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Lui & Lei

L'ultima volta con Lena


di BratPeed
09.11.2025    |    123    |    0 9.0
"Lena è una femmina snella, di bassa statura, con le gambe un po’ corte rispetto al busto, ma molto ben fatta, le spalle larghe da atleta, la vita strettissima e i fianchi abbondanti che..."
Per dire, la nostra ultima scopata andò così.
Lei si presentò preannunciata da una telefonata nella casa dove avevamo vissuto assieme negli ultimi cinque anni, dove io ora vivevo con un coinquilino che quel giorno era fuori città.
Appena entrò chiarì subito di non essere là per ulteriori discussioni su di noi. Di essersene fatta una ragione, e del resto, come già mi aveva detto, la mia decisione di lasciarla era stata nient’altro che quel che uno tra noi due avrebbe dovuto fare da tempo.
Era là per chiedermi di scoparla.
Non ebbi nulla da ridire al riguardo, malgrado i molteplici campanelli di allarme che mi risuonavano in testa. Ma da quando sto al mondo ho imparato ad attribuire alla paranoia la maggior parte dei campanelli d’allarme. Sbagliando spesso.
Perché no? risposi.
E in due secondi lei era in ginocchio, mi sbottonava i pantaloni e si preparava a inghiottire la mia verga che, solo alla vicinanza delle sue labbra carnose e adolescenziali come se ne trovano poche, soprattutto in donne di quasi quarant’anni, era turgida e pulsante di venosi rilievi.
Lena nella vita di ogni giorno era una giornalista molto seria e rispettata, e una pompinara nervosa, che alternava piccole succhiate veloci che avvolgevano solo la cappella, a furiosi andirivieni lungo tutta l’asta, spesso tenendo la lingua protesa oltre il labbro inferiore e provocando così un rumore di risucchio regolare. Sapeva come prendermi, non c’è dubbio. E come trattenermi per farmi durare.
Si fermò per guardarmi negli occhi con quello sguardo straniante, che dosava risentimento e imbarazzata sottomissione, sguardo che oramai conoscevo a menadito, quello dei suoi orgasmi, e quello delle sue stupefacenti scorribande, delle quali dirò un’altra volta.
«Ho lo stramaledetto ciclo», disse, «quindi se vuoi mi puoi inculare».
Credo che la guardai stupito. Negli ultimi due anni assieme il sesso anale era di fatto uscito dalle nostre pratiche. La causa: una sua ormai cronica stitichezza che in molte occasioni, e solo a lei, aveva creato imbarazzo e che quindi la metteva a disagio.
Per questo stavolta aggiunse: «Se te la senti».
Eravamo alle spalle del divano che stava in mezzo al grande soggiorno. La feci alzare, ci baciammo nel modo più osceno possibile, entrambi con la lingua di fuori.
«Non c’è problema», risposi, e prendendola per un gomito la feci voltare e appoggiare allo schienale del divano mentre mi rivolgeva di nuovo quello sguardo in cui stavolta la dose di risentimento era maggiore. Mentre le calavo i jeans, girò la testa verso di me mordendosi il labbro inferiore. Indossava come al solito un perizoma, di cui scostai soltanto la stringa posteriore per rivelare il suo ano, un bocciolo roseo che, come la sua fica - “la bernarda” come la chiamava -, era decisamente grande in proporzione al suo corpo. Lena è una femmina snella, di bassa statura, con le gambe un po’ corte rispetto al busto, ma molto ben fatta, le spalle larghe da atleta, la vita strettissima e i fianchi abbondanti che incoronano un culo magnifico. In tutto questo il suo ano, già quando aveva vent’anni, mi aveva colpito, per non dire della sua “bernarda”.
La impalai come sapevo che le piaceva, senza pietà. Del resto era sempre stato facile penetrarla nel culo, lo apriva naturalmente senza fatica, lo rendeva invitante senza nemmeno volerlo. Mentre affondavo i colpi la sentii ansimare nel modo che conoscevo bene, un crescendo che in breve portava a un orgasmo rumoroso. E così fu, mentre io ancora avevo da darne.
Ma lei si ritrasse e si voltò. Aveva il viso sudato, l’espressione imbarazzata e quasi sorridente, ma con un velo di tristezza. «Se vuoi puoi schizzarmi in faccia», disse piano fissandomi negli occhi.
Di nuovo la guardai stupito. Negli ultimi mesi trascorsi assieme schizzarle in faccia, cosa che un tempo adorava, anche con qualche esagerazione che prima o poi racconterò, era diventato un problema, perché lei era giunta alla conclusione che fosse un gesto di disprezzo. Ma aveva fatto tutto da sola: a me, che mi guardo bene dal cercare il significato nascosto dei rituali del sesso, e che del resto mai la disprezzai, piaceva e basta. Finché era piaciuto anche a lei.
Senza aspettare risposta si inginocchiò di nuovo, guardandomi di nuovo a quel modo, fissandomi negli occhi, ora meno risentita e decisamente sottomessa. Proprio per questo non vide che il cazzo che si stava infilando in bocca era ricoperto da un velo di tutti gli umori del proprio culo. Quando le papille gustative se ne accorsero ebbe un istante di repulsione.
«Vuoi che mi lavo?» dissi con sincerità.
Riprese fiato, mi guardò di nuovo, sorrise timida, fece di no con la testa, e si rimise l’uccello in bocca iniziando a pompare furiosamente.
Non venivo da almeno una settimana.
Quando presi a inondarle la faccia scoppiò a ridere, e a ogni schizzo che aumentava e la ricopriva lei rideva di più, mentre io ansimavo e godevo. Presi a ridere anch'io, ma la sua esplosione di riso a poco a poco si trasformò in singhiozzo e lacrime iniziarono a mischiarsi alla sborra che le ricopriva la faccia. La feci alzare e le presi il viso tra le mani, riempiendoglielo di baci e carezzandole la testa, mentre lei continuava a piangere piano, colando sborra e lacrime. Era l’ultima volta, l’avevamo saputo entrambi ancora prima di iniziare.
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