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SONO MAGGIORENNE ESCI
Lui & Lei

La sfida


di Membro VIP di Annunci69.it Noxen
11.06.2026    |    476    |    6 9.5
"E sparì dalla mia vita nel modo bizzarro con cui vi era entrata — senza spiegazioni, senza un numero lasciato sul comodino, senza voltarsi..."
La conobbi in un gelido pomeriggio di novembre, in un bar sotto i portici di Bologna.

Si chiamava Eleonora, o almeno così disse di chiamarsi.

Molto alta, esile, un viso interessante, un cesto di capelli neri portati con una specie di orgoglio silenzioso. Occhi nerissimi. Nel vestire aveva gusto, ma qualcosa in lei mi dava l'impressione che non avesse interessi eterosessuali — o almeno non dichiarati. Ci guardammo con una insistenza che non aveva bisogno di giustificazioni.

Fu lei ad avvicinarsi.

«Scusa, non sono sicura che tu sia la persona giusta, ma somigli moltissimo a qualcuno che conosco.»

«Per un attimo mi ero illuso che potesse essere altro», dissi.

Distolse lo sguardo. Troppo tardi — avevo già visto che avevo colto nel segno. Si stava preparando a salutarmi.

La anticipai.

«Ti offro qualcosa da bere.»

Mi guardò con un'espressione che somigliava più a una sfida che a un'accettazione. Si sedette.

Ordinai due analcolici — mi disse subito che era astemia, come me del resto. La conversazione che seguì sembrava un pretesto per sostenere quegli sguardi. Le chiesi se abitasse a Bologna.

«No, sono in provincia. Verso la Toscana.»

«Io vivo in Toscana», dissi.

Mi ringraziò per il drink e fece per alzarsi. Prese la giacca, l'indossò. Stava per andare quando si girò.

Quegli occhi di sfida.

«Se vuoi assaggiare una specialità della mia zona te la offro io. Per sdebitarmi.»

«Specialità?»

«Gastronomica», precisò, quasi divertita dall'ambiguità che aveva lasciato aperta. «Tipica della zona.»

Accettai.

Ci dirigemmo verso il suo paese sugli Appennini con due macchine separate.

Per strada pensai a tutto — dalla situazione più favorevole alla più rischiosa. Quello sguardo non mi dava certezze su niente.

Arrivati in piazza, parcheggiò, scese e corse dal lato passeggero della mia macchina sotto la pioggia insistente. Si infilò dentro bagnata, si scosse i capelli e mi guardò un momento in silenzio.

«Aspettami qui quindici minuti. Torno subito.»

«Quindici minuti ? Perchè? », ripetei.

«Quindici minuti», confermò, e sparì.

Rimasi in macchina guardingo, pronto a qualsiasi imprevisto. Non riuscivo a costruire una spiegazione plausibile per quello che stava succedendo. Riapparve esattamente alla scadenza — come aveva detto, né prima né dopo — e risalì in macchina bagnata come prima.

«Che impegni hai stasera?»

Non ci girai intorno. «Vado a una festa scambista. Sono stato invitato come singolo.»

Rimase in silenzio qualche secondo.

«Come funziona?»

Glielo spiegai — i meccanismi, le regole non scritte, la libertà che si trova dentro certi confini precisi. Mi ascoltò con una curiosità che cercava di sembrare distaccata senza riuscirci del tutto.

«Ti piacerebbe partecipare?»

«Con te?»

«Come preferisci. Io comunque vado. Tu puoi venire come singola o insieme a me — formiamo una coppia per la serata.»

Ci pensò sopra. Quello sguardo strano, quella sfida sempre presente.

«Il problema è la distanza», disse. «Sarebbe tardi per tornare.»

«Puoi dormire da me.»

«Vengo con la mia macchina.»

«Come vuoi», dissi. «Porta qualcosa di carino. Sexy, se ti va. Puoi cambiarti anche da me prima di arrivare.»

Non ci pensò due volte. Tornò in casa e ne uscì con un piccolo trolley che mise in macchina.

«Vai avanti. Ti seguo.»

______________

Arrivati a casa, le dissi che poteva fare come se fosse a casa sua.

Mi chiese di poter fare una doccia. Entrò in bagno senza chiudere la porta.

Restai fuori. La tentazione di sbirciare attraverso il vetro opale era concreta, ma non lo feci — non volevo che si sentisse sotto assedio proprio allora.

Fu lei ad aprire la porta del box, quel tanto che bastava per far fuoriuscire il viso.

«Non vieni?»

Non me lo feci ripetere.

Entrai sotto quello scroscio di acqua calda con lei. Le mani sui suoi fianchi, le sue sul mio petto. Un bacio lunghissimo, quasi in apnea. Eleonora era alta, quelle tettine impertinenti stampavano i capezzoli sul mio petto. L'erezione si fece sentire. I cazzo cercò spazio tra le sue gambe, lo trovò, ma l'acqua azzerava ogni lubrificazione e produceva solo attrito.

Le dissi che avremmo continuato alla festa.

Sorrise e alzò ancora di più quell'asticella invisibile che solo lei sapeva dove si trovava.

