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trio

Incontri Proibiti: Marco e Giovanna


di maxpallini
30.01.2026    |    2.683    |    2 7.9
"Primo giorno: sulla terrazza al tramonto, Marco scopò Giovanna contro il parapetto mentre Vittoria gli leccava il culo e le palle da dietro..."
Milano, settembre, una sera di pioggia fredda. Marco, 48 anni, amministratore delegato di un gruppo finanziario quotato in borsa, era seduto al bar del Principe di Savoia con il terzo whisky in mano.
Non era lì per bere: aveva prenotato attraverso un’agenzia che non compare su Google, una di quelle che chiedono referenze e bonifici a sei cifre.
Alle 22:14 precise entrò lei.
Giovanna.
Ventotto anni, un metro settantacinque di curve assassine, abito nero attillato che finiva cinque centimetri sotto il bordo delle autoreggenti.
Capelli castani lunghi fino a metà schiena, bocca rossa come un peccato appena commesso.
Si fermò a due passi dal suo sgabello, lo guardò dritto negli occhi e disse soltanto:
«Sei in ritardo di quattro minuti, Marco. Mi devi una punizione.»
Mezz’ora dopo erano nella suite imperiale.
La porta non aveva ancora finito di chiudersi che Giovanna gli aveva già infilato la lingua in bocca e la mano nei pantaloni.
Il cazzo di Marco, spesso e già durissimo, pulsava contro il palmo di lei.
«Ti voglio in ginocchio» ringhiò lui.
Lei rise, si abbassò lentamente, slacciò la cintura con i denti.
Il cazzo schizzò fuori come una molla: venti centimetri di carne tesa, cappella gonfia e lucida di pre-sborra.
Giovanna lo prese in bocca fino in gola senza esitare, la lingua che roteava sotto le vene, la saliva che colava sul mento.
Marco le afferrò i capelli e scopò quella bocca come se fosse una fica, spingendo fino a farle lacrimare il trucco.
Quando la tirò su, le strappò letteralmente il vestito.
Niente reggiseno solo due tette sode, quarte abbondanti, capezzoli duri come chiodi.
Le torse un capezzolo tra pollice e indice mentre con l’altra mano le infilava due dita nella fica già fradicia.
Giovanna gemette forte, le ginocchia che cedevano.
«Sdraiati e apri le gambe, troia.»
Lei obbedì.
La fica era rasata a zero, labbra gonfie, clitoride sporgente.
Marco si inginocchiò e la divorò: lingua dentro, succhiava il clitoride come se volesse staccarlo, tre dita che pompavano dentro e fuori facendole schizzare i succhi sul mento.
Giovanna urlava, si dimenava, gli veniva in faccia in meno di due minuti, un orgasmo violento che le faceva tremare tutto il corpo.
Non le diede tregua, la girò a pecorina sul letto, le sputò sul buco del culo e spinse il cazzo dentro la fica fino in fondo con un colpo solo.
Giovanna gridò, inarcò la schiena.
Marco la scopava come un animale: palle che sbattevano contro il clitoride, mani che le schiaffeggiavano il culo lasciando segni rossi.
«Dimmi che sei la mia puttana personale» ringhiò.
«Sono la tua puttana, scopami più forte, spaccami!»
Marco accelerò, la fica di lei si contraeva intorno al cazzo, schizzi di sborra femminile che bagnavano le lenzuola.
Quando sentì che stava per venire, uscì, le girò la faccia e le schizzò tutto in bocca e sul viso: sei, sette spruzzi densi e caldi.
Giovanna ingoiò quello che poteva, il resto le colava sul mento e sulle tette.
Quella notte la scopò altre tre volte: una sul tavolo, una contro la vetrata con Milano sotto di loro, l’ultima nel bagno, con lei in piedi piegata sul lavandino e lui che le veniva dentro senza preservativo, riempiendola fino a farla traboccare.

Diventarono amanti fissi. Due, tre volte a settimana.
Sempre hotel diversi: Four Seasons, Armani, Bulgari. A volte la sua villa sul lago di Como quando la moglie era a Cortina.
Ogni incontro era più sporco del precedente.
Giovanna arrivava già senza mutande, la fica depilata e lucida di olio.
Marco la aspettava nudo, cazzo duro, una bottiglia di Dom Pérignon già aperta.
Una sera la legò al letto con le cravatte di Hermès.
Le infilò un plug anale di acciaio grosso come un pugno, poi la scopò in bocca mentre con il telecomando faceva vibrare il plug.
Giovanna piangeva di piacere, la fica che gocciolava sul materasso.
Quando finalmente gliela infilò nel culo, lei urlò così forte che dovettero mettere la musica a tutto volume.
Marco la sodomizzò per mezz’ora, cambiando angolo, spingendo fino a farle sentire le palle contro le labbra della fica.
Venne dentro il suo culo, poi le fece spingere fuori la sborra e la leccò direttamente dal buco dilatato.

