Lui & Lei
Il sogno
22.07.2026 |
26 |
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"Le labbra si unirono alle sue in un bacio denso, profondo, che sapeva di sale, di terra umida e di promesse eterne..."
Esiste una frontiera invisibile, un confine d'ombra e di velluto scuro che separa la lucida tirannia del giorno dall'abisso dell'inconscio. Per Bianca, quel confine non è mai stato una linea retta, bensì una soglia liquida, un oceano di quiete apparente in cui sprofondava ogni singola notte, regolarmente, implacabilmente, non appena il respiro di suo marito si faceva pesante, ritmico e indifferente accanto al suo.
Bianca era una donna plasmata dall'ordine.
La sua vita diurna rispondeva a una geometria rigorosa: insegnante di lettere in un liceo di provincia, moglie irreprensibile da sette anni di Filippo, custode di un'esistenza fatta di abitudini rassicuranti, di silenzi condivisi davanti a una tazza di tè fumante e di una tenerezza coniugale che, col passare del tempo, si era mutata in una pacifica, fraterna convivenza.
Nessuno, vedendola camminare per i corridoi della scuola con il suo tailleur impeccabile e lo sguardo assorto, ma vigile, avrebbe mai potuto sospettare quale tempesta sotterranea minacciasse di travolgerla ogni volta che calava il sole.
Perché da qualche mese, la quiete notturna di Bianca aveva cessato di essere un riposo.
Era diventata un enigma carnale.
Ogni mattina, il risveglio non rappresentava un ritorno graduale e gentile alla realtà, bensì un vero e proprio trauma sensoriale, un terremoto viscerale che la sradicava dal sonno con la violenza di un'onda anomala.
Apriva gli occhi d'improvviso, il cuore che batteva all'impazzata contro le costole, il respiro corto, strozzato in gola, e una calura densa, febbrile, che le irradiava implacabilmente il basso ventre, ma ciò che le toglieva il fiato, ciò che trasformava ogni risveglio in uno shock indescrivibile, era l'acqua.
Il letto era sistematicamente allagato.
Lenzuola madide, il materasso inzuppato fin nelle sue fibre più profonde, un ristagno tiepido e intimo che non aveva nulla a che fare con la semplice e banale sudorazione.
Bianca si ritrovava ogni volta intrappolata in un vero e proprio lago di piacere residuo, un orgasmo fantasma, potentissimo e inappellabile, che l'aveva scossa e consumata nel sonno con una ferocia tale da lasciarla tramortita, incapace di muovere un solo muscolo per lunghi, interminabili minuti.
All'inizio aveva cercato di razionalizzare quell'assurdità biologica.
Aveva dato la colpa alla stanchezza, ai cambiamenti ormonali, aveva modificato l'apporto di liquidi la sera, persino consultato furtivamente manuali di medicina alla ricerca di risposte cliniche che non esistevano, ma la verità, quella che la spaventava e al tempo stesso la seduceva nel profondo del suo essere, era un'altra: il suo corpo reagiva a un comando esterno.
A una presenza.
A una voce.
Ogni notte, l'epilogo era identico, perfetto nella sua crudeltà: un piacere così acuto, così devastante da bagnare il letto, seguito immediatamente da un vuoto di memoria assoluto, nero, impenetrabile. Bianca chiudeva gli occhi e, un attimo dopo, era già l'alba.
Nessuna immagine residua, nessun frammento visivo, nessun brandello di discorso.
Solo il corpo che urlava ciò che la mente si ostinava a cancellare con la precisione di una censura implacabile.
Il tarlo della curiosità, presto trasformatosi in un'ansia bruciante, cominciò a divorare Bianca durante le ore di sole.
Come era possibile?
Come poteva il suo organismo toccare vette di un'intensità orgasmica così feroce senza che la sua coscienza ne conservasse la minima traccia?
Era una violazione della sua stessa sovranità interiore, un furto d'identità perpetrato nelle stanze segrete della sua stessa mente.
Si sentiva un'ospite abusiva, un'estranea che viveva a metà nel suo stesso corpo.
Durante le lezioni, mentre correggeva i temi dei suoi studenti con la penna rossa tremante tra le dita, la sua mente si scollegava dalla realtà scolastica per precipitare in quel vuoto notturno.
Di questo era fermamente convinta: lei non dormiva soltanto.
Lei parlava.