Prima di uscire le chiesi di coprirsi con il cappotto. Sotto indossava un abito nero lunghissimo con uno spacco laterale molto alto — dall'inguine nudo si capiva che non portava niente sotto. I vicini di casa avevano la tendenza a guardare.

Rise e mi prese in giro per questo per tutto il tragitto in macchina.

Alla festa, le coppie che conoscevo si sorpresero di vedermi arrivare con lei.

Le spiegai le regole non scritte del posto: Nomi fittizi, nessuna domanda sulla vita reale, nessun riferimento a professioni o dettagli privati. Poteva inventarsi un nome, raccontare quello che voleva o niente.

Si comportò benissimo. Sostenne le conversazioni con le altre coppie in modo brillante, con quella naturalezza di chi sa stare in qualsiasi stanza.

Le dissi che se qualcuno le fosse piaciuto poteva sentirsi libera.

Per tutta risposta mi prese per mano e mi portò in una delle stanze dove i singoli avevano accesso.

Mi distese sul letto e iniziò a leccarmi il cazzo e le palle, a pecora, con il vestito nero che disegnava un culo da urlo. Lo spacco laterale lasciava intravedere tutto. Qualche singolo si avvicinò, azzardò una carezza delicata sul sedere. Lei sembrò gradire. Si fecero più audaci, arrivando a scostarle il vestito e leccarla mentre lei continuava a spomparmi.

Mi alzai di scatto e mi misi dietro di lei. Il singolo mi fece spazio.

La scopai a pecora con la foga di chi è eccitato da ore. I singoli intorno si masturbavano avvicinandosi nel caso avesse voluto, ma lei non li volle — rimase concentrata su di me e cacciò un urlo durante l'orgasmo, poi si lasciò cadere sul letto per godere degli spasmi che seguivano.

Uno dei singoli venne guardandola e le sporcò il vestito.

«State un po' più attenti», dissi.

Lei sembrava quasi non essersi accorta di niente, intenta a godersi ancora quello che il corpo stava finendo di attraversare.

Uscimmo da quella stanza. Volle vedere le altre. Sembrava ipnotizzata dalle coppie nelle varie combinazioni — le osservava con una concentrazione che non aveva niente di voyeuristico, era qualcosa di più vicino alla meraviglia.

La serata passò in fretta.

A un certo punto mi prese per un braccio.

«Andiamo?»

Salutammo tutti e tornammo in macchina.

In autostrada scivolò sul sedile aprendo le gambe.

Mi guardava. La sua mano scivolò tra le cosce.

«Cosa ti eccita?» le chiesi.

«Un po' tutto. La serata. Quello che ho visto.»

Chiuse gli occhi. Aprì le gambe. Iniziò a masturbarsi per quasi tutto il tragitto, lenta prima, poi sempre meno lenta.

Al casello le chiesi di fermarsi — avrebbero potuto vederla.

Mi guardò con una smorfia di fastidio. Ma si fermò.

Usciti dal casello imboccai una strada buia. Lei riprese. Questa volta infilò due dita dentro e le mosse forsennate, senza smettere di guardarmi.

Ci avvicinammo a un centro abitato. Le chiesi di nuovo di fermarsi — i lampioni avrebbero illuminato tutto.

Per tutta risposta aprì le gambe, puntò i tacchi sul cruscotto, tirò su il vestito e continuò come se non avessi detto niente.

«Sei matta», dissi.

Rise. Non smise. Venne di nuovo-

Per fortuna il maltempo e l'ora tarda avevano svuotato le strade. Nessuno la vide. Io sì, e mi costò tutta la concentrazione rimasta per restare in carreggiata.

Tornati a casa facemmo di nuovo la doccia insieme.

Non avevo ancora avuto l'orgasmo. La somma di ore di eccitazione cominciava a pesare in modo preciso.

Lei mi masturbò lentamente, poi si girò. Puntai il cazzo sul buco del culo ma ancora una volta l'acqua vanificava tutto.

Uscimmo dal box ancora bagnati. In camera provvidi alla lubrificazione e la inculai a pecora mentre lei con una mano era tornata a masturbarsi.

«Non urlare», le dissi sottovoce. «Gli altri appartamenti sono vicini.»

Questa volta mi dette retta.

Capii dal fremito e dai movimenti convulsi del corpo che stava arrivando a un nuovo orgasmo. Non mi trattenni più. La riempii.

Crollammo sul letto distrutti.

Stavamo quasi per addormentarci abbracciati quando lei si mosse.

«Devo andare.»

«Parti domani mattina», dissi. «È buio e sta ancora piovendo.»

Non rispose. Tornò in bagno. Sentii lo scroscio della doccia.

Quando uscì era già vestita con il trolley in mano.

Si avvicinò, mi diede un bacio breve e preciso sulla bocca.

E sparì dalla mia vita nel modo bizzarro con cui vi era entrata — senza spiegazioni, senza un numero lasciato sul comodino, senza voltarsi.

Rimasi ad ascoltare la pioggia che continuava a battere fuori, con l'unico rumore della porta che si era chiusa.
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