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La dottoressa e la visita di base - Vol. 2
13.07.2026 |
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"Il suo corpo ancora rispondeva ad ogni mia spinta con tanto sincronismo da rendere impossibile l’arrestarsi dei miei colpi..."
«Va bene, dottoressa...» dissi cercando di sorridere, anche se dentro di me sentivo un'agitazione insolita. «Mi spieghi qualche dettaglio per l'incontro di domani, così mi farò trovare preparato.»Andrea si appoggiò allo schienale della sedia e intrecciò le dita davanti a sé. Per qualche secondo mi osservò in silenzio, come se stesse valutando quanto fossi disposto a fidarmi di lei.
«Preparato... è una parola interessante, Antonio.»
Sorrise appena.
«Direi che domani le serviranno soprattutto tranquillità e sincerità.»
«Nient'altro?»
Scosse lentamente il capo.
«Abbigliamento comodo. Nessuna fretta. E venga senza aver bevuto troppo caffè. Vorrei osservare il suo organismo nelle condizioni più naturali possibili.»
Annuii, ma avevo l'impressione che quelle istruzioni non fossero tutto ciò che voleva dirmi.
«Ha parlato di una collega.»
«Sì. La dottoressa Tiziana Felici.»
Pronunciò il nome con naturalezza.
«Lavoriamo insieme da molti anni. Ha una sensibilità particolare nell'interpretare ciò che spesso gli strumenti non riescono a raccontare.»
«Quindi sarete in due a visitarmi.»
«Esatto.»
Fece una breve pausa.
«Non si lasci intimidire. Tiziana è una donna molto diretta, ma mette chiunque a proprio agio nel giro di pochi minuti.»
«Dovrò sottopormi a qualche esame particolare?»
Andrea inclinò leggermente la testa.
«Più che esami, parleremo. La visiteremo con calma. Le chiederemo di rilassarsi, di respirare, di lasciarsi guidare. Alcune reazioni del cuore si comprendono soltanto quando una persona smette di controllare ogni cosa.»
Quelle parole mi colpirono.
Era davvero così evidente che trascorrevo la vita cercando di avere tutto sotto controllo?
«Mi sembra quasi una seduta di psicologia.»
Lei rise piano.
«No. Ma il cuore e la mente hanno il brutto vizio di influenzarsi continuamente.»
Si alzò dalla scrivania e mi accompagnò verso la porta.
«Antonio...»
Mi voltai.
«Domani non venga con l'idea di dover dimostrare qualcosa. Né a me né alla dottoressa Felici.»
«E con quale idea dovrei venire?»
Andrea rimase qualche istante in silenzio.
«Con la curiosità di conoscere una parte di sé che forse ha trascurato per troppo tempo.»
Le sue parole continuarono ad accompagnarmi mentre uscivo dallo studio.
Durante il tragitto verso casa cercai più volte di convincermi che si trattasse soltanto di una normale visita medica.
Eppure qualcosa non tornava.
Non erano stati gli strumenti.
Non erano state le domande.
Era il modo in cui Andrea mi aveva guardato.
Con l'attenzione che si riserva a qualcuno che si desidera comprendere davvero.
Quella sera preparai i vestiti con una cura quasi maniacale.
Ripensai, sorridendo, alle raccomandazioni di mia nonna.
Mutande pulite.
Barba fatta.
Camicia stirata.
Sembrava assurdo che, a cinquant'anni, stessi vivendo l'attesa di un appuntamento con l'emozione di un ragazzo.
Prima di andare a dormire controllai l'orologio.
Le dieci del mattino.
Mancavano meno di dodici ore.
Per la prima volta da molti anni, non vedevo l'ora che arrivasse il giorno dopo.
Il giorno dopo mi presentai all'appuntamento con qualche minuto di anticipo.
Era una cosa che mi capitava raramente. Di solito arrivavo sempre all'ultimo momento, quasi a voler dimostrare di avere tutto sotto controllo. Quella mattina, invece, avevo sentito il bisogno di concedermi qualche minuto per respirare, osservare il luogo e mettere ordine nei pensieri.
Lo studio era ancora chiuso.
Mi sedetti sulla panchina davanti all'ingresso e guardai l'orologio. Mancavano cinque minuti alle dieci.
Cinque minuti che sembravano non passare mai.
Continuavo a ripensare alle parole di Andrea.
"Non venga con l'idea di dover dimostrare qualcosa."
Era una frase semplice, eppure aveva continuato a ronzarmi in testa per tutta la sera precedente.
Quando la serratura scattò, alzai lo sguardo.
