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orge

Il full house dei sensi proibiti


di La-mandria
21.07.2026    |    111    |    1 8.0
"Zeno perse il controllo della propria maschera cinica, ansimando pesantemente contro il collo di Sharon, le cui unghie continuavano a scavare solchi infuocati sulla sua schiena nuda..."

Nel ventre putrescente, umido e claustrofobico del Circolo Ricreativo "Abele Balossino", un bunker sotterraneo ricavato nelle viscere di un caseggiato popolare della periferia milanese, dove l'intonaco cadeva a pezzi come ricotta secca e le pareti trasudavano una condensa mefitica che sapeva di muffa centenaria, le lancette dell'orologio a pendolo avevano smesso di muoversi alle quattro e un quarto del mattino, come colpite da un blocco renale esistenziale.
L'aria della sala non era semplicemente viziata: costituiva un ecosistema tossico, denso, quasi solido, una miscela chimica pesante che si poteva tagliare verticalmente con un machete arrugginito e servire come contorno nei peggiori autogrill della tangenziale ovest.
Quella cappa opprimente risultava composta esattamente al settanta per cento da fumo acre, nero e denso di sigarette Nazionali senza filtro, bruciate fino al colletto di carta da polpastrelli ingialliti e artritici; al quindici per cento da effluvi densi e sciropposi di caffè bollito nella moka da dodici tazze, dimenticata accesa sulla piastra elettrica a spirale rovente fin dal primo pomeriggio del giorno precedente e ormai ridotta a un carbone amaro che mandava in ebollizione i residui di fondo e, per il restante dieci per cento, da sudore freddo, un'ansia acuta da bancarotta fraudolenta e l'inconfondibile, nauseabonda fragranza sintetica del Pino Silvestre verde scuro, appeso con uno spago unto allo specchietto retrovisore di una Ritmo scassata e abbandonata nel cortile sovrastante.
Il tavolo da gioco non era un semplice pezzo d'arredamento acquistato in un negozio, ma una reliquia profanata dalla storia e dal vizio: un pesante parallelepipedo di truciolato grezzo, sbilenco e tarlato, ricoperto da un panno verde consunto, spelato, butterato da centinaia di bruciature di cicche di sigaretta spente con distrazione criminale e macchiato in modo indelebile da cerchi concentrici di birra Peroni tiepida, aloni oleosi di patatine in sacchetto di sottomarca e colature di sambuca cristallizzata.
Intorno a questo altare laico della rovina finanziaria e morale si muovevano quattro figure, a cui ben presto si sarebbe aggiunto un quinto elemento fuori da ogni schema logico, trasformando una partita clandestina di Texas Hold'em in un baccanale decadente, carnale e ipnotico.
A capotavola, immobile come un gargoyle inacidito dalla sfortuna, regnava Ivo, un geometra cinquantenne la cui licenza tecnica era ormai un ricordo sbiadito sepolto sotto montagne di condomini litigiosi e ingiunzioni di pagamento mai onorate.
Il suo vanto e la sua condanna erano rappresentati da un riporto capillare disperato: quel filamento solitario di capelli partiva disperatamente dalla tempia sinistra, attraversava come un cavo sospeso la vasta distesa della calvizie e cercava di ancorarsi sul lato destro con l'aiuto di una quantità industriale di lacca scaduta che ormai formava una crosta impenetrabile.
Indossava una canottiera a coste grigiastra, chiazzata di sugo secco di pomodoro all'altezza dello sterno e pesantemente alonata sotto le ascelle da un alone giallognolo che testimoniava anni di lotte contro le cartelle esattoriali e i fallimenti professionali.
I suoi pantaloni della tuta in acetato blu lucido producevano un fruscio metallico, secco e acuto, a ogni minimo spasmo di tensione delle sue ginocchia nodose.
Ivo stringeva incessantemente tra i denti un mozzicone di toscano spento, fradicio di saliva densa, che masticava forsennatamente mentre le sue dita tozze, con le unghie consumate fino alla carne viva, stringevano le carte come fossero l'ultimo testamento prima del plotone d'esecuzione.
Di fronte a lui, separato da una trincea di gettoni di plastica scheggiati e posacenere straripanti di cenere mista a carta bruciata, sedeva Giacomo, un trentenne nichilista con velleità letterarie naufragate nella stesura di manuali d'istruzione per friggitrici ad aria e tostapane cinesi importati illegalmente.
Indossava inspiegabilmente occhiali da sole a specchio dentro quella cantina priva di finestre, alimentando il sospetto clinico di una fotofobia causata da un eccesso di esistenzialismo spicciolo e disillusioni amorose che lo avevano reso incapace di guardare la realtà in faccia.