Sapeva, con l'intuizione viscerale di chi avverte il profumo acre della pioggia prima ancora che tocchi la terra, che in quel sonno senza memoria c'era un'altra persona.
Una donna.
Non una figura qualunque, ma una presenza soverchiante, magnetica, impossibile da ignorare.
Una donna estremamente formosa, opulenta, dotata di una carnalità debordante, quasi barocca nella sua pienezza, che irradiava una sensualità tale da fare quasi paura.
Una sconosciuta assoluta.
Bianca non l'aveva mai vista nella sua vita diurna; non apparteneva al suo passato, non l'aveva incrociata per strada, non l'aveva mai scorta sfogliando una rivista o sui social media. Eppure, nel territorio oscuro dell'inconscio, quella donna esercitava su di lei un'attrazione gravitazionale irresistibile.
I loro dialoghi dovevano essere densi, sussurrati, intrisi di una tensione elettrica e proibita che, immancabilmente, sfociava in quel contatto capace di scatenare il diluvio notturno, ma ogni volta che la luce del mattino filtrava tra le stecche delle persiane, la sua mente innalzava una saracinesca di piombo, cancellando ogni fotogramma, ogni sfumatura, ogni promessa fatta in quel mondo parallelo.
«Devo capire», si ripeteva mentalmente stringendo la penna con tanta forza da rischiare di spezzarla, mentre i suoi alunni la guardavano confusi.
«Non posso continuare a subire il mio stesso piacere come se fosse una condanna o una malattia. Devo squarciare questo velo».
Filippo dormiva beatamente accanto a lei ogni notte, con i tappi nelle orecchie, ignaro di quella marea segreta che montava e si ritirava tra le lenzuola, indifferente alla tempesta che devastava l'anima di sua moglie.
Fu proprio osservando il profilo rilassato e ignaro del marito che a Bianca balenò un'idea folle, disperata e geniale.
Se la sua mente cancellava il sogno nel millisecondo esatto del risveglio completo, l'unica strategia plausibile consisteva nell'intercettare quel sogno mentre stava accadendo, o immediatamente prima che si dissolvesse nell'oblio.
Doveva diventare una ladra di se stessa.
La prima strategia fu rudimentale, quasi brutale nella sua esecuzione.
Bianca decise di manipolare artificiosamente il proprio ciclo del sonno attraverso la frammentazione volontaria.
Sapeva, per averlo letto in qualche trattato di psicologia, che i sogni più vividi, carichi di emozione e suscettibili di essere memorizzati si verificano durante la fase REM, la quale si concentra e si allunga man mano che la notte scorre verso l'alba.
Acquistò una vecchia sveglia meccanica dal ticchettio metallico, sferragliante, e la programmò implacabilmente per le tre e mezza del mattino.
La prima notte fu un vero e proprio disastro psicofisico.
Il suono improvviso, tagliente, la strappò dal sonno con uno scatto così violento che le causò un principio di tachicardia; intontita, frastornata, incapace persino di mettere a fuoco la stanza buia, allungò una mano e spense l'apparecchio, sprofondando immediatamente in un sonno catatonico, denso e pesante, per poi risvegliarsi alle sette con il solito letto completamente bagnato e la mente desolatamente bianca.
Ma Bianca non era donna da arrendersi al primo ostacolo.
La determinazione che la animava aveva la forza di un'ossessione sacra.
La seconda notte, decise di alzare la posta: spostò la sveglia sul mobile opposto della camera da letto, costringendosi ad alzarsi fisicamente dal letto, a reggersi sulle proprie gambe per poterla spegnere.
Alle tre e venti, il rintocco metallico squarciò il silenzio della notte.
Bianca balzò fuori dalle coperte con un brivido di freddo che le percorse la spina dorsale, barcollò nel buio urtando contro la sedia e raggiunse l'apparecchio.
Prima ancora di rientrare nel letto, guidata da un istinto feroce, afferrò un taccuino nero e una penna che aveva preventivamente posizionato lì vicino.
Le dita tremavano mentre tracciava le prime parole alla luce lattiginosa della luna: buio fitto, un calore denso e una voce profonda.
Scrisse quei tre frammenti con una grafia sgraziata, quasi illeggibile.
Poi si rimise sotto le coperte.
La mattina seguente, il letto era bagnato esattamente come sempre, ma sul comodino c'erano quei tre indizi.
