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trio

IL COLLARE


di arrotino80
24.12.2025    |    1.335    |    3 9.3
"Io rimasi sotto, il respiro corto, la testa ancora appoggiata, incapace di fare altro che accettare..."
Quando arrivò nella stanza che James aveva preso per loro, il suo cane era già lì. Entrando sentì il suo respiro pesante e denso provenire dal fondo della camera. Si voltò cercando i miei occhi ed il mio sguardo le restituì ciò che sperava. Nei miei occhi leggeva tutta l’attesa per averla aspettata, la malizia nel sapere che così legato e costretto al silenzio lei avrebbe desiderato usarmi ancora di più e la fame nel vederla concedersi sarebbe stata ancora più grande.. Continuava a fissare i miei occhi, si diresse verso James che per lei non era altro che un’ombra nel buio, una sagoma messa lì solo per permetterle di raggiungere il suo scopo. Vedermi sbavare .. veder sbavare il suo cane! Quando raggiunse la sagoma, quell'ombra ingombrante di James, gli diede la schiena e cosí velocemente e senza esitazione, si lasció prendere.cosí... Senza preliminari, senza intermezzi, senza alcun motivo per esitare. James le teneva saldi i fianchi e premeva con tutta la forza che poteva. Anche lui non aspettava altro che prepararla per me il suo cane. James più colpiva lei più si apriva era un voler ricevere per dare..E così fu. James la riempì , fino in fondo, con tutta la foga che poteva. La riempì con la  sua viscida e densa sborra.. Un
ultimo colpo per svuotarlo come meglio poteva, poi strinse le labbra della sua calda fessura. Le stringeva più che poteva per non lasciare andare perduta nemmeno una goccia di quella che sarebbe stata la cena del suo cucciolo fedele.
Liberó il cazzo del suo ormai inutile James, con il solo pensiero di raggiungere i miei occhi, che per tutto il tempo l'avevano penetrata la mente. Era sembrato come se quegli occhi le avessero ordinato, per tutto il tempo, come e cosa fare. Intanto mentre veniva verso di me verso il mio respiro affannato, verso il mio odore ormonale di cane, fece scivolare una goccia di sborra sulla punta delle sue dita. C'era solo il silenzio. Un desiderio muto. Assordante. Follemente assurdo. si avvicinó per assaporare il mio respiro.
Per respirare il mio desiderio. Per darsi come una cagna che immobile aspetta il suo cane che annusa, lecca e monta. Si avvicinó alle mie labbra, spalmó con le dita quello che dalle sue labbra aveva prelavato, per poi leccarmi lentamente , e con precisione, per sigillare l’appartenenza, quasi come fosse un collare.
Mi guardó..mi guidó... a terra, immobile sotto il suo  sguardo.
Il collare tra le sue  mani era il segno inequivocabile non c’era scelta, solo resa. Mi posizionó a pancia in su con gesti lenti, decisi, ogni movimento calcolato per imprimere chi deteneva il comando.
Si abbassó sopra di me. Non c’era indulgenza, c’era potere assoluto.
C’era un rituale nell’aria, un gesto atteso da tempo, qualcosa che doveva essere trasferito, consegnato, ricevuto.
Ogni minima reazione, ogni respiro trattenuto, confermava che stava percependo ciò che gli era destinato. Era un passaggio silenzioso, inevitabile, di appartenenza e riconoscimento, un premio accumulato che ora trovava la sua via.
Rimase sospesa sopra di me, osservando.
Il tempo sembrava fermarsi, il silenzio era denso, quasi palpabile. Mentre io il bel cagnolino svuotavo la sua   calda figa con tutta la mis energia, la lingua veloce e tremante, il corpo che mi  tremava di eccitazione ad ogni goccia rimasta.
Ogni dettaglio, dal tremito alle micro espressioni, parlava di dominio e sottomissione, di chi comanda e chi riceve.
Mi condusse verso la poltrona con il collare al collo.
Non servivano parole bastò il suo gesto deciso, il contatto della mano sulla nuca, per farmi capire che dovevo obbedire.
«Siediti» disse, calda e netta.
Mi sistemai ai piedi della poltrona, la schiena contro il bordo, il corpo già piegato in una posizione che non lasciava margini. Poi, con una pressione secca, mi costrinse a inarcare la testa all’indietro fino a sentire il cuscino contro il collo.
«Perfetto. Non muoverti» mormorò, con quel tono che non ammette repliche.
Lei si sistemò sopra di me, le gambe ai lati del mio volto, il corpo che occupava tutto il mio spazio visivo. Il calore arrivò immediato, e il mondo si ridusse a quell’angolo di spazio in cui respiravo solo lei.
Dietro di lei, percepii qualcosa cambiare. L'uomo oscuro guardava e bastò la posizione di lei, quel corpo così invitante, per far capire a entrambi che il gioco stava per ricominciare.
«Sei pronto?» disse lei, senza voltarsi.
«Sì» rispose lui, un suono breve, ma carico di intenzione.
Lei inclinò appena il bacino, e il segnale fu chiaro. Io sentii il ritmo cambiare dietro di lei, più deciso, più potente, mentre sopra di me restava ferma, controllata, dominante. Ogni sua vibrazione, ogni movimento, mi attraversava, mi teneva fermo, mi faceva sentire ogni respiro, ogni tensione, ogni eco di ciò che stava succedendo dietro.