I suoi capelli lunghi, arruffati e stopposi emanavano l'odore inconfondibile di chi non vedeva uno shampoo decente dalla caduta del Muro di Berlino.
Giacomo tamburellava ritmicamente sul panno verde con un mazzo di chiavi arrugginite e pesanti, producendo un ronzio metallico ossessivo che faceva salire la pressione sanguigna di chiunque gli sedesse a tiro.
Alla destra di Ivo troneggiava la Contessa Brunilde di Valmadrera, o almeno così amava farsi chiamare quando i creditori le concedevano una tregua legale, una nobile decaduta con un guardaroba fermo ai fasti polverosi della Milano da bere e un debito spaventoso accumulato con l'esattoria centrale e vari istituti di credito svizzeri.
Indossava un tailleur di velluto viola talmente lercio, liso e consunto da sembrare il mantello di un negromante fallito dopo una notte di pioggia acida. Portava perennemente guanti di pelle nera traforata che non si toglieva mai, nemmeno quando doveva firmare cambiali protestate, e fumava sigarette sottilissime con un bocchino d'avorio finto che lasciava scie di fumo acre e dolciastro, pesantemente profumato di vaniglia andata a male.
Il suo sguardo era di ghiaccio puro: un misto di disprezzo cosmico verso l'umanità e di perversione latente che brillava nell'ombra, pronta a colpire chiunque osasse sottovalutarla.
A completare il nucleo originario c'era Sharon, ventiquattro anni, aspirante influencer del settore automotive e regina incontrastata delle discariche e dei privé delle discoteche della riviera romagnola nei mesi estivi, dove racimolava contanti sponsorizzando bevande energetiche scadenti. Sharon indossava una felpa corta color fucsia fluo che lasciava scoperto l'ombelico, sul quale spiccava un piercing a forma di ancora marina tempestato di strass di plastica economica che riflettevano debolmente la luce al neon.
Aveva unghie acriliche lunghe cinque centimetri, dipinte di un colore verde radioattivo che al buio della cantina sembrava quasi emettere luminescenza propria, e le sue mani compivano movimenti sinuosi, ipnotici, felini, facendo scivolare le carte con la precisione millimetrica di un croupier diabolico.
Il suo profumo, un cocktail chimico violentissimo di muschio bianco e caramelle mou alla fragola, aleggiava nell'aria appiccicandosi ai vestiti dei presenti come una condanna ereditaria impossibile da lavare via.
La partita procedeva tra un rilancio miserabile e una minaccia biografica sussurrata a mezza voce, quando la porta tagliafuoco in fondo al locale si spalancò con un tonfo metallico sordo, facendo irrompere nella sala un quinto elemento che avrebbe fatto impallidire qualsiasi codice deontologico e penale: Zeno, universalmente noto nei bassifondi della speculazione telematica, un truffatore professionista specializzato nel prosciugare i risparmi digitali di poveri cristi tramite criptovalute inesistenti e schemi di investimento piramidali.
Zeno indossava una giacca di paillettes dorate sgargianti su una pelle visceralmente unta di olio abbronzante artificiale da lampada UV, un Rolex palesemente falso al polso sinistro che ticchettava con un rumore metallico errato e mocassini bianchi rigorosamente senza calze.
Aveva l'aria di uno che vive esclusivamente di bevande energetiche a base di taurina, attacchi di panico e raggiri perpetrati su gruppi Telegram chiusi, emanando un profumo stucchevole di dopobarba economico misto a sudore freddo da casinò clandestino.
"Bella gente!" gridò Zeno con un ghigno sfacciato, piombando direttamente al tavolo e sbattendo sul panno verde un borsello di finta pelle di serpente rigonfio di mazzette da cinquanta euro visibilmente false o provento di qualche truffe di infima categoria.
"Vedo che qui si gioca pesante e si spende aria fritta. Posso sedermi o avete paura che vi porti via pure le mutande?"
"Zeno, brutto figlio di una cagna rognosa," sibilò Ivo, stringendo i denti sul toscano spento fino a quasi tranciarlo a metà. "Mi hai fatto perdere tremila euro l'anno scorso sul token che promuovevi sui social come il futuro della finanza globale!"
"Investimenti ad alto rischio, geometra del catasto," rispose Zeno con una risata mefistofelica, piantandosi in piedi esattamente dietro le spalle di Sharon e cingendole famigliarmente la vita con un braccio, mentre la sua mano sfiorava con sfrontatezza la scollatura della felpa. "Ma stanotte la vera criptovaluta da minare e su cui puntare tutto è un'altra."