Una traccia microscopica, un minuscolo sassolino bianco lasciato nel bosco fitto dell'inconscio per ritrovare, un giorno, la via del ritorno.
La terza notte raddoppiò la tortura: puntò due sveglie, una alle tre e un quarto, l'altra alle cinque meno dieci.
Il suo corpo iniziò a ribellarsi a quel trattamento disumano; le palpebre si fecero pesanti come lastre di piombo durante le ore di lezione, un senso di vertigine e spossatezza cronica le annebbiava la vista. Eppure, i risultati iniziarono a materializzarsi con la precisione di una formula matematica.
Alle tre e un quarto, la sveglia la colse mentre fluttuava in una dimensione di nebbiolina dorata e densa.
Con uno sforzo sovrumano di volontà, aggrappandosi a quel residuo di coscienza, riuscì a catturare un'immagine prima che svanisse: labbra carnose e socchiuse che le rivolgevano una domanda. Quale fosse la domanda, ancora le sfuggiva, ma la voce che l'accompagnava aveva un timbro inconfondibile, avvolgente, viscido e caldo come miele sciolto.
La tecnica stava funzionando.
Stava letteralmente smontando il muro di cemento armato dell'oblio, mattone dopo mattone, sveglia dopo sveglia, strappando brandelli di verità a un sonno che non voleva cedere i suoi segreti.
Con il passare dei giorni, il taccuino nero sul comodino di Bianca si riempì di scarabocchi febbrili, di aggettivi isolati, di subordinate sconnesse che, nel silenzio e nella lucidità del giorno successivo, cercava di ricomporre come un archeologo che ricostruisce un vaso antico dai frammenti di terracotta.
La svolta vera, quella destinata a lacerare definitivamente il velo dell'illusione, si consumò in una notte di fine primavera, mentre fuori imperversava un temporale che faceva sbattere debolmente i rami contro i vetri. La sveglia suonò alle quattro in punto. Bianca aprì gli occhi con una lucidità insolita, tagliente come una lama. Il sonno non si era dissolto all'istante; si era depositato ai margini della sua coscienza come la brina mattutina sui campi d'autunno.
Afferrò la penna al buio, scrivendo quasi senza guardare, guidata da una memoria muscolare e psichica ormai allenata: “Non aver paura di quello che desideri ardentemente”.
Era la frase della donna.
Riuscì a sentire nitidamente l'eco di quel timbro vocale rimbombarle nelle orecchie per interi, preziosissimi secondi prima che svanisse nel nulla della veglia.
Una voce calda, vellutata, che sapeva di terra bagnata, di muschio antico e di promesse inconfessabili.
E insieme alla voce, per la primissima volta, un dettaglio fisico brutale e magnifico si staccò dalla nebbia dell'inconscio: un fianco morbido, generoso, una linea incredibilmente sinuosa che si stringeva in un punto vita morbido e accogliente, contro cui il corpo di Bianca — nel sogno — si era appena premuto con un'avidità disperata.
Il mattino seguente, quando il trillo definitivo della sveglia delle sette la costrinse ad alzarsi, il letto era ancora una volta inondato da quella strana, incontenibile traccia di piacere liquido, ma questa volta l'amnesia non era stata totale.
Nella sua mente brillava una coordinata precisa, incastonata come una pietra preziosa: la voce apparteneva a una donna dalle forme opulente, una figura quasi barocca nella sua maestosa pienezza, che la guardava con un misto di divertimento complice e di infinita, struggente tenerezza.
Durante la colazione, mentre Filippo sorseggiava il suo caffè leggendo le notizie economiche sul tablet e le domandava con distratta bonarietà: «Hai riposato bene stanotte, amore? Hai un'aria strana, quasi febbrile», Bianca lo guardò sentendo un brivido freddo correre lungo la schiena, in netto contrasto con il fuoco sordo che continuava a bruciarle sottopelle.
«Sì, benissimo», rispose con un sorriso perfettamente calibrato, mentre con una mano accarezzava furtivamente la copertina rigida del taccuino nero nascosto sotto i cuscini del divano.
Le notti successive si trasformarono in un appuntamento al buio, elettrizzante e proibito, con la parte più nascosta di se stessa.
Bianca aveva ormai perfezionato il suo sistema di monitoraggio.
