’altro lato, quasi sfiorandola. I suoi gesti erano misurati, attenti, come se avesse studiato quell’istante per mesi.
Niente invasioni, niente forzature.

Io ero lì, tra loro e con loro, senza l’ansia di interpretare ruoli.
Ogni tanto i nostri sguardi si incrociavano sopra di lei.
Non c’era imbarazzo. Solo una strana, pacifica complicità.

La stanza profumava di vino, tessuti, e di qualcosa di più intimo che non saprei nominare. Le mani si intrecciavano, i fiati si fondevano. I movimenti non avevano fretta: era come leggere una poesia al rallentatore, dove ogni parola ha importanza perché nulla è ripetibile.

Lei era il centro, ma non in senso egoistico. Era la luce intorno alla quale gravitavamo, io e lui, come due satelliti non in competizione. Quando la toccava lui, io sentivo la sua presenza come un’eco. Quando la accarezzavo io, lui sembrava seguirne il ritmo.
A tratti sembrava una danza.
Una di quelle che non si imparano, ma si ricordano da qualche parte sotto la pelle.

Il suo respiro diventava più irregolare, mentre le sue dita cercavano le mie. Non c’era nulla di sfacciato, ma era chiaro che ogni gesto la portava più vicino a un limite di dolcezza e tensione. Io la seguivo, attento, e lui faceva lo stesso.

Per un istante, tutti e tre ci fermammo.
Come se avessimo capito che non c’era bisogno di accelerare.
Che l’intensità stava nel restare, non nel correre.

Quando il rituale non scritto arrivò alla sua naturale splendida conclusione, lei rimase distesa tra noi, sorridendo piano.
La lampada creava ombre morbide lungo le sue spalle.

Lui le sfiorò i capelli, quasi in un gesto di custodia.
Io mi ritrovai a osservare quella scena con una calma che non mi apparteneva. Era come partecipare a qualcosa che non voleva definizioni.

Rimanemmo così, senza parlare.
Le parole sarebbero state troppo rumorose.
Milano, fuori, continuava a far finta di non dormire.

Dopo un tempo indefinito, lei si alzò, avvolgendosi in una coperta leggera.
Ci guardò entrambi come si guardano gli ospiti più inattesi, quelli che portano scompiglio ma anche bellezza.

“Vi prendo dell’altro vino,” disse.
Come se tutto ciò fosse normale amministrazione.
E forse, per loro, lo era.

Io e lui restammo sul letto, uno accanto all’altro.
Non c’erano occhiate imbarazzate, né analisi.
Solo un silenzio comodo.
Di quelli che si concedono solo alle persone che non hanno bisogno di giustificarsi.

Quando tornò con i bicchieri, ci sedemmo sul pavimento, vicino alla finestra. Guardammo le luci della città come se raccontassero qualcosa che nessuno di noi osava dire.

L’alba arrivò piano, senza allarmi.
Io mi rivestii, non per scappare, ma perché ogni storia ha un suo tempo.
Loro mi accompagnarono alla porta.
Nessuna promessa di rivedersi, nessuna teatralità.

Lei mi sorrise ancora.
Lui anche, più lieve.

Scendendo le scale, mi accorsi che avevo trattenuto il respiro per tutto il tempo.
Milano era umida, stanca, bella come sempre.
E io mi ritrovai a camminare come se avessi lasciato qualcosa nell’appartamento
e portato via molto di più.

Niente era stato detto esplicitamente.
Eppure tutto era stato chiaro
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