«Guarda bene» sussurrò, abbassando gli occhi sui miei.
«Memorizza. Ogni dettaglio è tuo, anche se non tocchi nulla.»
Io non parlai. Non ne avevo bisogno. Rimasi lì, il collare teso, il capo inarcato, la bocca socchiusa, assorbendo tutto i suoni, il respiro spezzato, la potenza che arrivava da dietro, il controllo che sentivo da sopra.
«Così va bene?» mormorò di nuovo.
«Non distogliere lo sguardo.»
E io non distolsi.
Ero lì per ricevere tutto, e lei lo sapeva....
Si fermò all’improvviso.
Non perché l’intensità fosse diminuita, ma perché decise che era il momento di cambiare direzione.
Sentii il suo corpo irrigidirsi un istante, poi ruotare. Il movimento fu netto, sicuro. Lei si voltò verso l’ombra dietro di sé, lo guardò dritto negli occhi. Non c’era esitazione, solo comando.
«Adesso» disse piano.
Non era un invito.
Le sue mani mi aprirono, mi disposero. Un gesto pratico, esperto, come si fa con qualcosa che si conosce bene. Io rimasi sotto, il respiro corto, la testa ancora appoggiata, incapace di fare altro che accettare.
Lei mi tenne così, mentre si offriva allo sguardo dell’altro.
Poi parlò, senza abbassare la voce.
«Ti piace?»
Una pausa.
«Ti piace la mia troia?»
L’uomo rispose con un suono basso, profondo.
Non parole. Intenzione.
Il ritmo cambiò.
Divenne più duro, più insistente. Io lo sentivo addosso, dentro il petto, nelle ossa. Ogni spinta era un colpo che mi attraversava, ogni pausa una minaccia di riprendere più forte. Lei reggeva tutto, senza arretrare, mentre io restavo sotto, esposto, a ricevere l’urto di quella potenza che non mi apparteneva.
«Guardalo» disse lei, rivolta a me.
«Guarda come ti usa.»
Non potevo distogliere lo sguardo.
Non volevo.
Quando tutto si fece più confuso, più caldo, più saturo, lei intervenne di nuovo. Si abbassò, raccolse, non lasciò andare nulla. Lo fece con una lentezza deliberata, quasi rituale.
Poi tornò a me.
Le sue labbra si avvicinarono alle mie.
«Apri» sussurrò.
Il passaggio fu breve, intimo, inevitabile. Non serviva spiegare era trasferimento, era appartenenza, era il segno finale di quel triangolo che ora poteva chiudersi.
Lei si raddrizzò.
Con un solo gesto della mano congedò l’ombra. Nessuna parola. Nessun ringraziamento. L’altro capì e sparì dalla scena così come era entrato.. lasciando dietro di sé solo l’eco. mi prese al guinzaglio.
«Vieni.»
Mi condusse alla valigia, la aprì con calma studiata. Guardai ciò che conteneva senza capirlo fino in fondo, ma il suo sorriso chiarì tutto.
«Adesso tocca a me» disse.
«Ora ti prendo io.»
Mi fece cambiare posizione.
Quattro punti d’appoggio. Nessuna difesa....
Lei rimase alle mie spalle per un lungo istante.
Sentii il rumore lieve di qualcosa che veniva indossato, preparato con calma. Non serviva vederlo lo capii dal modo in cui cambiò la sua postura, da come il suo corpo prese una forma più decisa, più verticale. Era come se avesse scelto di incarnare fino in fondo quel ruolo, di attraversarlo senza timore.
«Adesso lasciati andare» disse.
Non era una minaccia. Era una consegna.
Quello che seguì non fu gentile.
Fu preciso. Esigente. Lei impose il suo ritmo senza domandare, senza rallentare, come se stesse scavando in me qualcosa che doveva emergere. Io rimasi lì, attraversato da quella forza che non distingueva più tra piacere e resa. Il collare tirava appena, quanto bastava a ricordarmi che ero ancora suo, completamente.
«Guardami» sussurrò.
«Resta con me.»
E io restai.
Quando sentì che non c’era più nulla da spezzare, che tutto ciò che poteva cedere aveva ceduto, lei si fermò. Il silenzio tornò denso, carico. Le sue mani cambiarono. Non erano più strumenti erano cura.
Si chinò, sciolse prima una fibbia, poi l’altra. Il collare fu l’ultimo. Lo sfilò piano, come si fa con qualcosa di prezioso.
«È finita» disse.
«Adesso sei libero.»
Ma non se ne andò.
Mi aiutò a girarmi, mi accolse contro il suo corpo. Non c’era più distanza, né sopra né sotto. Solo pelle, respiro condiviso, una lentezza nuova. Mi baciò senza possesso, come se quel viaggio oscuro avesse solo aperto uno spazio più profondo tra noi.
«Quello che abbiamo fatto» mormorò,
«non ci ha tolto nulla.»
Mi strinse più forte.
«Ci ha dato di più.»
E in quel modo semplice, quasi quotidiano, continuò ad amarmi.
Non come una padrona.
Non come un’ombra.
Ma come qualcuno che aveva visto tutto di me
e aveva scelto di restare...
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