Non si affidava più soltanto agli allarmi meccanici delle sveglie, ma a una sorta di auto-ipnosi preventiva, un rituale mentale che recitava ossessivamente ogni sera prima di chiudere gli occhi: ricorderò, voglio ricordare e non mi fermerò.
Il suo corpo, paradossalmente, sembrava essersi miracolosamente abituato a quel ritmo spezzato, traendo un'energia quasi vampiresca da quella frammentazione continua.
Le interruzioni notturne non la stancavano più; al contrario, erano diventate il fulcro, il momento più vivo ed eccitante della sua intera giornata.
Erano il ponte sospeso verso un regno di cui era diventata la coraggiosa esploratrice.
Ogni risveglio indotto le regalava un tassello in più di quel mosaico sensoriale.
Il contatto di una mano calda, pesante e possessiva che le accarezzava i capelli, affondando le dita tra le ciocche con una dolcezza che rasentava la prepotenza.
Un profumo inebriante di ambra grigia e vaniglia scura, denso e acre, che non corrispondeva a nessuna delle boccette di profumo presenti nel suo bagno o nei negozi della città.
Il modo in cui quella sconosciuta la apostrofava: mai per nome, ma con un vezzeggiativo antico, arcaico, carnale, che faceva vibrare ogni singola fibra del suo sistema nervoso come la corda di un violoncello tesa all'eccesso.
La visione netta di quel seno generoso, opulento, che si sollevava lentamente durante il respiro, mentre la donna rideva sommessamente, prendendosi gioco delle resistenze morali e mentali di Bianca.
E poi, immancabilmente, arrivava il culmine.
L'attrito lento, ipnotico, il congiungimento di due corpi che nel tempo onirico sembrava protrarsi per ore intere e che, al momento del risveglio, deflagrava in quell'orgasmo mastodontico, capace di bagnare le lenzuola e di lasciarla senza fiato.
Bianca compì una scoperta sconvolgente che ribaltò ogni sua certezza: non era il sogno a provocare il piacere fisico, ma era l'intensità di quel piacere sommerso a generare il sogno, o forse le due cose erano assolutamente la stessa identica entità, due facce della stessa medaglia liquida.
Stava mappando una geografia del proprio corpo che ignorava totalmente.
Zone d'ombra della sua sensibilità, anfratti di desiderio che Filippo, con la sua affettuosa, ma prevedibile e abitudinaria linearità, non aveva mai sfiorato neppure nei suoi tentativi più appassionati.
La notte decisiva arrivò senza preavviso, eludendo persino il controllo delle sveglie programmate. Era una notte immobile, afosa.
Bianca non sentì suonare alcun allarme meccanico; fu il suo stesso inconscio, ormai perfettamente addestrato, maturo e famelico di verità, a estrarla dal sonno profondo con una delicatezza inaspettata, esattamente alle quattro e quarantacinque minuti.
Non aprì gli occhi.
Rimase immobile, pietrificata nel buio della camera da letto matrimoniale, mentre percepiva a pochi centimetri da sé il respiro regolare, quasi noioso, di Filippo.
Tenne le palpebre serrate con forza, lasciando che le immagini del sogno non si dissolvessero, ma defluissero all'indietro, proiettate sullo schermo interno della sua mente con la nitidezza di un capolavoro cinematografico.
Questa volta il sogno rimase intatto, solido, inalterato.
Si vide seduta su una distesa infinita di sabbia nera, vulcanica, sotto un cielo notturno immenso, privo di stelle ma percorso da bagliori madreperlacei.
Di fronte a lei c'era lei: la donna misteriosa.
Era seduta comodamente sulla sabbia, con le gambe incrociate, straordinariamente formosa, con fianchi larghi, morbidi e accoglienti.
I suoi capelli erano scuri, lunghi fino a sfiorare le spalle, mossi da un vento invisibile che accarezzava le ciocche come alghe in un fondale marino.
La donna la fissava con due grandi occhi scurissimi, profondi come pozzi artesiani, e sul suo volto si apriva un sorriso che sapeva di vittoria.
«Finalmente hai smesso di fuggire, piccola mia», disse la voce calda, vellutata, la stessa che Bianca aveva inseguito per settimane nei frammenti della notte.
«Hai lottato con le unghie e con i denti per trattenermi, non è vero? Hai voluto guardarmi in faccia a tutti i costi».