Andrea mi vide subito.
«Buongiorno, Antonio.»
Il suo sorriso era lo stesso del giorno prima: spontaneo, luminoso, capace di farmi sentire accolto ancor prima di entrare.
«Buongiorno, dottoressa.»
«È in anticipo.»
«Lo so... credo di essere un paziente piuttosto diligente.»
Lei sorrise.
«O forse era curioso.»
Abbassai lo sguardo ridendo.
«Anche.»
Mi fece cenno di seguirla.
Attraversammo il corridoio fino allo studio, ma questa volta la porta era già socchiusa.
Andrea bussò leggermente con le nocche.
«Tiziana, siamo arrivati.»
«Entrate pure.»
La voce era calma, profonda.
Quando entrai vidi una donna di circa trentacinque anni, elegante senza ostentazione, con lunghi capelli castani raccolti morbidamente sulle spalle. Indossava un camice bianco sopra un abito corto color avorio e stava riordinando alcune cartelle sulla scrivania.
Appena mi vide si alzò.
«Lei dev'essere Antonio.»
Mi porse la mano.
«Piacere, Tiziana Felici.»
La sua stretta era sicura, ma sorprendentemente delicata.
«Andrea mi ha parlato di lei.»
«Spero bene.»
Le due donne si guardarono e scoppiarono entrambe a ridere.
«Dipende dai punti di vista», rispose Tiziana con un'espressione ironica.
Il ghiaccio si sciolse immediatamente.
Mi indicarono una poltrona.
Per qualche minuto parlammo di tutt'altro.
Del mio lavoro.
Della palestra che volevo frequentare.
Di mio figlio.
Persino di nuoto, lo sport che avevo praticato per tanti anni.
Mi accorsi soltanto dopo diversi minuti che quella conversazione apparentemente casuale stava facendo esattamente ciò che Andrea aveva previsto: mi stava rilassando.
Le spalle si erano abbassate.
Il respiro era diventato più lento.
Perfino il tono della mia voce era cambiato.
Andrea chiuse lentamente la cartella clinica.
«Ecco... adesso ci siamo.»
La guardai incuriosito.
«Ci siamo dove?»
«Adesso stiamo parlando con il vero Antonio. Non con quello che si presenta ai primi appuntamenti cercando di fare sempre bella figura.»
Sorrisi.
Aveva ragione.
E la cosa più sorprendente era che non mi dava alcun fastidio sentirmelo dire.
L'atmosfera che si era creata era talmente distesa da farmi perdere completamente la percezione di ciò che mi circondava. Ero così assorto nella conversazione che non mi resi conto di quando Andrea e Tiziana si fossero spostate alle mie spalle.
Fu soltanto qualche istante dopo che cercai istintivamente di seguirle con lo sguardo. Mi accorsi però che la loro posizione non era casuale: sembrava studiata con attenzione, quasi facesse parte di un esperimento.
«Antonio,» domandò Andrea con voce calma, «ci dica... dove si trova in questo momento?»
Sorrisi.
«Il mio corpo è seduto su una poltrona molto comoda. La mia mente, invece, è decisamente altrove.»
Sentii un lieve fruscio alle mie spalle, poi la voce di Tiziana.
«E noi, in questo momento, dove siamo?»
Ebbi l'impulso di voltarmi, ma lo trattenni. C'era qualcosa di affascinante in quel dialogo costruito senza incrociare gli sguardi. Era come se mi stessero invitando a descrivere non ciò che vedevo, ma ciò che provavo.
Inspirai lentamente.
«Siete il motivo per cui la mia mente continua a vagare. Da quando sono entrato qui, mi sembra che ogni pensiero finisca inevitabilmente per tornare a voi.»
Nello stesso istante notai un piccolo specchio rotondo appoggiato sulla scrivania di Tiziana.
Sembrava un semplice oggetto d'arredo, eppure la sua posizione era troppo precisa per essere casuale.
Attraverso quel riflesso riuscivo appena a distinguerle.
Erano sedute su un piccolo divanetto dietro di me.
Tiziana teneva una cartelletta sulle ginocchia e prendeva appunti con una grafia rapida e ordinata. Per scrivere con maggiore comodità aveva appoggiato un piede su uno sgabello basso, assumendo una posizione rilassata che trasmetteva sicurezza.
Andrea invece era seduta al suo fianco, le gambe spudoratamente divaricate.