La carica erotica all'interno della cantina raggiunse improvvisamente picchi parossistici, quasi irrespirabili, trasformandosi nel vero motore e nel linguaggio dominante attraverso cui si dissolsero definitivamente le ultime barriere sociali e morali dei presenti.
L'aria era rovente, satura di odori corporei acidi, fumo denso, alcol scaduto e una bramosia repressa che vibrava nell'atmosfera come un campo magnetico impazzito.
La tensione non si limitava alla vista o al contatto fisico diretto, ma veniva amplificata da un cortocircuito di odori soffocanti e sensazioni tattili esasperate.
Sharon, lungi dall'allontanarsi o protestare per quell'invasione di campo, inarcò sensualmente la schiena contro il petto sodo di Zeno, emettendo un piccolo sospiro acuto e vibrante che fece oscillare i grossi orecchini a cerchio che portava ai lobi.
Il suo profumo dolciastro di caramella mou e muschio bianco si fuse e si confuse con il lezzo chimico di dopobarba e sudore del truffatore, dando vita a un cocktail olfattivo di pura e incontrollabile perdizione che agiva come una camera a gas sensoriale.
"Vediamo chi di voi ha veramente il coraggio di andare fino in fondo," sussurrò Sharon con un timbro vocale basso, vellutato e denso di promesse oscene, mentre si leccava lentamente le labbra rese lucide e turgide da uno strato di gloss appiccicoso. "Io vado All In. E vi avviso: stavolta sul tavolo non metto in palio soltanto le fiche di plastica."
La Contessa Brunilde, letteralmente rapita e magnetizzata da quel baccanale di volgarità suburbana e lusso decadente, compì un gesto lento e teatrale: si slacciò lentamente il primo, pesante bottone del tailleur di velluto viola, scoprendo una clavicola marmorea, macchiata dal tempo, e un collarino di perle false che tintinnava debolmente.
Con un movimento quasi invisibile alla luce fioca della lampada, allungò la mano guantata di pelle nera sotto il panno verde del tavolo, iniziando a tracciare cerchi concentrici, lenti, gelidi e insistenti sulla coscia tesa e contratta di Ivo.
Ogni gesto smise di essere un semplice atto ludico o una scommessa di poker, trasformandosi in una sorta di espropriazione e rivendicazione fisica.
Il geometra emise un gemito strozzato, soffocandosi quasi con la saliva e rischiando l'infarto miocardico sul colpo.
"La mia posta in gioco," mormorò la Contessa con voce roca, quasi tombale, fissando Zeno dritto negli occhi con una lussuria fredda, calcolatrice e perversa, "è l'esclusiva totale sui conti cifrati e sui segreti bancari di mio marito in Svizzera, uniti a un quarto d'ora di follia carnale pura nel retrobottega con chiunque avrà la sfrontatezza di vincere questa mano."
Giacomo, completamente sopraffatto da quel delirio collettivo che mescolava finanza occulta, nobiltà decaduta e istinti primordiali, prese il manoscritto cartaceo del suo romanzo inedito, lo cosparse metodicamente con gli ultimi residui di birra tiepida e lo ridusse a un mucchietto di poltiglia informe e melmosa sul panno verde.
Zeno scoppiò in una risata fragorosa, sguaiata e metallica, mentre premeva con una forza crescente il proprio bacino contro il corpo sinuoso e flessuoso di Sharon, la quale rispondeva a quelle pressioni fremendo, inarcandosi e affondando sadicamente le sue lunghe unghie acriliche verde radioattivo direttamente nella giacca di paillettes dorate del truffatore, strappandone le cuciture.
I corpi si cercavano e si scontravano in modo animalesco e disinibito, mossi dalla disperazione del fallimento esistenziale che li circondava.
Il sudore colava a catinelle, copioso e bollente, lungo le tempie scavate di Ivo, che non capiva più se stesse giocando a un tavolo da poker clandestino o se stesse subendo un esproprio totale e definitivo dei propri sensi.
L'escalation carnale trovò il suo culmine quando, in un crescendo di gemiti soffocati e sfregamenti febbrili, le mani di Zeno scivolarono senza incontrare resistenza sotto la felpa fucsia di Sharon, stringendone i fianchi nudi in una morsa di pura lussuria, mentre le gambe della ragazza si serravano d'istinto attorno alla vita del truffatore in un amplesso verticale improvvisato a bordo tavolo. Contemporaneamente, la Contessa Brunilde trascinò letteralmente Ivo fuori dalla sedia, facendolo scivolare carponi sul pavimento freddo di cemento grezzo. Nell'ombra densa sotto il tavolino, le mani guantate di pelle della nobile spogliarono il geometra dei pantaloni della tuta in acetato con una rapidità feroce, scatenando un gioco di bocca e contatti avidissimi che annullarono gli ultimi residui di dignità professionale di Ivo, il quale affondava le dita nel velluto liso del tailleur della donna ansimando come un animale braccato.