Bianca, all'interno del sogno, provò una vertigine di libertà così immensa da togliere il respiro. Nessun senso di colpa, nessuna ombra del talamo coniugale che condivideva ogni notte, nessuna paura delle convenzioni sociali. Solo una fame ancestrale, un bisogno viscerale e disperato di quella pienezza corporea.
«Chi sei?», riuscì a sussurrare la Bianca del sogno, protendendo le mani in avanti, tremando di desiderio.
La donna formosa emise una risata bassa, vibrante, un suono musicale che le fece muovere ritmicamente il petto generoso. «Sono ciò che ti sei ostinata a negare a te stessa per anni.
Sono il tuo desiderio più inconfessabile, la parte più viva e traboccante di te che hai rinchiuso in un cassetto polveroso per interpretare la parte della moglie perfetta, della maestra irreprensibile, della donna giudiziosa e rispettabile. Io sono la tua vera natura. Sono la tua abbondanza».
Allungò una mano grande, calda, dalle dita piene e affusolate, e le sfiorò dolcemente la guancia. Quel contatto fu talmente vivido, talmente denso di realtà che Bianca, distesa nel letto vero, avvertì il calore della pelle altrui sul proprio viso.
Poi, la donna le si accostò ancora di più.
Le labbra si unirono alle sue in un bacio denso, profondo, che sapeva di sale, di terra umida e di promesse eterne.
In quel preciso istante, la marea interiore si sollevò di nuovo, violenta e inarrestabile, travolgendole entrambe in un gorgo di piacere puro, primordiale, totalmente libero da ogni regola, da ogni morale, da ogni confine terreno.
Bianca spalancó gli occhi.
La stanza era immersa nella penombra cinerea e fredda dell'alba.
Il suo corpo, come ogni singola mattina di quel mese folle, era completamente madido, le lenzuola inzuppate di quel liquido caldo, intimo e inequivocabile che testimoniava la furia e la dolcezza dell'incontro appena consumato, ma questa volta nel suo petto non c'era traccia di panico o di smarrimento. C'era una quiete luminosa, granitica, assoluta.
Si voltò lentamente a guardare Filippo.
Dormiva profondamente, un braccio abbandonato fuori dalle coperte, il viso rilassato nella sua inconsapevolezza quotidiana.
Guardandolo in quel momento, Bianca non provò neppure un briciolo di senso di colpa.
Quella non era una banale infedeltà consumata furtivamente nella polvere della realtà, nei motel di periferia o attraverso lo schermo freddo di uno smartphone.
Era un viaggio verticale, vertiginoso e sacro all'interno dei territori inesplorati della propria psiche, un tempio segreto che aveva finalmente scardinato dall'interno.
Allungò una mano sicura, prese il taccuino nero dal comodino e aprì l'ultima pagina.
Sotto gli appunti frammentati delle notti precedenti, con una grafia ferma, elegante e priva di esitazioni, aggiunse un'ultima riga: “Adesso so chi sei. E non voglio smettere di cercarti mai più”.
Il senso di quella ricerca estenuante era finalmente svelato.
Non si trattava di risolvere un enigma clinico, né di trovare una spiegazione razionale a un fenomeno paranormale. Si trattava di accogliere, di abbracciare e di rivendicare quella parte di sé che traboccava di forme, di sensualità debordante e di una forza vitale che la routine soffocante dei giorni aveva cercato di imbrigliare in gabbie troppo strette.
Chiuse il taccuino con un tonfo sordo e sorrise nel buio della camera.
Mentre sentiva i primi rumori della vita diurna risvegliarsi oltre le finestre — il rotolare sordo di una saracinesca che si alza, il clacson lontano di un'utilitaria in ritardo — Bianca non avvertì il solito, compulsivo impulso di balzare dal letto per preparare il caffè o rassettare la casa.
Rimase immobile, distesa in mezzo a quel letto bagnato, godendosi con voluttà ogni singola goccia di quel calore residuo che le bagnava la pelle.
Sapeva perfettamente che la notte successiva avrebbe spento la sveglia, e non per rinunciare alla ricerca, ma perché non ne avrebbe mai più avuto bisogno.
Ora conosceva la rotta. Sapeva come immergersi in quell'oceano di velluto scuro.
E soprattutto, sapeva che la donna misteriosa, opulente e magnifica dei suoi sogni la stava già aspettando, seduta sulla sua spiaggia di sabbia nera, pronta a riabbracciarla, a dissolverla e a farla fiorire per sempre.
Vacca 24
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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