Con una mano dava piacere a sé stessa, con l’altra accarezzava la coscia di Tiziana, alla ricerca della sua intimità. Il suo sguardo si alternava tra gli occhi concentrati sulla scrittura della collega, il soffitto… lo specchio…
Ecco, lo specchio, fu in quello specchio che i nostri sguardi si incrociarono ancora, come ieri, stesso desiderio, stessa complicità…
«Mi dica Antonio, dove si trovava ieri in questo momento?»
«Ero dentro di lei, dottoressa, stavo scavando con il mio cazzo l’interno del suo corpo, stavo scoprendo come il mio e il suo piacere fossero naturali compagni di avventura»
Sentii la cartelletta cadere a terra, Andrea si girò di scatto e si inginocchiò rapidamente davanti al divano.
Il vestito avorio di Tiziana era risalito fino all’addome, il camice aperto completamente, da quella posizione potevo solo vedere la nuca di Andrea affondare tra le cosce della collega che rispondeva con ritmo all’intrusione.
«Mi dica Antonio, perché si trova su una poltrona: cosa la sta trattenendo dal terminare la sua corsa insieme a noi?»
Un attimo dopo ero alle spalle di Andrea, ancora una volta potevo vedere il culo perfetto della giovane dottoressa chiamarmi. Tiziana fece cenno di avvicinarmi a lei, sul fianco del divano: voleva liberarmi personalmente dei vestiti e lo fece con pochi gesti rapidi.
La mia eccitazione era davanti ai sui occhi, lungo la sua lingua, tra le sue labbra, nella sua gola.
Senti sparire la cappella in profondità mentre con le mani mi massaggiava i testicoli gonfi di caldo seme.
Andrea si spostò da quella posizione.
«L’ho preparata per te»
Con una camminata sexy e per nulla volgare si alzò, andò alla poltrona e dopo averla girata verso il divano prese il mio posto, ormai completamente nuda, a gambe spalancate-
Quando mi spostai davanti al divanetto capii cosa intendesse.
Un plug di medie dimensioni era infilato nel culo di Tiziana.
Questa lasciò il tempo di gustare la vista di quell’oggetto, lasciò il tempo di farmi capire quel che sarebbe successo a breve, scese dal divano andò a raggiungere Andrea che accolse il suo viso tra le mani, dapprima per un bacio profondo, poi per usare il volto della collega come arma del proprio piacere.
Tiziana, in ginocchio con la lingua poggiata alla figa di Andrea, mi espose il culo, il plug… con la mano destra in un gesto di invito si toccò la figa, raccolse gli umori, estrasse il plug e iniziò a masturbarsi il buco del culo.
Da dietro la raggiunsi ed infilai per qualche secondo la cappella all’ingresso della figa bagnatissima.
Tiziana sussultò per qualche secondo, ma fu lei direttamente con la mano ad afferrarmi il cazzo per l’asta infilandoselo direttamente nel culo.
Il ritmo di fece subito deciso.
Vedevo il volto di Andrea rispondere ad ogni colpo che davo: il corpo di Tiziana raccoglieva il mio impeto per incanalarlo in quello della giovane collega.
Fu Andrea la prima a godere: strinse il volto di Tiziana tra le cosce con tanta violenza da impedirle di scappare.
Il suo corpo ancora rispondeva ad ogni mia spinta con tanto sincronismo da rendere impossibile l’arrestarsi dei miei colpi.
Quando Tiziana si liberò dalla morsa, si girò verso di me: finalmente i nostri sguardi si incrociarono decisi.
«Mi faccia godere Antonio, mi riempia e mi faccia godere»
Non mi era mai capitato di ricevere tanta deferenza in una situazione così spinta.
Forse fu quello a farmi rallentare. Tiziana se ne accorse e prese la situazione in mano.
Un attimo dopo ero sdraiato a terra, il culo di Tiziana ancora avvolgeva il mio cazzo.
Andrea, portò la figa grondante sul mio volto per farmi saggiare ancora, come ieri, i suoi caldi umori.
Quel profumo che mi era rimasto addosso per tutta la notte determinò l’esplosione di ormoni che mi fece raggiungere il piacere. Senti Tiziana gridare, ma un bacio profondo e violento di Andrea soffocò la sua voce. Ancora godevano loro, ancora godevo io nel corpo caldo di una giovane dottoressa.
Andrea e Tiziana sparirono dal centro medico.
Venni a sapere che il nuovo medico di base si chiamava Andrea Cantoni, un uomo di circa cinquant’anni, burbero e stanco di tanti anni passati in ospedale.
Chi fossero le due dottoresse che incontrai in quei due giorni non l’ho mai scoperto.
Forse solo una mia fantasia.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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