Giacomo, abbandonato da tutti in quel vortice di accoppiamenti disperati, si tolse gli occhiali da sole a specchio, rivelando uno sguardo perso nel vuoto e iniettato di sangue, e iniziò a palpeggiarsi convulsamente, spalmandosi addosso i resti della poltiglia di carta e birra del suo manoscritto calpestato, urlando frasi sconnesse sulla fine della letteratura e l'inizio del piacere assoluto.
La stanza era un gorgo di odori ferini: secrezioni corporee, fumo stantio, alcol colato sulle giunture dei corpi e il profumo zuccherino di Sharon che si mescolava al sudore acido di Zeno in un bacio alla francese così profondo e famelico da mozzare il fiato.
In quel preciso istante, la vecchia lampada a sospensione con il paralume in plastica gialla, appesa al centro della stanza tramite un filo elettrico spelato, emise un sibilo acuto, uno scoppio violento di scintille biancastre e... BZZZZZ!
Il buio più pesto, denso e primordiale inghiottì completamente la cantina del circolo.
Nel nero assoluto, privato di qualsiasi punto di riferimento visivo, i confini individuali svanirono definitivamente in un unico blocco informe di carne, calore e respiri affannosi.
Nell'oscurità si udirono fruscii di tessuti strappati con violenza implacabile, vestiti che scivolavano a terra calpestati da scarpe e mocassini, respiri caldi, umidi e accelerati che si incrociavano a pochi millimetri di distanza, mani avide, disperate e fameliche che cercavano pelli madide di sudore, gemiti soffocati nella gola e il tintinnio sordo delle ultime fiche calpestate e frantumate sul pavimento di cemento grezzo.
Questa carica erotica esplose senza freni, sancendo la vittoria definitiva dell'istinto e del peccato collettivo su ogni parvenza di decoro: nessuno sapeva più chi stesse bluffando, chi stesse vincendo la mano o chi stesse baciando chi in quel vortice cieco di perdizione.
I minuti si dilatarono in ore di puro contatto epidermico e scambi furiosi.
La cantina divenne un teatro chiuso di impulsi liberati, dove le gerarchie del mondo esterno si annullarono del tutto.
Zeno perse il controllo della propria maschera cinica, ansimando pesantemente contro il collo di Sharon, le cui unghie continuavano a scavare solchi infuocati sulla sua schiena nuda.
Poco distante, la Contessa Brunilde guidava Ivo in un percorso di risveglio sensoriale brutale, fatto di morsi leggeri, graffi sulle spalle e sussurri osceni che facevano perdere al geometra ogni residuo contatto con la realtà catastale dei suoi uffici.
Giacomo, sdraiato parzialmente sui resti del suo manoscritto, riceveva e offriva attenzioni in un girotondo di corpi scivolosi, in cui ogni confine tra identità diverse si dissolveva sotto l'azione congiunta del sudore, dell'alcol e della sfrenata brama di contatto.
Gli abiti divennero ostacoli del tutto superflui: camicie sbottonate a forza, pantaloni tirati giù alla rinfusa, calze e scarpe sparse sul pavimento come detriti di un naufragio morale.
I cinque corpi si muovevano in sincrono con i battiti cardiaci accelerati oltre la soglia d'allarme, in una danza orizzontale priva di pudore, dove ogni carezza era un disperato tentativo di colmare il vuoto esistenziale che li aveva condotti fin lì.
Il profumo di muschio bianco, tabacco, dopobarba a basso costo e pelle riscaldata saturava ogni anfratto della stanza, trasformando l'aria in una densa nebbia di carnalità pura e irrefrenabile.
Quando, dopo un'eternità di minuti sospesi nel tempo, la luce grigia, fredda e impietosa del giorno cominciò a filtrare a fatica attraverso i vetri sbarrati e incrostati di fango della bocciofila, l'interrato era completamente deserto.
Intorno al tavolo verde consumato non c'era più nessuno.
Le carte erano sparite, dissolte, sostituite soltanto da un mucchietto di rossetto sbavato, un orecchino di plastica economica con uno strass caduto e l'odore denso, inconfondibile, di un peccato collettivo talmente grande da essere rimasto rigorosamente senza nome.

Vacca 24
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