Una sera di novembre Giovanna gli mandò un messaggio:
«Stasera porto un regalo. Fidati.»
Marco aprì la porta della suite al Park Hyatt e le trovò entrambe.
Vittoria era diversa: bionda platino, venticinque anni, tette rifatte enormi, culo brasiliano, labbra rifatte per fare pompini perfetti.
Indossava solo un trench di pelle aperto e tacchi altissimi.
«Ciao papi» disse Vittoria con voce roca, «Giovanna dice che hai il cazzo più grosso di Milano. Voglio verificare.»
Non ci fu bisogno di parole.
Le due si inginocchiarono insieme.
Quattro mani sul cazzo di Marco, due bocche che si alternavano, si baciavano con la cappella in mezzo, le lingue che si intrecciavano sulla sborra che già colava.
Marco le guardava dall’alto, il cuore che gli scoppiava nel petto.
Le portò sul letto.
Vittoria si mise a cavalcioni sulla sua faccia, la fica depilata e già bagnata che gli schiacciava la bocca.
Giovanna impalò il cazzo con un gemito lungo, iniziò a cavalcare come una cavallerizza, su e giù, le tette che rimbalzavano.
Marco leccava Vittoria con furia, succhiandole il clitoride mentre lei gli veniva in faccia in meno di un minuto, schizzi caldi che gli entravano nel naso.
Poi si scambiarono.
Vittoria prese il cazzo in bocca fino in gola mentre Giovanna gli sedeva in faccia al contrario, il culo spalancato.
Marco le leccava il buco del culo mentre Vittoria gli succhiava le palle, una mano che gli masturbava l’asta a ritmo furioso.
Giovanna prese il controllo: «Voglio vederti scopare la mia amica nel culo mentre io ti lecco le palle.»
Vittoria si mise a quattro zampe, il culo in aria.
Marco le sputò sul buco, spinse dentro piano: era strettissimo, Vittoria urlava, si mordeva il labbro.
Giovanna si infilò sotto, leccava il clitoride di Vittoria e le palle di Marco alternandosi.
Quando Marco accelerò, Vittoria iniziò a venire senza sosta, la fica che schizzava sul viso di Giovanna.
Marco non resse più: tirò fuori dal culo di Vittoria e venne su entrambe le facce, schizzi potenti che colpirono occhi, bocche, capelli.
Le due si baciarono, scambiandosi la sborra, ingoiandola con gemiti di piacere.

Il culmine arrivò durante un weekend che Marco fece passare come “viaggio di lavoro” a Capri.
Presero la villa più isolata, con piscina privata e vista sul mare.
Tre giorni e tre notti di puro sesso senza pause.

Primo giorno: sulla terrazza al tramonto, Marco scopò Giovanna contro il parapetto mentre Vittoria gli leccava il culo e le palle da dietro.
Poi le prese entrambe in bocca contemporaneamente, il cazzo che entrava e usciva da due gole alternate.
Seconda notte: legarono Vittoria alla X-frame che avevano fatto portare appositamente.
Plug vibrante in culo, dildo enorme in fica, Marco che la scopava in bocca mentre Giovanna la frustava leggermente sulle tette.
Vittoria venne così forte che svenne per qualche secondo, poi riprese a implorare di più.
Terzo giorno: doppia penetrazione.
Giovanna a cavalcioni sul cazzo di Marco, Vittoria che si sedeva sul suo viso.
Poi si scambiarono: Vittoria prese il cazzo nel culo mentre Giovanna le infilava un dildo grosso nella fica.
Marco sentiva il dildo sfregare contro il suo cazzo attraverso la sottile parete, venne dentro il culo di Vittoria con un ruggito, riempiendola fino a farla traboccare.

L’ultima scopata fu sul bordo della piscina, alle tre di notte.
Le due donne in ginocchio, Marco in piedi.
Le scopò in bocca alternandole, poi venne: una sborrata infinita, metà sul viso di Giovanna, metà su quello di Vittoria.
Le due si leccarono a vicenda, pulendosi con la lingua, finendo con un bacio lungo e profondo mentre Marco guardava, il cazzo ancora semi-duro che gocciolava sulle piastrelle.

Quando tornarono a Milano, tutto continuò esattamente come prima.
Incontri clandestini, hotel a cinque stelle, messaggi criptati.
A volte solo loro due, a volte in tre.
Marco sapeva che non si sarebbe mai stancato di quelle due bocche, di quelle fiche sempre bagnate, di quei corpi che esistevano solo per fargli perdere il controllo.
E Giovanna, ogni volta che lo guardava con quegli occhi da puttana di lusso, gli sussurrava la stessa frase prima di inginocchiarsi:
«Stasera decidi tu quanto sporco vuoi diventare, amore.»

(Continua … perché venti pagine non basterebbero mai a raccontare tutto quello che hanno fatto dopo.)
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